Islamisti e progressisti all’attacco. Obiettivo dell’offensiva è chi in Europa non si piega all’uniformità di pensiero che i professionisti della “diversità” e del “multiculturalismo” cercano d’imporre con ogni mezzo possibile al fine di promuovere i loro reali obiettivi politici e ideologici.

L’alleanza islamista-progressista affonda le sue radici nel tempo. I Fratelli Musulmani sono stati infatti lungimiranti nell’individuare nelle forze di sinistra il “Cavallo di Troia” ideale per penetrare nel tessuto sociale e culturale dei Paesi europei, come delineato nel cosiddetto “Progetto”, il documento risalente al 1982 che fornisce le linee guida per l’avanzata della loro agenda fondamentalista in Europa. Il desiderio inconsulto che anima gli auto-proclamatisi progressisti di cancellare la cultura, i valori, gli usi e i costumi connaturati ai Paesi europei e al mondo occidentale nel suo complesso, per far spazio a tutto ciò che è “altro” da sé, costituisce un “asset” che i Fratelli Musulmani hanno saputo sfruttare con grande abilità.

A qualche decennio di distanza, il connubio rosso-verde è cresciuto a tal punto da aver dato vita a reti internazionali di figure devote alla causa, con strategie comuni dalle allarmanti implicazioni geopolitiche. Concetto cardine su cui oggi si fondano queste strategie è l’“islamofobia”. Tutto ciò che è critico nei confronti della componente religiosa e culturale islamica è degno di scomunica perché sinonimo di razzismo, intolleranza e xenofobia. Soprattutto quando a essere oggetto di denuncia è il fondamentalismo degli stessi Fratelli Musulmani, che utilizzano l’“islamofobia” come “scudo” e come “velo” dietro cui nascondere il rifiuto dei valori e dei diritti di libertà, soprattutto quelli delle donne, che rappresentano la conquista principale dell’Europa.

Esemplificativo dell’uso strumentale del concetto d’“islamofobia” da parte degli islamisti-progressisti uniti è il “Rapporto sull’islamofobia europea” pubblicato annualmente in Turchia dalla “Fondazione per la ricerca politica, economica e sociale”, meglio nota con l’acronimo Seta, think tank organico al partito fondamentalista Akp di Recep Tayyip Erdoğan, che dei Fratelli Musulmani si ritiene il leader politico a livello mondiale.

Giunto alla quinta edizione, il volume relativo al 2018, recentemente pubblicato, si compone di schede dettagliate in cui “esperti” reclutati in ogni singolo Stato membro dell’Unione europea e negli Stati partner dei Balcani e del Caucaso, esaminano i casi d’“islamofobia” verificatisi l’anno passato nei rispettivi Paesi, identificando partiti politici, organizzazioni, movimenti e giornali, che dell’“islamofobia” si fanno (o si farebbero) promotori. Numerose sono in effetti le discriminazioni riportate nei confronti dei musulmani per il solo fatto di essere tali. E questo è senza dubbio un fenomeno da prevenire e contrastare con nuove politiche in ambito culturale ed educativo. Tuttavia, vengono categorizzate come di “estrema destra” anche quelle espressioni critiche che si oppongono al fondamentalismo e alla radicalizzazione che genera il terrorismo jihadista contemporaneo targato Isis e Al Qaeda, di cui i Fratelli Musulmani sono la matrice ideologica. Nella scheda sull’Italia, redatta scrupolosamente da due sociologi “impegnati” presso le Università di Ferrara e Torino, sono finiti nel calderone dell’“estrema destra” partiti come Fratelli d’Italia e tra i quotidiani Il Giornale, La Verità e Libero, mentre il Partito Democratico e persino l’Anpi vengono elevati a bastioni della lotta al razzismo e, appunto, all’“islamofobia”. I due sociologi concludono la loro disamina stilando una serie di raccomandazioni, tra cui quella di “creare un sistema [...] efficiente di raccolta dei dati degli eventi [di natura] islamofobica, razzistica e discriminatoria”. Un modo per schedare come “islamofobo” ed esponente di “estrema destra” chiunque abbia un’opinione “non allineata” al pensiero unico progressista e osa denunciare il fondamentalismo dei Fratelli Musulmani? I due sociologi delle università di Ferrara e Torino propongono, inoltre, di “rafforzare la rete anti-discriminazione tra Ong, associazioni, sindacati e partiti di sinistra, soprattutto a livello locale, dove è possibile promuovere più efficacemente uguaglianza e giustizia”.

Si tratta di un piano d’azione, anzi di una dichiarazione di guerra vera e propria, che mobilita le forze rosso-verdi in territorio italiano, sospinte dalle forze islamiste turche che fanno capo a Erdoğan e al suo partito Akp di Fratelli Musulmani. Si tratta di una grave ed evidente ingerenza negli affari interni italiani, che investe le relazioni con la Turchia sia in ambito diplomatico che di sicurezza, di cui il Governo italiano dovrebbe chiedere autorevolmente conto al Governo turco. Se queste sono le conseguenze della collaborazione con gli accademici italiani promossa da Erdoğan, quali saranno allora i frutti dell’Accordo di cooperazione in ambito culturale e scientifico che il Senato si appresta a ratificare con il Qatar, alleato strategico della Turchia e sponsor principale dei Fratelli Musulmani?

A chiedere conto dei contenuti e delle finalità del Rapporto della Fondazione Seta dovrebbero essere anche i più alti rappresentanti dell’Unione europea, visto che il documento mette nel mirino l’intero Vecchio continente. Ma, paradossalmente, è stata la stessa Bruxelles a finanziare la pubblicazione del volume, come evidenziato in più parti del testo, dove la mezzaluna turca è affiancata alle stelle della bandiera europea. La specifica nella quale l’Ue si dissocia dalla responsabilità dei contenuti del Rapporto è un vuoto formalismo che non elimina la sostanza: Bruxelles si sta piegando all’inganno dell’“islamofobia”, perpetrato dalla convergenza dell’agenda progressista con quella islamista. Un inganno a cui intende piegarsi anche l’Italia?