Facebook, l’a-social network

Gente che litiga con tutti e che crea gruppi segreti – o pagine – dove prendersela con qualcuno che però non può intervenire su quel che si dice male di lui. E poi: fake news, tifoserie politiche contrapposte e tanto, tanto odio.

Benvenuti su Facebook, l’a-social network per antonomasia. Il tutto senza parlare dei dati venduti sottobanco, di Cambridge Analytica e di tante altre cosette scoperte nel tempo. Come l’antisemitismo dilagante, i mediatori culturali islamically correct e la sessuofobia dilagante che porta Facebook a bloccare i profili per una tetta di troppo ma a non dire nulla, almeno spontaneamente, per una pagina filo-hitleriana. Bisogna segnalare, sennò l’algoritmo non se ne accorge. Eppure nei primi anni del nuovo millennio, quando il social network per eccellenza nacque, nessuno avrebbe mai pensato che entro una decina di anni sarebbe diventato a-social. E neanche, a dire il vero, che si sarebbe quotato in Borsa fino a diventare uno dei giganti della de-materializzazione dell’economia e uno dei più grandi elusori fiscali del pianeta.

Oggi però Facebook è tutta un’altra storia e che racconta molto di quel che siamo diventati: una società chiusa nelle proprie paure, nei propri gruppi segreti e nelle proprie certezze derivanti da una cattiva assimilazione di una propaganda asfissiante da parte di partiti politici e gruppi di pressione vari.

Oggi Facebook favorisce la asocialità, cioè il contrario di quel per cui ebbe il successo iniziale, che fu pure il vero “avviamento” di una grossa, immensa impresa planetaria. E tutti quelli che entrarono a farne parte pensando di espandere così l’area delle rispettive coscienze sono ormai ben consapevoli di fare parte di una specie di videogioco, dove ghetti contrapposti si combattono a suon di odio, parolacce e notizie false o travisate. Ecco come un social network diventa a-social. Un giorno qualcuno studierà anche questo tipo di fenomeno.