La tragedia di Bergamo e della Val Seriana ha un inizio, ma non ancora una fine. Tutto ha origine quel maledetto 23 febbraio scorso, ad Alzano. Qui, all’Ospedale Pesenti Fenaroli, vengono scoperti due casi positivi al Coronavirus. Si tratta di un paziente ricoverato in Medicina e l’altro transitato dal Pronto Soccorso, entrambi poi trasferiti all’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Così, l’Ospedale di Alzano viene temporaneamente chiuso, ma gli ambienti non sono sanificati e non viene fatto il tampone al personale sanitario entrato in contatto con quei pazienti scoperti positivi. Nessuna zona rossa dichiarata. La zona, come tutta la provincia di Bergamo, rimane gialla. Com’è evidente, l’assenza di quarantena e la mancata sanificazione, come invece era avvenuto a Codogno, fanno deflagrare la “bomba”: il virus, invisibile, penetra nella Valle.

A distanza di circa un mese, oltre 1.500 morti nella sola provincia di Bergamo sui 4.500 di Regione Lombardia. Non solo Bergamo. L’inferno abita, adesso, soprattutto, nelle sue valli. I Paesi della Val Seriana sono decimati. Intere famiglie stanno scomparendo. Qui si muore più che in tutto il Paese. Se nel resto d’Italia la gestione dell’emergenza è stata imbarazzante, qui si è rivelata grottesca. Il pensiero del professor Andrea Crisanti, direttore dell’Unità diagnostica complessa di microbiologia a Padova e consulente di Luca Zaia, è chiaro: “Bastava mettere tutte le risorse possibili sui focolai iniziali, come hanno fatto in GiapponeCorea e Taiwan. E invece da noi fino a pochi giorni fa c’erano industrie attive con migliaia di dipendenti, penso soprattutto a Bergamo, per produrre beni peraltro non necessari. Abbiamo voluto difendere il Paese dei balocchi e l’economia anche di fronte alla morte” (Corriere della Sera, 24 marzo 2020).

Chi ce la fa – a sopravvivere – è attaccato alla bombola dell’ossigeno al letto di casa. E quando finirà l’ossigeno, forse, non ci sarà più speranza. Tutti gli altri, in una disperata corsa contro il tempo, chiamano un’ambulanza e vengono trasportati in uno dei sei ospedali dispiegati fra Bergamo, Treviglio e Alzano, e i più gravi intubati. Da lì parte un calvario che spesso conduce alla morte. Chi di certo non ce l’ha fatta sono i 158 morti di Nembro, il Paese più colpito, e i 95 di Alzano. Ad Alzano, in particolare, ci sono stati 95 morti a partire dal 23 febbraio contro i 10 registrati nello stesso periodo dello scorso anno. Un dato impressionante. E allora viene da chiedersi: perché proprio Bergamo, perché proprio la Val Seriana?

L’urlo della Valle echeggia forte e disperato ormai da giorni, ma senza successo. Così come l’urlo dei 42 sindaci della Val Seriana e della Val di Scalve, che hanno chiesto al Governo e alla Regione una chiara presa di coscienza del dramma delle Valli e l’adozione di misure più restrittive. Perché la zona rossa a Codogno e invece la zona gialla a Bergamo e nelle valli? Al momento, non c’è una spiegazione. Se è vero, poi, che la zona rossa può essere disposta anche a livello regionale, gli interrogativi e la rabbia verso le istituzioni regionali crescono. A pensar male – è la voce che circola in Valle– la risposta a tutto sta nella pressione esercitata dagli industriali. Gli stessi che il 28 febbraio scorso diffondevano su YouTube un messaggio rassicurante ai propri partner internazionali: in Italia ci si infetta meno che altrove, e con le dovute precauzioni la produzione va avanti. E via con l’hashtag #Bergamoisrunning.

Pressione che avrebbe indotto l’ex sindaco di Varese a non esporsi e a temporeggiare, chiedendo l’ausilio del Governo. Una delle prime, in Valle, a interrogarsi su quanto stava accadendo è Gessica Costanzo, direttrice del portale Valseriananews.it, che è certa ci sia stata una sottovalutazione dell’emergenza a tutti i livelli di governo del territorio: “Lunedì 2 marzo l’assessore al Welfare della Regione Lombardia, Giulio Gallera, affermava in conferenza stampa di aver preso in considerazione l’ipotesi di una zona rossa per Bergamo e provincia, ma che tutto sarebbe dipeso dalle direttive dell’ISS (Istituto superiore della sanità). Come altri amministratori locali, anche la posizione del sindaco di Alzano era la stessa. Tuttavia, i numeri dell’emergenza sanitaria avrebbero già imposto l’istituzione di una zona rossa. Sappiamo che c’è stato un confronto con il tessuto industriale della zona, che probabilmente ha fatto preferire l’attesa. Ma durante un’emergenza sanitaria bisogna prima ascoltare gli esperti, perché è solo se si supera l’emergenza che può ripartire il tessuto produttivo”. L’obiettivo è attirare l’attenzione sulle persone, e non sui numeri che ogni giorno vengono snocciolati in modo asettico alle ore 18. “In questi giorni è morto uno dei tanti imprenditori padri di famiglia, di 55 anni. Ci sono molti quarantenni e cinquantenni a casa con l’ossigeno. Le infermiere dell’ospedale di Seriate mi dicono che abbiamo sopravvalutato le ormai note “malattie pregresse”: l’ipertensione e il diabete, per citarne due, affliggono migliaia di italiani, che nonostante questo si difendono e conducono una vita assolutamente normale.

È stato il Covid-19, con la sua aggressività, a portarseli via”. Le persone sono dovunque importanti, ma in una valle di più. Qui, in particolare, ci si immedesima nell’emotività e, ora più che mai, nelle sofferenze dei vicini. Sono loro che, con una cura maniacale per il lavoro e la famiglia, fanno la comunità. Magari non si vedono molto in giro, non si sentono discutere con figli e mogli, ma ci sono. E la loro presenza invisibile è di peso per tutta la collettività. È questo che ha a cuore Gessica: “Mi hanno addirittura accusato di infangare l’ospedale di Alzano. Al contrario, se ne parlo, è per tutelare tutti i medici e gli infermieri, che hanno il diritto di capire che cosa sia successo, perché non siano state prese le dovute precauzioni e di chi sia stata la responsabilità. Nei giorni immediatamente successivi alla scoperta dei positivi, i parenti hanno chiamato l’Ats di Bergamo ma non hanno ricevuto alcuna indicazione al riguardo. Di fatto, nessuna quarantena. Così, inconsapevolmente, sono stati essi stessi untori. Perché tutto questo? Era già in corso un’emergenza sanitaria globale, come mai questa sottovalutazione?”.

In Val Seriana, un susseguirsi ininterrotto di paesi per 50 chilometri, è a serio rischio la tenuta sociale, da quando interi nuclei familiari sono in dissoluzione e le bacheche Facebook si sono trasformate in necrologi in tempo reale. Gessica continua, la voce si stringe in gola: “Qui è peggio di Bergamo. I morti, in proporzione, sono di più. Ormai la giornata è scandita da almeno 20-30 ambulanze al giorno e dalle campane che suonano a morto. Oggi, fra i miei conoscenti, sono morte almeno 20 persone. La comunità di Albino ha creato un gruppo Facebook per raccogliere i nomi e cognomi dei morti del territorio”. Un collage di vite, prima appese e poi spezzate da questo virus bastardo, è tutto ciò che resta. Non si chiede tanto, qui: almeno di restituire dignità a quelle foto; a quelle intere generazioni di bergamaschi, scheletro sociale della comunità. E allora, perché Bergamo?

Una spiegazione scientifica non c’è ancora, quello che si dice per placare la rabbia è che i Bergamaschi sono più soggetti a spostamenti per lavoro e la popolazione anziana è maggioranza. “Ma la questione dell’età non regge. E, anche se fosse, ci vuole rispetto per quella generazione. Mio zio, da sempre volontario nel mio paese, è morto a 77 anni dopo tre giorni di ricovero in ospedale. Sono scomparsi decine di parroci della zona, sono morti già due sindaci, molti volontari e operatori sanitari. Quando arriva l’ambulanza, sai già che non li rivedrai più. Ormai neanche più di salutarli, ci è concesso”. Già, nemmeno il calore di un saluto. Neanche il tempo di dirsi addio. Il virus invisibile annienta la solidarietà fra generazioni e distrugge intere comunità. La voce preoccupata di Gessica è intrisa di coraggio e senso di appartenenza, lei che è nata in valle ed è orgogliosa di questi luoghi: “Lo sto facendo per il mio territorio, che amo tantissimo. So che mi sono fatta dei nemici, ma non importa. Voglio che in questo territorio, quando si rialzerà, chi di dovere ci dia una mano e ciascuno si assuma le proprie responsabilità”. La gente della zona è così, spontanea e combattiva come Gessica. Attaccata alle radici come nessuno. Qui la prima famiglia è la Comunità. I bergamaschi, in silenzio e nella sofferenza, stanno combattendo una guerra invisibile, la guerra più difficile. Quella contro un virus che rischia di eliminare il tessuto sociale di queste valli. Che, senza solidarietà, rischiano la morte civile.