Il tema del Coronavirus ormai domina incontrastato su tutti i media e sulle agenzie di stampa, a tal punto da rendere piuttosto arduo il reperimento di notizie o eventi che possano sollecitare un interesse differente dalla noiosa e ripetitiva quotidianità dei bollettini istituzionali. Un soccorso ci giunge però dalle cronache mondane di quello spettacolo televisivo che raduna in una simil casa di Cinecittà, a Roma, alcuni personaggi dello spettacolo, a qualche ragione definiti Very important person, e tra essi la ben nota contessa Patrizia De Blanck alla quale, se fosse vero ciò che i social le attribuiscono, va invece ogni mia più accreditata e nobile stima. Prima di tutto il fatto: sembrerebbe, si dice, che la coinquilina forzata della De Blanck, Selvaggia Roma, abbia avvertito provenire dalle nobili terga della contessa, come definirlo…uno spiffero? Un venticello? Forse un po’ sonoro, ma non per questo innaturale, anzi, che ha ovviamente – goliardicamente – mosso al riso e al divertimento la più giovane Selvaggia. È cosa nota sin dai tempi dei Fescennini, che l’umana flatulenza sia oggetto d’allegria e riso; lo stesso padre Dante la cita nel suo Inferno con il ben noto verso attribuito al diavolo Barbaricciaed elli avea del cul fatto trombetta”. Molti secoli più tardi, Pablo Picasso sosterrà che “il peto è la più grande forma d’arte”. Di cosa stupirsi allora? Siano lode, onore e gloria a Patrizia De Blanck che così, con naturale nonchalance e una bella dose di sprezzatura, dimostra la falsità di alcuni miti postmoderni, parificando dunque nel suo atto il nobile ed il volgo, il colto e l’ignorante, il ricco e il picaro. “Così fan tutte”, avrebbe detto Wolfang Amadeus Mozart, e così fan tutti, perché sì, è tipico dell’uomo “parlare a vanvera”.

Tale è la pregnanza significante del peto, lo si dica proprio in quanto tratto dagli studi di antropologia culturale e delle religioni, che in tempi andati, presso molti popoli, l’emissione sonora dello stesso era considerata segno di grande potenza. Così presso i norreni, i Vichinghi attribuivano allo stesso dio Thor, non a caso detto “il tonante”, come Zeus, questa prerogativa. Del resto, innumerevoli scuole mediche, a cominciare da quella salernitana, dall’antichità ad oggi, affermano perentoriamente che il “flatus vocis a posteriori, non vada mai trattenuto e piuttosto liberato nell’aere onde evitare spiacevoli occlusioni. Dunque, bene ha fatto la nostra contessa, a procedere fieramente lasciando dietro di sé questo ricordo che rammenti all’umanità che siamo tutti fatti di carne, di sangue e di altri fluidi corporali e che come diceva San Filippo Neri a un tristo figuro che lo dileggiava donandogli le proprie feci, “questo noi siamo”. A tal punto è interessante l’uman petare che, nel Settecento, uscì un breve saggio firmato da tal Pierre-Thomas-Nicolas Hurtaut dal titolo significativo de “L’arte di petare”, oggi riedito da Baldini&Castoldi, ma del resto l’argomento interessando tutto il genere umano, è stato eviscerato – è il caso di dirlo – da molti, anche nel cinema con la messa in scena di un personaggio realmente esistito che si presentava in pubblico come “Il petomane”.

Allora ridere del sonoro commento della Patrizia De Blanck è giusto, perché così di fatto, ridendone esorcizziamo anche questo reo tempo che tristemente avanza e procede, accompagnato dalle moralistiche paternali indicazioni di Giuseppe Conte, che al contrario della nostra contessa non soltanto non fa neanche sorridere, ma non si trattiene e dà voce a qualcosa che risulta infine, almeno alle più sensibili orecchie, molto più ammorbante di qualsiasi flatulenza dal sen fuggita, che è quella arrogante supponenza del credersi padroni delle vite altrui e goderne, in mancanza d’altro e di meglio. Viva dunque la voce di libertà di Patrizia De Blanck, si levi in alto il suo grido come una rinnovata bandiera di Vandea, del resto questi sono i nostri tempi ed evidentemente questo a noi si addice!