Vaccini: speranze e dubbi

C’è una comprensibile convergenza tra politica, industria e cittadinanza per arrivare a un rimedio risolutivo contro il virus e archiviare questa lunga e onerosa stagione di lutti, paure e restrizioni, nel più breve tempo possibile. Non sorprende quindi che, chiunque raccomandi cautela, chieda maggiori dati o, in loro assenza, si interroghi sulla sicurezza ed efficacia di questo o quel vaccino – come ha fatto, senza troppa diplomazia, il povero dottor Andrea Crisanti – possa essere accusato di negazionismo o, automaticamente, iscritto nel ruolo oscurantista dei no-vax. L’auto da fé contro questi miscredenti – celebrato ogni giorno, coram populo, sui media – sembra stabilire un’inversione dell’onere della prova sui dubbi da questi manifestati.

Di fatto, allo stato delle cose, la situazione sembrerebbe questa: di entrambi i due vaccini americani, Pfizer e Moderna, si è attestata, sulle decine di migliaia di volontari, la rispettiva non tossicità. Quanto alla loro efficienza, è stato evidenziato che solo un centinaio di questi ultimi avrebbe contratto il virus, a valle dell’inoculazione del vaccino, ma il 95 per cento di essi avrebbe ricevuto un placebo invece del preparato attivo. Solo il 5 per cento sarebbe, quindi, il dato del potenziale fallimento vaccinale. Non si conosce peraltro (né si potrebbe) quanti volontari abbiano in effetti incontrato il virus nella loro vita quotidiana: se su decine di migliaia solo 100 si sono contagiati (inclusi quelli che hanno ricevuto solo il placebo) non sembrerebbero molti. Pare, sempre secondo quanto divulgato dai media, che la gran parte dei volontari non appartenesse alle fasce di età che sono state giudicate più suscettibili al virus. Inoltre, non si sa se, a valle del vaccino, l’ospite potrà comunque permanere potenziale veicolo di contagio in caso di contatto con il virus, pur non ammalandosi. Questo elemento sembrerebbe rilevante ai fini del potenziale raggiungimento dell’immunità di gregge. Infine, non si conosce che latitudine abbiano i due vaccini per coprire altri ceppi mutati del virus (evento frequente tra i Coronavirus e che si sarebbe già manifestato in altri ospiti, come rilevato negli allevamenti di visoni). La questione finale è se, dove la vaccinazione si rivelasse, in qualche misura, inefficace, si potrà intervenire con altri successivi vaccini per i nuovi ceppi, come si fa, da tempo, contro i diversi virus influenzali che si affacciano ad ogni stagione.

Concordando con Crisanti e molti altri, sembra giusta la pretesa di più precise risposte e più articolate informazioni. Si è radicata l’idea che un qualsiasi vaccino, dei tanti in preparazione, possa andar bene quanto un altro. Laddove la maggior criticità, esposta sinora, sarebbe quella della conservazione a più o meno accessibili temperature (?!). Ci preoccupa – invece di confortarci – la rincorsa, tra i concorrenti, degli annunci al rialzo dei rispettivi tassi di copertura vaccinale. Altre case farmaceutiche, in dirittura d’arrivo con il proprio vaccino, annunciano un tasso di efficacia – quasi con il linguaggio promozionale degli sconti – “fino al 90 per cento”. Maggior fiducia potrebbe essere riposta sull’arrivo, nell’arsenale contro il Covid-19, dei nuovi farmaci monoclonali. Alcuni dei quali già testati, clinicamente, con successo anche su Donald Trump. In conclusione, ogni scelta sulla propria salute – per un intervento chirurgico, un trattamento medico e anche un nuovo vaccino – dovrebbe essere presa da ciascuno. Non su basi ideologiche, ma in scienza, coscienza e, soprattutto, libertà.