Diaconale e il partito che non c’è

Appresa la notizia della scomparsa di Arturo Diaconale, nostro direttore e maestro, sono precipitata in un vuoto doloroso come non mi era capitato, benché la vita mi abbia messo a durissime prove. Mi sono chiusa in un silenzio religioso e ho capito perché. Perché pensavo fossimo invincibili. Ammetto, sono un po’ particolare, perché sono convinta che la prima redazione a cui fare riferimento sia quella di Gesù, il quale ai suoi discepoli insegnava due cose fondamentali: saper scrivere e saper parlare, affinché tutti possano capire, come diceva anche Indro Montanelli citando “la casalinga di Voghera”. Gesù usava una formula straordinaria, iniziava i suoi discorsi – o interventi – dicendo “in verità, in verità vi dico”. Pensate se ogni giornalista facesse questo e poi tenesse conto che “il sì è sì e il no è no”. La chiarezza. A me questo stile non è sempre andato benissimo, soprattutto quando ho incontrato quelle forme per cui i giri di parole e le aggettivazioni, le frasi ermetiche e le citazioni sono usate per dire senza dire e soprattutto per non far capire niente di ciò che è. Molto giornalismo è improntato a queste abilità. Una delle poche persone che ha sempre compreso lo stile a cui mi riferisco è stato proprio Arturo Diaconale. Anche l’ultima volta che ci siamo incontrati, dopo che su di me era passato un uragano, mi ha chiesto come stavo e io gli ho risposto “male, mi manca scrivere”. Lui mi ha sorriso gentilmente, con quel suo modo elegante, pacato, mite. Così ho iniziato a mettere i commenti sotto agli articoli su “L’Opinione”, poiché mi pareva giusto presentarmi così, apprezzando il giornale. In fondo quello che offre un quotidiano on line è proprio la discussione, l’opinione di tutti, opportunità che spesso sprechiamo sia perché usiamo questi spazi per volgarità e accuse oppure perché li snobbiamo non capendo il valore di un’informazione democratica e libera. Dopo un po’ gli ho mandato una mail in cui gli ho chiesto se potevo provare a scrivere qualche contributo e lui mi ha risposto: “Scrivi, scrivi, scrivi…”. Quando ho visto pubblicato il mio articolo, dopo anni di oscuramento, ho riempito fogli di lacrime. Mi sono sentita come una persona chiusa in un campo di concentramento a cui avevano portato via tutto, figlio, famiglia, affetti, dignità. Ma se coltivi il dono della parola come intelletto, e pensi come nella redazione di Gesù, possono portarti via qualunque cosa, ma essa riaffiora, perché le parole giuste risalgono dall’anima, sono illuminazioni, non vengano da noi ma attraverso di noi.

La malattia di Arturo Diaconale è stata un duro colpo, poi la sua scomparsa una sconfitta. Come si fosse spenta la luce. Ho sentito e letto tanti commenti e i più giusti sono quelli che esaltando il suo stile giusto e autentico hanno rimarcato che Arturo Diaconale non ha avuto tutto ciò che meritava. Lo penso al mille per mille. Tra tanti opinionisti, la sua voce è stata essenziale, le cose che diceva Diaconale non le scriveva nessuno, così come ciò che è scritto sul suo giornale, L’Opinione, che segue la sua traccia e il suo insegnamento, lo leggerete difficilmente altrove. Non solo. Quando una sciatta e stolta politica, ostaggio di un femminismo estremista e malefico, ha insultato Indro Montanelli per diffondere che il più insegne dei giornalisti italiani era stato “uno stupratore di bambine”, solo Arturo è scattato come si doveva. Io pensavo che facessero numeri di giornali schierati tutti dedicati al “direttore”, primo perché di “montanelliani” in giro ce ne sono parecchi e poi perché l’accusa era assurda e gravissima. Come la sinistra avrebbe fatto per Eugenio Scalfari se mai qualcuno solo osasse pensarlo. Infatti, vincono e spadroneggiano, e secondo me non solo a torto. Perché quello che gli altri devono imparare è non solo fare rete e quadrato tra una ristretta cerchia, ma come valorizzare, difendere le persone, onorare i morti, non tradire gli amici e sostenere anche chi sbaglia con decisione. Io la penso così. In ogni caso, ci siamo ritrovati nel ristorante dove Montanelli era solito andare quando era a Roma, tutti noi della redazione romana del “Giornale”, di cui la maggior parte “partigiani” che occupano ancora massimi posti sia nell’informazione e sia nella politica. E lì, in quella circostanza, è venuta fuori la verità e cioè che il giornalismo dei tempi di Montanelli, che Diaconale ha proseguito, è stato quel valore aggiunto che aveva formato un centrodestra sano e vincente e che si è dimostrato il migliore interlocutore. In quella occasione ne ho approfittato per chiarire che Indro Montanelli non si è mai sognato di fare ciò che gli è stato vigliaccamente attribuito, meritevole di una controinformazione ai quattro venti.

Di Arturo Diaconale bisogna dire che il suo lato migliore è stata la correttezza, le sue famiglie, i suoi figli, i suoi amici. Nessuno ne può parlare male. Ho pensato che tutto questo fosse perso, ma quando ho aperto il computer, e sono subito andata sulla pagina de L’Opinione, ho trovato il suo testamento morale. Ho pensato: Montanelli deve aver dato ordini. Per quello che finalmente mancava al paese e alla politica dopo di lui: “Il manifesto di un uomo libero”. Lui, Arturo Diaconale, un grande giornalista, un grande direttore e il partito che non c’è. Soprattutto, ho trovato il segno di un senso alto al dolore di un giusto.