Udienza finale a Milano nella causa Mediaset-Vivendi

San Valentino riuscirà a far innamorare, dopo i litigi di cinque anni, i due gruppi televisivi e delle telecomunicazioni Mediaset e Vivendi? Tra Roma e Parigi non corre buon sangue, da tempo, nelle relazioni industriali. La posta in gioco di giovedì 11 febbraio è prima giuridica poi di politica economica come premessa di una pace che coinvolgerebbe anche Tim, la rete telefonica che si appresta a rinnovare il Consiglio di amministrazione e ad accettare la sfida 5G.

L’assalto del bretone Vincent Bolloré al milanese Silvio Berlusconi risale all’aprile 2016 quando dopo un accordo dei due gruppi sulla pay-tv di Cologno Monzese Mediaset-Premium i francesi fecero retromarcia anche a seguito della perdita dei diritti sportivi sul calcio di Champions League passati o meglio dire tornati a Sky per il triennio 2018-21. In realtà, dal 2007, Premium non ha mai fatto utili e i debiti hanno pesato sulle casse Mediaset. La vendita di Premium avrebbe dovuto mettere fine allo stillicidio dei conti in rosso. Nel frattempo, Vivendi iniziava a comperare sul mercato i titoli del Biscione salendo dal 3 ad oltre il 29 per cento dei diritti di voto, investendo circa 1, 2 miliardi di euro. Mediaset si rivolge alla Consob e si attiva anche l’Agcom, non potendo Vivendi andare oltre quel 30 per cento che la collocava come secondo azionista di Mediaset dietro Fininvest.

Scattano a quel punto le norme della legge Gasparri, i famosi commi 9 e 11 dell’articolo 43 del testo unico, che prevede che le imprese i cui ricavi nel settore delle comunicazioni elettroniche superano il 40 per cento dei ricavi complessivi di quel settore “non possono conseguire nel Sistema integrato delle comunicazioni (Sic) ricavi superiori al 10 per cento del sistema stesso”. La legge Gasparri vietava gli incroci tra aziende tv e delle comunicazioni e, considerata la presenza al 28 per cento di Vivendi in Telecom, il gruppo francese correva il rischio di violare l’articolo 43, causando un grave danno al pluralismo dell’informazione. Scorrerie, ricorsi al Tar, al Consiglio di Stato, alla Corte di giustizia dell’Unione europea di Lussemburgo hanno prodotto una montagna di carte e memorie.

Giovedì 11 febbraio l’atto finale? La giudice del Tribunale di Milano, Daniela Marconi, ha tutti gli elementi per decidere la causa civile che oppone Mediaset-Fininvest a Vivendi riguardante la richiesta di un risarcimento da 3 miliardi per il mancato adempimento del contratto su Premium pay-tv e sulla successiva acquisizione di una posizione rilevante (meno del 30 per cento) da parte del gruppo francese nel capitale della società televisiva di Cologno Monzese. La sentenza del Tribunale milanese è ritenuta ormai uno dei passaggi chiave della quinquennale disputa, non essendo prevedibile con il poco tempo che resta un’eventuale intesa extragiudiziale.

Come in tutte le grandi operazioni economiche-finanziarie non mancano, inoltre, i risvolti politici. È stato il quotidiano romano Il Messaggero a raccontare di una visita a Palazzo Chigi dell’amministratore delegato, Arnaud de Puyfontaine poco prima di Natale. Uscito dall’incontro con il premier Giuseppe Conte, il braccio destro di Vincent Bolloré sarebbe salito a via XX Settembre al dicastero del Tesoro per un confronto con lo staff del ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri. Gli interessi dei francesi sono molteplici: lamentano la perdita degli investimenti in Telecom e in Mediaset. Sono in scadenza i consigli di amministrazione dove vorrebbero contare di più. C’è, infine, la questione della modifica della Legge Gasparri ritenuta dalla Corte Ue non confacente con le normative europee di libera concorrenza.