Trump, Facebook e Tocqueville

Il compito della filosofia è porre domande” puntualizzava un tempo Norberto Bobbio in un testo pubblicato diversi anni or sono, ma ancora attuale specialmente in un mondo come quello odierno tanto ricco di mezzi di comunicazione quanto povero di cose da comunicare, così ricolmo di risposte e pure così misero di interrogativi. Prescindendo dalle valutazioni circa i fatti di Washington, piccoli fatti a ben guardare i più vasti orizzonti della storia in genere e di quella statunitense in particolare, resi importanti più che dalla loro presunta portata storica, dal sensazionalismo cronachistico di certa stampa che perdendo di vista le lente, ma significative lancette delle ore della storia si lascia distrarre dalle frenetiche lancette dei suoi fugaci secondi, l’unico vero fatto storico sottaciuto quasi da tutti e pur di rilievo andrebbe invece problematizzato più di quanto fino ad ora qualche sparuto “Don Chisciotte” abbia osato coraggiosamente fare, cioè che per la prima volta nella storia un presidente degli Stati Uniti sia stato censurato dai social network come Twitter e Facebook.

Sebbene – sul Corriere della SeraBeppe Severgnini non nasconda il proprio compiacimento per tale forma di censura esercitata dai colossi dell’informazione digitale di massa nei confronti di Donald Trump, fornendo tante risposte in assenza dell’unica domanda fondamentale non posta, cioè “con quale legittimità?”, lasciando i placidi lidi delle certezze in cui l’aristocratica intellighenzia italiana e internazionale staziona satolla e gioconda sotto il radioso sole della fede in se stessa, i pochi spiriti impavidi preferiscono prendere il largo verso i procellosi orizzonti del ragionevole dubbio. Un dato di fatto emerge e fonda la situazione: in Corea del Nord o in Cina – come in ogni altro regime totalitario attualmente in vigore nel mondo – il Governo censura internet e Facebook gestiti da privati; negli Stati Uniti, invece, internet e Facebook gestiti da privati censurano il Governo.

Da questo incontrovertibile dato di fatto, e prima di ogni giudizio etico sul medesimo, degli interrogativi sorgono inevitabili. La censura del lontano Oriente e la censura del vicino Occidente sono due facce della stessa medaglia? Storicamente – per quanto bella o brutta sia, legittima o illegittima – la facoltà di censura non è sempre stata una prerogativa del potere pubblico? Cosa potrebbe accadere se essa è destinata a diventare prerogativa del potere privato? Quello privato è davvero un potere? Se si ammette la censura (per di più privata e non più pubblica), l’equivalenza relativistica delle idee, dei pensieri, delle opzioni etiche così di moda oggi che fine fa? Se la censura è esercitata da Facebook – che al di là di ogni altra considerazione è un grande centro di interesse e un potere economico-industriale – si tratta davvero di censura o è piuttosto il “banale” esercizio del dominio di un potere economico-industriale? A questo punto potrà esercitare una censura superiore e più efficace soltanto chi avrà un maggior potere economico-industriale? Che direbbero Karl Marx e i suoi allievi – oramai tutti dimenticati in nome di un progressismo che non progredisce più paradossalmente, proprio perché dimentico della sua tradizione – in proposito? Stando così le cose, invece dei soliti banali orizzontali schieramenti pro o contro Trump, non si dovrebbe piuttosto verticalizzare il pensiero tornando a riflettere sul classico tema, almeno se si intende conservare una pallida parvenza di democrazia, del “chi controlla i controllori?”. Chi garantisce che la censura esercitata da Facebook sia corretta nei modi e giusta nel merito? Lo fa Facebook in modo autoreferenziale? Ma l’esercizio autoreferenziale del potere e del controllo sul potere medesimo non è proprio l’esatto opposto dello Stato di diritto e della democrazia?

In conclusione, allora, in attesa di scovare le risposte ai suddetti quesiti, non possono che sovvenire le riflessioni di colui che di democrazia americana aveva una certa compiuta consapevolezza, cioè Alexis de Tocqueville il quale ebbe a precisare che “le società aristocratiche contengono sempre, in mezzo ad una massa di individui che non possono pressocché niente presi singolarmente, un ristretto numero di cittadini ricchissimi e strapotenti: ciascuno di questi può, da solo, realizzare grandi imprese. Nelle società aristocratiche, gli uomini non hanno bisogno di unirsi per agire, perché sono già saldamente tenuti insieme. Ogni cittadino ricco e potente è come alla testa di un'associazione permanente e forzosa, che si compone di tutti coloro che dipendono da lui e che egli fa concorrere all’esecuzione dei suoi disegni. Nelle democrazie, invece, tutti i cittadini sono indipendenti e inefficienti, non possono quasi nulla da soli e nessuno può obbligare i suoi simili a dargli la propria cooperazione. Se non imparano ad aiutarsi liberamente, cadono quindi tutti nell'impotenza”. Forse, allora, ci si trova dinnanzi all’ultimo grande paradosso della storia americana: davvero per difendere la democrazia, proprio quella che nacque bellicosamente contro il più aristocratico dei regimi quale è la monarchia inglese, si deve compiere un gesto palesemente anti-democratico e sostanzialmente aristocratico?