Tempio Pausania, Genova, Livorno: sulla graticola le vittime del sistema

Il trasferimento di Laura Bassani, pubblico ministero di Tempio Pausania che indagava su Ciro Grillo e compagni accusati di stupro, non sarebbe un caso isolato. Certamente far cadere il figlio di Beppe Grillo equivarrebbe a depotenziare l’azione di Governo dei Cinque Stelle, quindi minare gli accordi internazionali di potere stretti all’insaputa degli italiani.

Il sistema si auto-protegge e tutela gli accordi politici e di potere? Questo interrogativo se lo pongono anche le associazioni delle vittime quando notano che l’ex Ad di Ferrovie, Mauro Moretti, condannato in primo e secondo grado per le trentadue vittime del rogo di Viareggio, prima beneficia della prescrizione per l’omicidio colposo nel disastro ferroviario e poi viene nominato nel Cda della Psc, azienda pubblica leader nel settore impiantistico costruzioni e infrastrutture. La Psc è partecipata da Fincantieri e dal Gruppo Cassa depositi e prestiti, e Moretti è entrato nel Cda per poi venir nominato Amministratore delegato.

La stessa regola sembra valga per Genova e la tragedia del crollo del ponte Morandi: lì alcuni funzionari e dirigenti rinviati a giudizio sono ancora a loro posto, a gestire i lavori di Aspi a Genova, in Liguria e, soprattutto il nuovo ponte. È il caso di Paolo Agnese (responsabile dell’ufficio di Aspi della Direzione primo tronco denominato Tecnica) che l’Aspi starebbe mantenendo a supervisionare i lavori, nonostante sia stato rinviato a giudizio per la manutenzione degli stralli del Morandi. Riccardo Rigacci (responsabile dell’ufficio di Aspi della Direzione primo tronco denominato Esercizio; responsabile dell’ufficio di Aspi denominato direzione primo tronco) e Antonino Valenti (responsabile dell’ufficio di Spea denominato Coordinamento direzione lavori; responsabile dell’ufficio di Spea denominato Ufficio tecnico di Sorveglianza autostradale “Utsa” primo tronco) sarebbero troppo funzionali all’azienda, nonostante dalle indagini emerga che in più di cinquant’anni non vi sarebbero mai stati interventi di manutenzione sugli stralli delle pile. Utili ad Aspi o da tutelare per evitare un effetto domino che arrivi sino al gabinetto di potere che ha siglato nel maggio 2021 l’entrata di Cassa depositi e prestiti in Aspi?

Aspi, dopo essere stata per ventidue anni una società privata (lo Stato aveva regalato ai privati le autostrade pagate dagli italiani), controllata da una holding della famiglia Benetton, nel maggio 2021 è ritornata statale: è stata la strada che i poteri hanno individuato per sgravare dalle spalle dei Benetton costi e danni da crollo del ponte Morandi. Aspi fa parte dell’holding Reti Autostradali, che possiede l’88 per cento del capitale sociale e fa riferimento a Cassa depositi e prestiti (oggi ha il pacchetto di controllo col 51 per cento), Blackstone Infrastructure Partners (24,5 per cento) e Macquarie Asset Management (24,5 per cento). Blackstone viene da lontano, è quell’hedge fund costruito dai vertici di Lehman Brothers che hanno lavorato anche per BlackRock. Macquarie Asset Management è una banca d’investimenti australiana, soprannominata “The Millionaire Factory” (la fabbrica dei milionari) garantisce attraverso studi legali ed importanti contratti assicurativi che, la sua planetaria pesca a strascico di quattrini non possa trovare ostacoli come politica, comitati dei cittadini e richieste risarcitorie da parte di eventuali danneggiati da aziende in cui Macquarie ha investito.

Ne deriva che il sistema politico-finanziario-speculativo deve tutelare i propri soldati, ovvero salvarli da inchieste della magistratura, carcere e risarcimenti di danni. I soldati Mauro Moretti, Paolo Agnese, Riccardo Rigacci… sono solo tre nomi in un esercito che solo in Italia vanta poco più di quattro milioni d’arruolati in aziende partecipate, Amministrazioni pubbliche, Parlamenti, tribunali, ministeri, Enti programmatori. L’alta dirigenza di Stato e di partito, e una parte di magistratura e forze di polizia, sono schierati col potere e quindi contro le vittime del sistema. Una battaglia difficile, che il più delle volte vede le vittime soccombere nei tribunali. Perché non si tratta solo d’una loggetta che aggiusta i processi. Di fatto c’è un sistema consolidato, un reticolato fatto di milioni d’interconnessioni, che nessuna associazione delle vittime riuscirebbe a infrangere. A patto che non succeda la tempesta perfetta, o che ai grandi manovratori non convenga un reset come quello del 1992 (Tangentopoli): perché, quasi ventinove anni fa, la Procura di Milano s’inventava “Mani Pulite” su impulso della Segreteria di Stato Usa, questo oggi lo sa anche il meno informato.

È ancor più triste essere vittima alla periferia dell’Impero, nella colonia Italia, che qualcuno vorrebbe trasformare in “gran bagno penale” come la Libia sotto l’Impero Ottomano: lì venivano spediti oppositori e dissidenti, non certo chi operava angherie sul popolo (la Turchia del Pascià premiava chi aveva operato lo stermino armeno). E oggi in Italia si respira mefitico odore di moralisti, tempi bui per chi auspica una giustizia giusta.