Tensione al Tg1: cammino sbagliato

Il più grande e longevo telegiornale della Rete ammiraglia della Rai naviga in acque tempestose. Non solo perché si approssima al Tg1 il cambio di direttore (Giuseppe Carboni è in carica dal 2018 scelto dall’amministratore delegato Fabrizio Salini) ma perché si respira un clima di profondo malessere e di insoddisfazione. È stato il Comitato di redazione (composto da Roberto Ghinzari, Leonardo Metalli e Virginia Lazito) a mettere per iscritto in un documento le insufficienze e le criticità di un corpo redazionale che supera i 120 redattori, alcuni dei quali con retribuzioni che superano il famoso tetto delle 240mila euro lordi l’anno fissato per i manager della pubblica amministrazione. Un elenco articolato e complesso di situazioni che debbono essere corrette a partire dalla domanda di fondo: quale sarà lo spazio del Tg1 all’interno delle nuove sfide dell’informazione dell’era digitale?

Per il Cdr, che ha raccolto le indicazioni di una affollata assemblea (cosa rara per Saxa Rubra), occorre fare il punto dello stato di confusione in cui si trova a lavorare la testata in tutte le sue molteplici articolazioni (dai Tg a Uno Mattina, dagli approfondimenti degli Speciali alle rubriche). Gli ascolti vanno bene? Il primato per le edizioni delle 13 e soprattutto delle 20 non è messo in discussioni neppure con le prestazioni del Tg5 di Clemente Mimun, del Tg La7 di Enrico Mentana. Le sfide sono altre. Il telegiornale uno nato nel marzo 1976 ideato e diretto da Emilio Rossi (gambizzato dalle Brigate rosse) appare vecchio, non adeguato alla realtà, spesso in ritardo con gli avvenimenti battuti dai smartphone, dalle agenzie di stampa. Allora usciva dalla riforma Rai che creava due testate generaliste autonome nell’ambito del Programma nazionale (Rai 1) e del Secondo programma (Rai due). Nonostante qualche variazione della sigla e della coreografia l’impostazione grafica del giornale appartiene al secolo scorso: le immagini spesso sono ripetute e tirate fuori dall’archivio spesso personale dei singoli redattori.

I telegiornalisti sono rimasti soltanto sette e quindi sempre più spesso la segreteria di redazione ricorre all’acquisto di immagini dei free-lance. Il Cdr riassumendo il dibattito dell’assemblea (ne verrà fatta un’altra nei primi giorni di ottobre) alla presenza del segretario dell’Usigrai Vittorio Di Trapani ha evidenziato problemi vecchi e nuovi. Ne viene fuori un’immagine reale dello status in cui la redazione si muove e opera, ivi compresi i corrispondenti da 10 capitali all’estero (Londra, Mosca, Bruxelles, Parigi, Berlino, New York, Pechino, Nairobi, Gerusalemme, Sudamerica). Nel documento sono richiamate diverse questioni: la valorizzazione delle risorse interne, il rispetto delle competenze dei singoli e delle redazioni, la necessità di puntare sull’assunzione di nuovi Tco, limitare l’utilizzo di appalti esterni, aumentando la qualità dei servizi e potenziare il reparto montaggio. È stata anche affrontata la grossa questione dei rapporti con la Rete, un problema esistito da tempo soprattutto perché è la Rete che ha lo spazio e i soldi a disposizione. Per il Cdr occorre allora chiarire i termini della collaborazione con Uno Mattina. Il Tg1 chiede di essere coinvolto con l’azienda nella creazione di nuovi spazi informativi, partendo dal concetto che l’informazione non la fanno figure estranee al giornalismo.

In questi giorni è partito il “job posting” per il nuovo sito Rai ma, per il Cdr, tutto avviene all’insegna dell’improvvisazione e della superficialità. C’è allarme allora al Tg1.