I dati della paura e quelli della speranza

Non è certo una novità come la matematica, anche la più semplice, non goda di particolare favore presso la popolazione, non solo italiana. La scarsa dimestichezza con il calcolo si può rilevare, in effetti, dalla marea di discorsi sulla pandemia che si sentono in giro, persino da parte di giornalisti nei numerosi talk show. Provate a farvi caso: da un lato i medici, soprattutto se specialisti o ricercatori, si collocano quasi sempre su un piano ‘quantitativo’ e snocciolano dati statistici di varia natura forniti da ricerche pubblicate su riviste generalmente autorevoli. Dall’altro, gente comune che si ascolta al bar o intervistata in qualche servizio televisivo o giornalisti di poca cultura scientifica non fanno altro che ripetere slogan, diciamo così, qualitativi, cioè basati su aneddoti personali o provenienti da argomentazioni scientifiche, magari complesse, dalle quali estraggono la conclusione finale senza alcun riguardo per le probabilità su cui essa si fonda.

I termini principali che si fronteggiano sono due: da una parte l’efficacia e dall’altra il rischio associati al vaccino. Le sentenze che circolano, quasi si trattasse di un referendum, sono dunque due: il vaccino è efficace oppure esso, efficace o meno, è comunque troppo rischioso. Incuranti delle probabilità su cui si basano le due posizioni, le discussioni perdono ogni plausibilità razionale e si spostano su un piano meramente polemico. Da un lato c’è chi dice “il vaccino è efficace e sicuro” omettendo di citare la quantità, fortunatamente irrisoria, dei casi di reazioni avverse e dando mostra, di conseguenza, di pensare o, peggio, di ‘sapere’ che la sua efficacia e la sua sicurezza siano garantite cento volte su cento. Dall’altro c’è chi, invece, esalta l’agguato del rischio, che in effetti non è nullo, intendendo dire, implicitamente, che esso è pronto ad aggredire tutti i vaccinati ora o persino fra anni, mostrando di credere che le modestissime percentuali di casi avversi siano, in realtà, solo l’ombra non di un generico rischio bensì di un serio pericolo incombente su tutti. Quest’ultima tendenza, poi, prende le vesti dell’aneddotica, sempre fondata sull’ingannevole principio post hoc ergo propter hoc, ossia, se una cosa accade dopo un’altra, allora la causa è quest’altra. Per cui, se una persona si vaccina oggi e dopo una settimana muore di infarto, la causa sarà il vaccino, trascurando del tutto possibili patologie pregresse o, magari, qualche episodio traumatico – in qualche caso non sarebbe da escludere l’eccitazione negativa dovuta proprio alla paura della vaccinazione – che ha provocato l’infausto evento cardiaco. E l’incubo potrebbe continuare: se uno contraesse una severa patologia fra quattro anni, temo vi sarebbe qualcuno capace di attribuirla alla vaccinazione di oggi, senza preoccuparsi di analizzare ciò che fosse avvenuto nel frattempo all’organismo del soggetto interessato.

Di fatto, trascurando del tutto ogni forma di valutazione quantitativa, la contesa diviene una specie di tiro alla fune in cui chi sbraita di più pensa di prevalere. Ma nessuno eviterebbe, c’è da giurarci, di acquistare un’automobile se venisse a sapere che, come è nelle cose, sussiste anche lì una pur piccolissima probabilità che l’impianto frenante smetta improvvisamente di funzionare. Altrettanto si dica dei voli in aereo o delle operazioni chirurgiche. Sappiamo tutti che, come diceva un carissimo amico, fisico teorico, la perfezione non esiste e, se esistesse, sarebbe un’anomalia. Per cui accettiamo il rischio quando esso è, come correttamente si afferma, trascurabile. D’altra parte, chi gioca all’enalotto una sola schedina sa bene che la probabilità di vincere è vicina allo zero ma lo fa comunque, sostenendo la propria speranza con la stessa cocciutaggine con cui sostiene la propria paura nei confronti del vaccino. Paura e speranza sono in fondo i sentimenti che dominano la condotta della gran parte delle persone e, in questo, non c’è nulla di male anche se un po’ più di riflessione e di alfabetismo sarebbero i benvenuti. Il male fa invece capolino quando i suddetti sentimenti diventano la base sulla quale si pretende la ‘libertà’ di sottrarsi alla vaccinazione senza tener conto delle probabilità di infettarsi o di infettare.

Una libertà che, non essendovi per ora l’obbligo di immunizzazione, viene da taluni orgogliosamente vantata giungendo al punto di non voler dire se siano vaccinati oppure no, come si trattasse, così dicono, di un fatto personale mentre è un fatto inequivocabilmente sociale. Un pessimo esempio di come, in un regime liberale e democratico ma lacunoso sotto il profilo della cultura scientifica, la ‘qualità’ del giudizio individuale, anche il più sprovveduto, possa talvolta fare aggio sulle ‘quantità’ delle rilevazioni e delle comparazioni, nel nostro caso, dei tassi di contagiosità e di malattia. In definitiva, chi rifiuta la vaccinazione o assume atteggiamenti evasivi si appoggia su probabilità trascurabili dominate dalla paura mentre chi l’accetta può contare su probabilità massicce in grado di assegnare robusta concretezza alla speranza.