Rivoluzioni e soluzioni positive per il mare

Conosco Leonardo Tunesi dal luglio 1991. Era uno dei relatori da me invitati al convegno “Gestione della fascia costiera”. L’incontro scientifico fu seguito con “preoccupazione” dal Comune che ci ospitava (nella riviera ligure di Levante), dato che erano anni di disastri pubblici inferti al mare e alla costa, senza nessun contrappunto. Parteciparono scienziati e organizzazioni di livello. Erano gli anni delle “mucillagini” nell’Adriatico (dissolte, grazie alla riduzione di fosforo e azoto nelle acque del Po). Era l’anno in cui fu costituito il Santuario dei Cetacei.

Ci siamo rivisti quattro anni fa, quando con altri ho cercato di allargare i confini dell’Area marina protetta (Amp) di Portofino fino a Sestri Levante, operazione fallita per motivi politici che qui non staremo a ricordare. Una vicenda per cui, alla fine dell’ennesima fallimentare riunione con sindaci e affini, anche sulla bocca di un santo può aggallare una perversa battuta di Joe Lansdale: “Scusate ma oggi devo tornare a casa un po’ prima. Ho un cane da prendere a calci e una vecchia da spingere giù per le scale” (“Una Cadillac rosso fuoco”, 2020). Questo per dire che uno dei soggetti che creano problemi nella gestione della fascia costiera sono i Comuni di ogni colore, spesso ingloriosi nelle loro opere per il bene pubblico.

Leonardo Tunesi è responsabile dell’Area “Tutela biodiversità, habitat e specie marine protette”, e si occupa in particolare di aree marine per conto dell’Ispra, Istituto superiore per la Protezione e la ricerca ambientale, un ente di ricerca afferente al ministero della Transizione ecologica. Tunesi segue anche l’applicazione di normative internazionali emanate dalla Unione europea e altri soggetti. Daremo ai nostri lettori notizie finalmente non inutili e catastrofiche ma positive e importanti? Ecco l’intervista concessa ai nostri lettori.

Lo scorso ottobre L’Opinione ha dato voce a una iniziativa condotta dall’organizzazione Sea Shepherd nel mare delle isole Eolie, arcipelago circondato da centinaia di chilometri di spadare illegali e con la fauna ittica largamente compromessa. Stanno uccidendo il mare, come cantava Lucio Dalla, e non c’è più niente da fare?

Se si guardano i contenuti della Strategia Ue per la Biodiversità al 2030 – attivata a fine 2020 – si può notare un cambiamento importante. Per le acque, oltre al ripristino di almeno 25000 chilometri di fiumi europei a uno stato di corrente libera, si riconosce il valore delle Aree Protette Marine, che dovranno interessare in ogni nazione il 30 per cento di tutte le acque territoriali, di cui il 10 per cento sarà “rigorosamente protetto”. I valori dovranno essere raggiunti entro il 2030, ma la vera novità è costituita dal controllo continuo dell’applicazione della Strategia.

Una rivoluzione, contro il bla bla della politica?

E anche una sfida enorme, ma comunque possibile, grazie ad altre importanti novità. Per esempio, nel giugno di quest’anno l’Italia si è finalmente dotata di una Zee (Zona economica esclusiva), che – quando i confini marini saranno definiti formalmente, in accordo con le nazioni più vicine – potrà estendere gli attuali limiti delle acque territoriali, fissati in 12 miglia dalla costa, anche a 50 miglia.

Le Zee sono spesso occasione di conflitti, per esempio nelle acque tra Cipro e la Turchia, perché Ankara non riconosce i confini della Zee cipriota. In effetti un chilometri di mare in più o in meno significa molto, se in quei fondali ci sono gas o petrolio. In questo caso dare vita a una Zee italiana serve non solo a non regalare il gas dell’Adriatico alla Croazia o all’Albania, ma anche a proteggere il nostro mare.

Nel bacino occidentale del Mediterraneo nel 2006 noi avevamo dichiarato una “Zona di protezione ecologica”, mentre Spagna e Francia avevano già le loro Zee, ma comunque i loro pescherecci potevano pescare nella nostra zona “protetta” tutte le specie non di fondo. Adesso siamo invece nelle condizioni di identificare i limiti delle nostre Zee, che negli oceani possono arrivare anche a 200 miglia dalla terraferma, mentre in Mediterraneo ci si ferma alla mezzeria con il Paese frontaliero, con il cui accordo si identificherà il nuovo rispettivo confine che potrà spingersi anche a 50 miglia dalle nostre coste. Inoltre, proprio sulla base della nuova strategia europea per la biodiversità al 2030, c’è la sfida di individuare e realizzare nuove aree protette per arrivare a proteggere il 30 per cento dei nostri mari, sapendo che, con la dichiarazione della nuova Zee, l’estensione del complesso delle acque “italiane” sarà decisamente maggiore di quella attuale. Un’area enorme che potrebbe cambiare -in meglio- la consistenza della fauna ittica. Ambiente e lavoro potrebbero coesistere favorendosi l’un l’altro. Un altro scoglio da evitare è quello di non ripetere il fallimento degli obiettivi dei target di Aichi, previsti dalla Cbd (Convenzione sulla diversità biologica), per il 2010. Infatti, all’inizio di questo millennio, a livello mondiale i Paesi si impegnarono a proteggere per il 2010 il 10 per cento di tutti i mari del nostro pianeta. Lo stesso obiettivo fu poi riportato al 2020 perché non raggiunto nel 2010 e, anche in questo caso, poiché non erano stati formalizzati obblighi sui tempi progressivi di applicazione, il target non è stato raggiunto. Attualmente invece, con la Strategia Ue per la biodiversità, entro i prossimi due anni ogni nazione dovrà aver già stabilito nel dettaglio quali aree si impegnerà a proteggere per il 2030, formalizzando gli “step” che applicherà in modo da definire un processo che possa essere monitorato da Bruxelles, proprio per evitare distrazioni e rallentamenti. A conferma di ciò, la settimana prossima la Dg Ambiente (Direzione generale sull’Ambiente in Ue) ha organizzato un seminario ufficiale, allo scopo – tra l’altro – di preparare ogni soggetto coinvolto agli impegni necessari.

L’Italia come procederà, e con che forze?

Il Ministero per la Transizione Ecologica, che è il riferimento per l’Italia su questo argomento, si avvale di Ispra, anche in considerazione del Sistema nazionale protezione ambiente (Snpa), costituito da Ispra e da tutte le agenzie regionali per la protezione dell’ambiente, le Arpa. Oltre a ciò con il Piano nazionale di ripresa e resilienza, noto anche come Pnrr, è stato finanziato un progetto per il ripristino ecologico dei mari (Mer) che permetterà di aggiornare la cartografia nazionale delle fanerogame marine e della gran parte dei monti sottomarini presenti nelle acque italiane. A questo scopo lo stesso progetto prevede la realizzazione di due nuove navi per la ricerca oceanografica che finalmente consentiranno all’Italia di disporre di un’adeguata flotta per lo studio e il monitoraggio degli ambienti marini costieri e profondi, e che andranno ad affiancare una nave che l’Istituto Nazionale di Oceanografia e geofisica ha allestito ultimamente per attività ai poli.

In attesa di individuare le nuove aree utili al raggiungimento degli obiettivi di protezione dell’Unione Europea, quali sono invece le nuove Amp pronte a far parte della rete nazionale?

A oggi in Italia le aree considerate meritevoli di diventare Amp sono poco più di cinquanta e 31 di queste sono già state istituite. Delle oltre 20 rimanenti, le nuove candidature vicine a un esito positivo sono una decina almeno: la più famosa è Capri, per la quale a gennaio 2022 è previsto lo svolgimento di una consultazione pubblica sulla proposta di perimetrazione e zonazione. La AMP più imminente è Capo Spartivento, ma in Sardegna è in fase finale l’iter anche quella del golfo di Orosei, e in corso di studio quella per l’isola di San Pietro. Poi ci sono la Costa di Maratea, che interessa tutta la costa tirrenica della Basilicata, le coste del Conero e del Piceno nelle Marche, l’isola di Gallinara in Liguria e le Cheradi di fronte a Taranto.

Su cos’altro sta lavorando ISPRA, per quanto riguarda il mare?

Tornando al progetto Mer del Pnrr, questo ha, tra i suoi obiettivi, quello di aggiornare in scala nazionale le cartografie delle praterie di Posidonia, un habitat importantissimo per i servizi ecosistemici che è in grado di fornire, a partire dalla produzione di ossigeno, al sequestro di anidride carbonica, alla protezione delle coste dai danni delle mareggiate. Inoltre, si prevede finalmente di cartografare i monti sottomarini che abbiamo nelle acque italiane.

Parliamo del vulcano Marsili, attivo e alto 3000 metri, che sale fino a 450 metri dalla superficie, largo 70 chilometri e lungo 20 chilometri?

Sì, ma questo è uno dei pochi conosciuti dai non addetti. In realtà nel nostro mare vi sono quasi 100 montagne sottomarine (alcune vulcaniche), di grande importanza ambientale. Abbiamo già condotto degli studi specifici nel Mar Ligure, grazie all’Accordo Ramoge, siglato tra Italia, Francia e Principato di Monaco per combattere l’inquinamento e proteggere la biodiversità marina. Nel 2018 in Liguria abbiamo lavorato sul banco Ulisse, sul monte Janua, di fronte a Genova, che risale da -3000 metri a -1000 dalla superficie e sul monte Spinola, ma anche sui lunghi canyon marini che costituiscono zone molto importanti per i grandi cetacei che frequentano il Mar Ligure. Oltre alla nostra nave da ricerca Astrea, dell’Ispra, nel 2018 abbiamo avuto l’opportunità di avvalerci della nave francese Atalante, che dispone di strumentazioni in grado di studiare, riprendere e cartografare le vette e i crinali dei monti sottomarini a diverse migliaia di metri di profondità. In questo modo è stato possibile individuare sulla vetta del monte Janua i fossili di una specie estinta nelle nostre acque dopo la glaciazione del Pleistocene. Si tratta di un corallo che si trova ancora nell’oceano Atlantico, la Paragorgia arborea che – come dice il nome – sembra un albero, dato che arriva a 4 metri di altezza. Montagne e canyon marini sono uno dei migliori ambienti utili per la biodiversità. Nel ponente ligure, dove è forte la presenza di balene e altri cetacei, i canyon sottomarini iniziano già molto vicini alla costa. La Riviera di Levante è principalmente caratterizzata da due canyon: quello a La Spezia che corre lungo la costa di levante con una direzione Nord-Est-Sud-Ovest e il secondo, che inizia davanti alla foce dell’Entella e che, con andamento quasi perpendicolare si inserisce nel primo, nella zona centrale del Tigullio. Il Mar Ligure di Levante ospita inoltre il banco di Santa Lucia, ben conosciuto dai pescatori, un “hot-spot” per i naselli. Per molti anni la pesca dei naselli è andata bene nonostante lo strascico ne catturasse grossi quantitativi di esemplari di medie dimensioni perché i riproduttori di questa specie riuscivano a sopravvivere in siti come i monti sottomarini. Prima del Gps non era possibile riuscire a pescarli, perché solo pochissimi ed esperti pescatori conoscevano l’ubicazione esatta di quelle speciali “nursery”. I problemi dovuti all’avanzamento tecnologico, che oggi consentono a chiunque di raggiungere quei luoghi per pescarvi, possono essere contrastati solo adottando nuove misure di gestione, a partire dalla limitazione di determinate attività di pesca sportiva, con la creazione di aree marine protette di alto mare.

Veniamo alla plastica in mare, un problema ineludibile e grave soprattutto per le microplastiche, visto che ormai ne mangiamo in quantità. Da anni mi batto contro le cassette di pesce in polistirolo, utilizzabili solo un paio di volte, una parte delle quali finisce direttamente dai pescherecci in mare per colpa del vento. Ci sono novità positive?

La direttiva europea sull’ambiente marino è una direttiva quadro che è in vigore dal 2008, e impegna gli Stati membri a definire strategie nazionali per l’ambiente marino volte a conseguire, o mantenere laddove già esistente, un “buono stato ecologico” o Ges e, in Italia, la sua applicazione è coordinata dal Ministero della Transizione Ecologica. Questa Direttiva Europea è basata su undici descrittori scelti a livello europeo per valutare l’efficacia delle misure adottate dai singoli Stati per raggiungere l’obiettivo di un buono stato ecologico dell’ambiente marino. Ciò in armonia con la Strategia europea per la Biodiversità al 2030. Come Ispra, insieme a numerosi colleghi, faccio parte di questo gruppo di lavoro che coordina le attività collegate a questa direttiva, perciò affrontiamo anche il problema dei rifiuti nel mare. Nell’ambito delle nuove misure previste dall’Italia, che sono oggetto di consultazione pubblica proprio in questi giorni, c’è lo “Studio, progettazione e creazione di una filiera per le cassette per il pesce per favorire il passaggio dall’utilizzo delle cassette monouso in polistirolo alle cassette lavabili e riutilizzabili”. Misura che ha proprio l’obiettivo di arrivare al divieto del polistirolo per le cassette della pesca. In questi giorni sta inoltre uscendo il decreto Salva mare” concepito quando il ministro dell’Ambiente era ancora Costa, che prevedeva incentivi ai pescherecci che riportano in terra rifiuti e la plastica presa nelle reti, evitando che questa venga ributtata in mare e contribuendo così a salvaguardare il buono stato ambientale dei fondali. Le direttive europee, come anche la “direttiva quadro acque”, forniscono importanti indicazioni per migliorare la qualità delle acque marine e combatterne l’inquinamento causato dall’impiego, ad esempio, della varechina e di altre sostanze utilizzate nelle case e nelle fabbriche. Si tratta di una quantità incredibile di veleni, e ognuno di noi deve cercare, per quanto possibile di evitare l’uso eccessivo di sostanze chimiche nella sua vita quotidiana; anche dei semplici detersivi, perché tutte le acque di scarico, anche se trattate, finiscono in mare: anche la semplice immissione di acqua dolce, se avviene in grandi quantità, può provocare modificazioni nell’ambiente marino.

Non è possibile utilizzare almeno per le case isolate non urbane dei pozzi neri di nuova generazione evitando che tutto finisca in mare?

Nel mar Rosso le acque reflue vengono trattate in modo da essere riutilizzate per irrigare e neanche una goccia finisce in mare.

Nel depuratore del Principato di Monaco, e da molti anni, il residuo secco del depuratore posto nella piazza principale di Montecarlo viene utilizzato come concime dei frutteti della Provenza, mentre la parte liquida serve per l’irrigazione.

Anche nel Comune di Domus De Maria (Capo Spartivento) in Sardegna il nuovo depuratore non permette alle acque reflue di raggiungere il mare: dopo opportuno trattamento sono utilizzate per l’irrigazione.

Allora devo correre in uno dei Palazzi comunali del mio Comune per dire all’Amministrazione che il depuratore prescelto per la mia città di mare sarà già obsoleto e poco utile quando sarà pronto… Si possono intercettare anche le microplastiche?

Per le microplastiche sono stati messi a punto dei filtri speciali da applicare alle lavatrici delle nostre case. Purtroppo, però, la loro introduzione è ancora costosa…

Parliamo infine di eolico, più efficiente e “pulito” del fotovoltaico. Nei mari del Nord è enormemente utilizzato. In Danimarca – oltre agli inceneritori nel centro di Copenaghen – ci sono grandi parchi eolici offshore. In Italia preferiamo portare la spazzatura a Copenaghen in nome dell’ambiente, e siamo contro l’eolico perché deturpa il paesaggio. Ma se le pale sono piazzate a tre miglia dalla costa non si vedono nemmeno, e per giunta possono creare aree di ripopolamento del pesce…

Il ministero per la Transizione ecologica si occupa di questi argomenti. È stato recentemente attivato un bando sull’eolico offshore, e sono già arrivate diverse manifestazioni di interesse. Come Ispra sono chiamato a collaborare direttamente e definire aspetti tecnici importanti, così che queste strutture siano realizzate in modo da non avere impatto sull’ambiente. Gli impianti realizzati oltre le 12 miglia dalla costa saranno flottanti e dovranno, per esempio, essere ancorati in modo da non danneggiare gli habitat presenti sui fondali ed evitando che siano posti sulle rotte dell’avifauna migratoria, per evitare che costituiscano un pericolo per diverse specie di uccelli.