Bunga babau

Sociologi e studiosoni possono pure affannarsi a spiegare i trucchi con cui si attira l’attenzione su un oggetto per muoversi altrove, indisturbati. Ma prima di tanta letteratura si chiamava semplicemente specchietto per le allodole, o diversivo. Funziona sempre, e basta poco. Esempio: si annuncia che il centrodestra è compatto su Silvio Berlusconi presidente e si scatena la composta rabbia dei buoni e bravi. Con educazione si corrucciano, fra gli altri, la sinistra perbene, il cattolicame di maniera, i no bunga-no bunga.

Nessuno del centrodestra, fra quelli che contano, ha mai pensato per un solo attimo che Silvio Berlusconi potesse diventare presidente di una parte degli italiani: lui, goliardo geniale con innato senso dei sondaggi, non pronuncerebbe mai frasi marmoree come “di tutti gli italiani” per rispetto verso il colle Quirinale, che rischierebbe lo sgretolamento a causa di onde di pernacchie sismiche. Il timore impercettibile, ma drammatico, di una classe politica insipiente sta nel fatto che Mario Draghi è pur sempre l’unico rispettato nel resto del mondo, per cui confinarlo nel nulla presidenziale farebbe tornare l’Italia a essere la Contea Casalina dei banchi a rotelle. Dunque, le parti tratteranno e la destra ha mosso per prima, con lo spauracchio molto negoziabile del Bunga Babau.

Questo è solo il calcio d’avvio, ma nelle elezioni per il settennato (una specie di ridicolo mini-regno) i preliminari appassionano tanti italiani, anche quelli che li ignorano durante le formalità sessuali. Chi legge i giornali forse intuisce quale sarà la seconda fase dopo la sparata che indigna: un nome condivisibile, che rincuora dopo lo spettro di mani improvvise su chiappe euronorevoli.

Tranquilli, il primo-uomo italiano dei prossimi sette anni, meglio sarebbe prima-donna (finalmente in senso presidenziale), insomma chi ci traghetterà dall’era Covid all’era chilosà non sarà sicuramente il Silvio imbarazzante. Sarà uno serio, al di sopra delle parti. Soprattutto di quelle che non saranno le sue.