Ai mali della giustizia non rimediano riforme timide, ma i referendum

Dopo un lungo periodo di riserbo, da taluno giudicato quasi omissivo rispetto ai suoi doveri, in occasione del discorso pronunciato il 3 febbraio per la ri-elezione, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha detto parole non equivoche sulla crisi della giustizia, “per troppo tempo… divenuta un terreno di scontro che ha sovente fatto perdere di vista gli interessi della collettività”. Di qui la necessità di un “profondo processo riformatore” che è “indispensabile” giunga “con immediatezza a compimento”. Molto più che un’esortazione, nelle frasi del capo dello Stato si riscontrava una volontà indirizzo nei confronti della classe politica e del governo, affinché si affrettasse la risposta legislativa dopo gli scandali che avevano riguardato il “mercato delle nomine” nelle Procure e il pesante condizionamento delle correnti interne alla magistratura associata nell’assegnazione degli incarichi dentro lo stesso Csm.

Il riferimento immediato era chiaramente rivolto alla delega ottenuta dal governo Draghi per procedere a un cambiamento dell’organizzazione giudiziaria, anche in ottemperanza alle sollecitazioni che da tempo provengono dalle istituzioni europee. Tanto più dopo il varo del Pnrr che, come riferito dal Guardasigilli Marta Cartabia, è di fatto subordinato proprio a una incisiva riforma della giustizia italiana. A quattro mesi dal discorso di Mattarella, la legge delega di riforma predisposta dal ministero di Via Arenula è stata approvata in prima lettura alla Camera dei deputati. All’approvazione si è giunti dopo grandi resistenze, che hanno influito non poco a edulcorarne i contenuti per soddisfare le riserve espresse dagli organi di rappresentanza dei magistrati quanto mai restii a qualunque cambiamento.

Il percorso è stato pertanto sofferto, registrando divisioni interne alle forze politiche di maggioranza manifestatesi anche nel voto conclusivo, quando i parlamentari del partito di Renzi, Italia viva, hanno optato per l’astensione. Non si può certo dire che i 43 articoli del testo approvato diano chissà quale soluzione convincente, rispetto ai molti problemi emersi in occasione delle recenti vicende che hanno demolito la credibilità e il prestigio degli organi giudiziari. La composizione del Csm resta affidata al confronto fra le correnti interne al sindacato delle toghe, mantenendo pertanto tutte le criticità che questo comporta in termini di dipendenza dai condizionamenti di natura ideologica o politica (Capo IV, artt. 21-37). Da 16 i membri togati sono portati a 20, da eleggersi in collegi territoriali binominali dopo essere stati candidati da liste organizzate, che richiederanno comunque, per la quota riservata ai pm, l’appartenenza a una delle quattro sigle sindacali (Area, Autonomia e indipendenza, Unicost e Magistratura indipendente).

Al di là di alcuni aggiustamenti esclusivamente formali, cambierebbe dunque poco rispetto alle condizioni che sono state all’origine del cosiddetto scandalo Palamara. Altrettanto risibili le altre modifiche introdotte, a proposito del fascicolo di valutazione dell’operato dei magistrati (articolo 3) che resta assolutamente nel vago, come pure dei limiti al passaggio di funzioni (articolo 11) che potranno continuare a verificarsi sebbene con dei paletti temporali (nove anni). Per quanto riguarda la riorganizzazione dell’ufficio del Pubblico ministero (articolo 13), in sostanza si è semplicemente data veste formale alle consuetudini già in atto nelle varie procure: l’azione penale sarà sempre programmata dal procuratore, al quale sarà affidato l’accertamento di eventuali pendenze dei componenti l’ufficio e l’adozione dei criteri di priorità dei procedimenti da intraprendere. A ben vedere, dunque, nessuna delle norme introdotte può dirsi realmente incisiva. Né tanto meno può giustificare l’idea – cara a molta narrazione mediatica e politica – che possano essere sostitutive dei quesiti abrogativi da sottoporre a referendum il prossimo 12 giugno.

Con i cinque referendum radicali sulla giustizia ai cittadini italiani è data la possibilità concreta di intervenire sulle modalità di presentazione delle candidature all’interno del Csm, eliminando l’obbligo di farla dipendere dalla raccolta di firme e quindi dal beneplacito delle correnti; di rimuovere le scappatoie procedurali che consentono l’abuso del ricorso alla carcerazione preventiva; di imporre la scelta a inizio carriera tra funzione giudicante o requirente; di riconoscere anche ad avvocati e accademici il diritto a far parte dei comitati di valutazione sui magistrati; di abolire il Decreto Severino, con la sua demolizione del principio di non colpevolezza dell’indagato sancito dalla Costituzione. Apponendo la croce sul nelle cinque schede è possibile dare avvio a un percorso di riforma vera della giustizia e dal quale può derivare non solo un riequilibrio dei poteri, ma anche il sempre più indispensabile recupero di credibilità dei magistrati e del loro ruolo nella società.

(*) Tratto da Agenzia Radicale