La crisi del talk-show ai tempi dell’invasione in Ucraina

L’eterna crisi del dibattito televisivo vive una nuova fase. Ai tempi dell’invasione militare russa in Ucraina, va in scena una polarizzazione delle opinioni mai vista prima. Dopo gli accesi talk-show della fase acuta della pandemia da Covid-19, popolati da virologi “rigoristi” e politici “aperturisti”, ora la ribalta è occupata dagli esperti di geopolitica. Generali, strateghi, giornalisti e docenti si contendono una poltrona, ospiti di programmi d’informazione trasformati in ring su cui combattere una guerra di opinioni. Così, i fatti sono derubricati a fastidioso orpello “novecentesco”. Il trionfo dell’insulto gratuito nella prima serata televisiva è un fatto passivamente accettato dagli ospiti. Non più dagli spettatori. Che, infatti, disertano in massa la tivù generalista, in favore della piattaforma in streaming. Nei talk-show il confronto è stato sostituito dall’accusa costante. Lo spazio televisivo è occupato sistematicamente da intellettuali affetti da commovente narcisismo che si professano promotori di una fantomatica battaglia contro il “pensiero unico filoccidentale”. Chiedono pari dignità tra una posizione sfacciatamente filoputiniana (la loro) e l’altra, che giudicano chiaramente filoucraina (quella del resto del mondo). Vogliono omettere un fatto di lapalissiana importanza: da una parte, figura un Paese invasore (la Russia di Vladimir Putin), dall’altra un Paese un aggredito (l’Ucraina di Volodymyr Zelensky).

Prima, le lamentazioni quotidiane del professor Alessandro Orsini (ospite fisso di CartaBianca, programma condotto da Bianca Berlinguer, su Rai 3, ndr), che propone la neutralità dell’Italia, nel caso in cui la Russia dovesse colpire un Paese della Nato. Dopo è stato il turno delle polemiche internazionali seguite all’intervista-comizio che il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha concesso a Giuseppe Brindisi, trasmessa nel corso di Zona Bianca, su Rete 4. Ora è tempo di nuovi propagandisti russi. Nelle ultime settimane imperversa Nadana Fridrikhson che lavora per l’emittente Zvezda, diretta emanazione del ministero della Difesa di Mosca. La cronista russa attacca continuamente la stampa occidentale. L’altra sera, Fridrikhson si è “superata”. Ospite a DiMartedì, su La7, ha accusato Giovanni Floris di censura perché, a suo avviso, non l’avrebbe fatta rispondere alle domande. Ovviamente, tra gli ospiti in studio è risuonata una collettiva e fragorosa risata.

Per tutte queste regioni, secondo alcuni studiosi, pare sia arrivato il tempo di dire “basta”. Invitati a partecipare alle numerose trasmissioni di approfondimento giornalistico dedicate alla guerra hanno detto “no”. La politologa Nathalie Tocci, direttrice dell’Iai (Istituto affari internazionali di Roma), ha deciso di spiegarne le ragioni in un editoriale apparso sulla Stampa. A suo avviso, il criterio principale per partecipare a un programma è quello di sapere in anticipo chi siano gli altri ospiti presenti in studio. Quando è venuta a sapere della partecipazione della citata giornalista russa, ha deciso di “tirare una linea”. Il motivo viene approfondito nelle righe successive del suo pezzo. “Quando viene ospitata la propaganda russa la logica è diversa. Se il formato fosse mirato a smascherare la propaganda russa allora non ci sarebbe stato bisogno della mia presenza. Il lavoro dello smascheratore è del giornalista, non il mio. Nel formato del talk-show, invece, il conduttore non smaschera le bufale fattuali, non fa fact-checking, bensì le presenta come opinioni che un altro opinionista è chiamato a contrastare, peraltro in pochi minuti”. Per la politologa, “stiamo scivolando verso una deriva pericolosa, che conduce dritto alla disinformazione. Mettere sullo stesso piano il vero e il falso insinua il dubbio nel vero e il falso nel vero. Io credo che dietro alcune scelte si nasconda piuttosto il lento lavoro di influenza della Russia. C’è qualcosa di bizzarro nel fatto che tutto d’un tratto siano emersi esperti, come Orsini, mai visti né sentiti prima”.

L’invettiva di Tocci ha un obiettivo preciso: la struttura stessa del talk-show. Così, dopo aver partecipato per quattro puntate a Piazza Pulita (un programma condotto da Corrado Formigli, su La7, ndr) ha deciso di sfilarsi. “Io, Nona Mikelidze e Nathalie Tocci non saremo in tivù. Ci hanno invitato ma abbiamo declinato”, ha annunciato su Twitter, prima della trasmissione Di Martedì, Andrea Gilli, docente al Defence College, l’università della Nato, fra i più richiesti esperti del settore. Se scorrendo la lista degli ospiti ne scorgerà qualcuno riconducibile al regime moscovita, Gilli si sottrarrà. Perché, come spiega a Repubblica, “ci si può confrontare sulle opinioni, sulle interpretazioni e sulle soluzioni: non con chi diffonde dati falsi preparati direttamente dall’ufficio propaganda del Cremlino. È anche una questione di rispetto verso giornalisti, ricercatori e docenti russi che rischiano il carcere per semplice dissenso”. Secondo Nona Mikelidze, ricercatrice georgiana allo Iai, “tutti si lamentano che i media italiani appoggiano troppo il mainstream occidentale, mentre se guardi la tivù, ti accorgi che ci vanno soprattutto quelli che dicono: È vero, Putin è un aggressore, ma… e quel ma serve per propinare la visione del Cremlino. A me è capitato tante volte. Anche a causa dei ritmi televisivi, non si riesce mai ad approfondire, tutto resta in superficie. Specie con i propagandisti, tu devi fare il fact checker. Danno notizie false, citano eventi inesistenti e io, anziché dire ciò che penso, passo il tempo a smontare i fake che ho sentito”.