Si è appena concluso l’Eurovision Song Contest, che quest’anno si è svolto in Italia, nella bellissima Torino, con la conduzione di Alessandro Cattelan, Laura Pausini e Mika. A trionfare è stato il gruppo ucraino Kalush Orchestra, con la canzone “Stefania”, dedicata alla madre del frontman della band, Oleg Psjuk. Sebbene i concorrenti ucraini fossero quinti nella classifica stilata dalla giuria, il voto popolare ha completamente ribaltato la graduatoria e ha consegnato la vittoria ai Kalush Orchestra. Dal palco, la band non ha mancato di lanciare un appello: “Aiutate il popolo ucraino! Aiutate Mariupol!”. Applausi e standing ovation da parte del pubblico.

Nonostante la canzone – l’ho ascoltata personalmente, più e più volte – sia oggettivamente bella, con un ritmo coinvolgente e delle parole piene di significato che sono un inno alla vita e, soprattutto, all’amore autentico, viscerale e indistruttibile; nonostante il video musicale, girato tra le macerie delle città bombardate, mostri le scene di questa guerra, tra una soldatessa intenta a portare in salvo una bimba, palazzi distrutti e persone in fuga; nonostante il voto popolare abbia sancito che questa è la canzone meglio riuscita tra quelle in gara, già infuriano le polemiche. Si parla, infatti, di una “vittoria politica”.

Quest’obiezione parte – neanche a dirlo – dalla Russia (ma viene prontamente recepita anche dai suoi sodali): gli europei vengono accusati di essere proni ai diktat di Volodymyr Zelensky anche quando si parla di musica – dato che il presidente ucraino aveva invitato a votare per i suoi connazionali – e la vittoria dei Kalush Orchestra viene liquidata come una “politicizzazione della musica”. Già, perché in Russia la politicizzazione (non solo della musica, ma di ogni aspetto della vita sociale e di ogni forma espressiva) e l’obbedienza ai diktat non sanno neanche cosa siano.

In primo luogo, sappiamo che durante il festival ci sono stati diversi tentativi di cyber-attacchi, proprio per impedire la vittoria del gruppo musicale ucraino, prontamente neutralizzati dalla Polizia postale. Che si tratti di invidia perché gli ucraini hanno vinto a furor di popolo, mentre i russi, per far vincere qualcuno che provi empatia nei loro riguardi e in quelli del loro presidente, hanno bisogno di truccare le votazioni? Possibile che questo Paese non riesca proprio a giocare pulito e a competere lealmente?

In secondo luogo, i russi, quanto a politicizzazione della musica, non hanno rivali nel mondo: vi dice niente il nome di Oleg Gazmanov? Il cantante ultra-nazionalista, vicinissimo al Cremlino e record di vendite, che nelle sue canzoni loda il potere militare della Russia, la sua capacità di “schiacciare i nemici” e i cui video musicali sono tutti a base di marce militari, carri armati e missili lanciati in ogni direzione? Per non parlare poi della politicizzazione dell’informazione, della scuola, della magistratura, dell’economia, della religione. In Russia tutto è politica e tutto è ordinato ai fini sciovinisti del regime di Vladimir Putin: poi accusano gli altri di politicizzare gli eventi e la musica? Ecco, appunto: meglio tacere al riguardo.

Da ultimo, i russi sono gli ultimi a poter dare lezioni di libertà d’espressione in chiave artistica: è in Russia che esiste l’obbligo di dire solo quello che riceve l’approvazione del Governo; è in Russia che ogni informazione, canzone, scritto, film, articolo, spot pubblicitario e quant’altro deve superare la censura; è in Russia che si finisce in galera per aver contrariato, anche al di fuori dell’ambito politico, la politica del regime. Non in Europa.

Gli europei non hanno risposto all’appello di Zelensky, ma si sono lasciati affascinare dal ritmo di una canzone e, forse, anche dalla presenza scenica dei Kalush Orchestra, dalla loro mescolanza di musica tradizionale ucraina e rap. Ma se anche avessero risposto all’appello del presidente ucraino, coloro che sono abituati a scodinzolare a comando quando vuole lo “Zar” dovrebbero avere il buon gusto di non darsi la zappa sui piedi da soli. Del resto, meglio rispondere al leader di una nazione democratica che lotta per la sua sopravvivenza, che non a Vladimir Putin. Permettetemi di dirlo, ma le polemiche russe (e non solo russe, purtroppo) sulla vittoria della band ucraina ricordano quelle dei giornali francesi in occasione della vittoria dei Måneskin, quando i componenti del gruppo rock italiano vennero accusati di drogarsi e di aver vinto solo perché sotto l’effetto di stupefacenti. Polemiche stupide e insulse, che danneggiano solo chi le solleva.

La band ucraina avrebbe vinto comunque, con o senza l’appello di Zelensky. Perché sono bravi e hanno concorso con un bel pezzo. Ma anche perché gli europei, oltre ad avere sicuramente gradito la canzone, hanno voluto dare uno “schiaffo morale” alla Russia putiniana (e a tutti i putiniani al di fuori della Russia). E lanciare un segnale di sostegno a quell’Ucraina che abbiamo imparato ad amare, con la quale non abbiamo potuto fare a meno di solidarizzare. Tale segnale gli europei lo avrebbero probabilmente inviato a prescindere da Zelensky. Certamente il fattore empatia avrà avuto un ruolo nel voto popolare. E quindi? Questo fa della vittoria degli ucraini una vittoria meramente politica?

Ammettiamo che si sia trattato di questo. Da sempre la musica, così come ogni altra forma d’arte, viene utilizzata anche per veicolare dei messaggi di natura politica. L’arte non è mai fine a se stessa: il bello ha sempre uno scopo che oltrepassa la semplice armonia delle forme (o delle note, del ritmo, in questo caso), l’estetica. La bellezza esteriore, sensibile, è sempre un segno che rimanda a qualcosa di interiore molto più profondo. Il bello serve a colpire, a catturare l’attenzione, a coinvolgere: ma non si tratta e non può trattarsi di un coinvolgimento fine a se stesso. Lo scopo è trasmettere un messaggio, esprimere un significato recondito, anche di natura politica.

Nell’antichità classica, l’arte era la testimonianza – giunta fino a noi – della grandezza e della potenza, intellettuale e politica, di quelle civiltà. La Chiesa si è servita della bellezza degli affreschi, delle cattedrali, dei dipinti e delle opere d’arte per insegnare e promuovere la fede cristiana. Durante il Rinascimento, i nobili e i sovrani di tutta Europa si contendevano i migliori artisti in circolazione e non badavano a spese per finanziare il loro lavoro: avere alla propria corte pittori, scultori, poeti e musicisti rinomati era un segno di prestigio per il casato. Nel Seicento, i re come Luigi XIV fecero di intere dimore come Versailles delle opere d’arte per mandare un messaggio di lusso, di sfarzo e, quindi, di potere. Di esempi se ne potrebbero fare molti altri, ma il fatto che la gran parte delle opere d’arte siano state prodotte anche con scopi politici, non diminuisce di una virgola il loro valore estetico e la loro bellezza, né ci spinge ad apprezzarle di meno.

L’arte ha da sempre delle implicazioni e degli usi politici: catturare l’attenzione e coinvolgere per poter veicolare un diverso messaggio. L’arte come segno, insomma, come strumento comunicativo. Tra questi, la musica, assieme alla pittura, è tra i più potenti. Ma prima di veicolare questo messaggio, l’opera deve essere oggettivamente gradevole a chi la osserva o interagisce con essa in altro modo, deve saper intercettare il gusto, almeno di un certo target, altrimenti non riceverebbe la giusta attenzione e il messaggio non verrebbe recepito da chi di dovere.

Nel caso di “Stefania” dei Kalush Orchestra, se l’intenzione era quella di mandare un messaggio politico a favore dell’Ucraina – quindi di impiegare l’arte per finalità politiche – il fatto che sia riuscita a catturare l’attenzione degli ascoltatori europei, a coinvolgerli emotivamente e a suscitare la loro empatia, significa che, prima ancora di vincere per il suo messaggio, per ragioni di solidarietà col popolo ucraino e con la tragedia che sta vivendo, ha vinto perché è piaciuta, perché giudicata valida, bella ed emozionante semplicemente come canzone. Tali polemiche sono, quindi, del tutto sterili: presumibilmente gli “ultimi botti” di una propaganda sbugiardata e annaspante che non ha più frecce al suo arco.