Interruzione di gravidanza: parliamone

No, non vogliamo parlare della cancellazione della storica sentenza Roe vs Wade: la Corte Suprema americana si è limitata a stabilire che in una federazione come gli Usa, ogni Stato ha diritto di legiferare indipendentemente dagli altri. Si può essere più o meno d’accordo, ma questa è la democrazia.

Seppur in un sistema diverso, anche in Europa ogni Stato ha leggi differenti sull’aborto.

Quindi no, i grandi sistemi li lasciamo agli esperti. Però ci sono casi di cronaca, casi reali di persone viventi, che meriterebbero di essere analizzati evitando posizioni ideologiche di principio.

Il primo è quello di una turista americana a Malta costretta ad essere trasportata di urgenza in Spagna per poter praticare un’interruzione di gravidanza necessaria a salvarle la vita. Il caso, riportato dai media lo scorso venerdì 24 giugno, è di una donna di 38 anni in viaggio con il marito per festeggiare la futura nascita della loro nuova famiglia: la coppia voleva il bambino. Purtroppo, però, alla sedicesima settimana la futura neomamma ha avuto delle complicazioni che hanno indotto un aborto spontaneo: contrazioni, rottura delle acque con conseguente perdita di liquido amniotico. La diagnosi non ha lasciato nessuna speranza: il feto non sarebbe potuto sopravvivere in nessun caso. I medici però non hanno potuto asportare il feto morente, anche se ciò comportava un grave rischio per la vita della donna, in quanto la legge a Malta è la più restrittiva di Europa. Avrebbero rischiato fino a 4 anni di carcere per la rimozione di un feto con zero possibilità di sopravvivenza, in quanto lo stesso aveva ancora il piccolo cuoricino che batteva (anche se ancora per poco).

Il secondo caso è di pochi mesi fa, rimbalzato sulla cronaca sempre nei giorni scorsi: quello di una bambina di 10 anni stuprata in America Latina a cui è stato impedito di abortire dai giudici, nonostante la legge preveda questa possibilità nel caso specifico di violenza subita. La bambina, nel frattempo diventata 11enne, è stata costretta portare avanti la gravidanza - nonostante le richiesta di sua madre di poter applicare la legge e farle praticare l’aborto, e nonostante il grave pericolo per la sua vita di portare a termine la gravidanza - e ha dovuto subire un cesareo di urgenza dopo due tentativi di suicidio. Il feto/bambino non è sopravvissuto.

I due casi sono evidentemente molto diversi, ma entrambi rappresentano in maniera lapalissiana (a parere di chi scrive) non solo l’inutilità di posizioni ideologiche a priori, ma anche quanto le stesse possano fare danni.

Fermo restando che l’interruzione di gravidanza/aborto non è e non può essere considerato come un metodo contraccettivo in ritardo, la domanda resta sempre la stessa: perché una potenziale nuova vita ha la priorità su una vita già esistente? Perché si preferisce far rischiare la vita ad una potenziale mamma per tutelare un feto/bambino che non potrà sopravvivere?

Mi si obietterà che gli esempi citati sono estremi, che rappresentano la famosa “eccezione alla regola”: ma la realtà è ben più complessa del nostro modo di analizzarla. Non esiste solo il bianco e il nero e la legge dovrebbe prevedere anche tutte le possibili sfumature di grigio nelle quali rientrano questi casi drammatici.