Ritratti. L’eterna giovinezza di Henrik Larsson

Tre giorni fa, oltre a essere un martedì di settembre, a pesare non c’è solo il fatto che l’estate – pure stavolta – è finita, con immancabile ritornello ritmato dai Righeira. Già, perché il 20 settembre è il compleanno di Henrik Larsson. Di candeline ne spegne 51, gli anni Novanta non si vedono più e, anche se per Rino Gaetano il cielo è sempre più blu, da quest’altra parte non siamo più ragazzi.

La verità, spesso e volentieri fa male. Come tanto male faceva – sportivamente parlando – l’attaccante svedese di Helsingborg. Nella squadra della sua città comincia a far parlare di sé nel modo che conosce meglio, ovvero a suon di gol. Un biglietto da visita di primordine, che gli permette di approdare in Olanda, al Feyenoord, dove rimane fino al 1997 (portando a casa due coppe dei Paesi Bassi). Nel 1994 è convocato dalla Nazionale per i Mondiali di calcio statunitensi: il reparto avanzato della squadra scandinava ha una potenza di fuoco niente male, con Martin Dahlin e Kennet Andersson. Ma anche il resto non scherza: Tomas Brolin (che fa le fortune del Parma, poi converge verso le lasagne e il poker), il compianto Klas Ingesson, il “pazzo” Thomas Ravelli tra i pali, i centurioni difensivi Patrik Andersson e Joachim Björklund, la saggezza di Jonas Thern. Questo plotone è una scheggia impazzita venuta dal Nord che, alla fine, conquista la medaglia di bronzo: in semifinale si inchina – di misura, gol di Romario – ai maestri brasiliani, ma nella finalina strapazza la Bulgaria. Una sorpresa per qualcuno, una certezza – invece – per chi trascorreva le giornate tra giochi di calcio manageriali e match all’ultimo sangue a Sensible Soccer.

Henrik Larsson, comunque, c’è, con i suoi dreadlock biondi che fanno tanto frontman stile Rage Against The Machine. O meglio: che fanno tanto Zack de la Rocha. Rocha che, in teoria, deve essere il cognome dello sgusciante centravanti (il padre, Francisco, è un marinaio originario di Capo Verde). Ma all’anagrafe i genitori del bimbo, che un giorno sarà famoso, decidono di dargli quello della madre (che si chiama Eva Larsson). Il motivo lo spiega in un’intervista al sito della Uefa il diretto interessato: “Odiare qualcuno solo per il colore della pelle, è una cosa che non ho mai capito né mai capirò. Invece di darmi il cognome di mio padre, hanno scelto di chiamarmi con quello di mia madre. È stata una scelta per proteggermi, il che non doveva assolutamente essere necessario. Ma questo era il clima quando sono nato io”.

Passa il tempo ed Henrik – detto Henke – si consacra nel pianeta calcio con la maglia del Celtic (quattro campionati, tre coppe di Lega, due coppe di Scozia e 174 reti). Da lì sarà la volta del Barcellona ed è ancora musica: nella finale di Champions League del 2006, contro l’Arsenal, entra dalla panchina e fornisce due assist, uno a Samuel Eto’o e Juliano Belletti, che realizzano i gol del sorpasso sugli inglesi. Con i blaugrana conquista pure due campionati e una coppa di Spagna. Vincerà poi una Premier League con il Manchester United e una Scarpa d’Oro.

A una certa si rasa i capelli, adesso invece la chioma è a tinte grigie. Eppure, pensando a Henrik Larsson, l’impressione è che l’orologio sia fermo agli assoli del grunge, alle sgroppate sulla fascia e al pallonetto in un derby contro i Rangers di Glasgow, che mette il timbro a una carriera che gli infortuni non spezzano. Nonostante quelle “maledette” 51 candeline, la sciatica, la spesa sotto casa e i ricordi di un tempo che non c’è più.