Ritratti. Brian Clough e il dominio della provincia

Inutile girarci intorno. Ognuno – chi per un verso, chi per un altro – nella sua vita ha una storia indigesta. O meglio: una storia che prende una piega diversa rispetto a quanto desiderato. Amore, lavoro, amicizia: il campionario è vasto. Parafrasando gli Elio e le storie tese, possono passare gli anni e i governi, ma quel tarlo è come l’Ovosodo di Paolo Virzì: non va né su, né giù. E non sempre ci fa compagnia come un vecchio amico.

Ma si sa: esistono le eccezioni alla regola. Oltremanica, infatti, c’è chi da un insuccesso – professionale e sportivo – costruisce una vittoria personale, assicurandosi un posto alla sezione “mito e leggenda”. Brian Clough, originario di Middlesbrough – borgo del North Yorkshire, la cui squadra di calcio vanta nel proprio almanacco una colonia italiana composta da Silver Fox Fabrizio Ravanelli, Massimo Maccarone detto Big Mac, Gianluca Festa e Marco Branca – da giocatore, con la maglia del Boro, per due volte consecutive è capocannoniere della Second Division, la seconda serie calcistica inglese, l’attuale Football League Championship. Un attaccante che conquista i gradi di idolo locale a suon di gol. E lo fa in un interregno spesso paragonato al Purgatorio. Un bomber di provincia, insomma, come i nostri Stefan Schwoch o Daniele Cacia.

Una parentesi nobile, di tutto rispetto. Ma il bello deve ancora arrivare. Già, perché Clough da allenatore sale in cattedra, in tutti i sensi. E lo fa lontano dai riflettori che contano, portando una squadra dalle serie minori al successo tra i “grandi”. Non una, ma ben due volte. In primis è il Derby County, con cui vince un campionato inglese e uno di Second Division (negli annali anche una semifinale infuocata di Coppa dei Campioni contro la Juventus, dove il nostro si lamenta oltremodo con l’arbitraggio). E poi è la volta del Nottingham Forest, con cui va oltre ogni pronostico. Ovvero: un campionato, una Charity Shield, quattro Coppe di Lega, una Supercoppa Uefa e due Coppe dei Campioni consecutive. A ciò va aggiunto, per gli amanti delle statistiche, che è uno dei tre tecnici che hanno vinto il titolo nazionale in Inghilterra con due squadre diverse. Difatti, condivide questo unicum con Herbert Chapman (Huddersfield Town, Arsenal) e Kenny Dalglish (Liverpool, Blackburn Rovers).

Ciò nonostante, come dicevamo, c’è sempre quell’Ovosodo di troppo. E nel suo caso non è il noto rione popolare di Livorno, bensì il Leeds United dell’odiato Don Revie. Il club del West Yorkshire è il suo chiodo fisso. Un pensiero incessante, damned. Sì, maledetto. Come raccontato nel “Maledetto United”, romanzo di David Peace da cui sarà tratta la sceneggiatura dell’omonimo film di Tom Hopper. Da quelle parti Clough, che sostituisce Revie chiamato ad allenare la Nazionale inglese, dura quarantaquattro giorni. Più di Papa Luciani, ma certo la cosa non lo può rincuorare. Insieme allo storico vice, Peter Taylor, ripartirà da Nottingham e dal fiume Leen. Lontano da tutto, ma nel posto giusto, per osservare dall’alto verso il basso i suoi nemici. Il resto è scritto nella Bibbia del pallone.

Il 20 settembre avrebbe compiuto 87 candeline. Se ne è andato nel 2004, quando di anni ne aveva 69. Senza più tarli, o forse sì. Chissà. Ma sicuramente con la certezza di aver costruito un Impero dove altri non sarebbero stati capaci di mettere nemmeno le fondamenta. Un altro calcio, certo. Segnato, però, da uno dei manager più carismatici – e vincenti – di sempre. Capace di rendere grande la provincia. Alla faccia del Maledetto United.