Carceri: basta con i santoni del mattone ad ogni costo

Dalla sentenza della Cedu agli Stati generali nulla è cambiato nelle carceri

Indirizzando il suo avvertimento al presidente del Consiglio e al ministro della Giustizia, il penitenziarista, nonché presidente onorario del Cesp, Enrico Sbriglia in un suo articolo recente così scriveva a proposito dello stato delle carceri e degli esperti in edilizia penitenziaria: “Diffidino dei Santoni del mattone ad ogni costo, si insospettiscano (Giorgia Meloni, Carlo Nordio e forse anche il Dap, osservo io) verso quanti vogliano cancellare l’esistenza degli istituti malmessi, per farne dei nuovi e, in tal modo, distruggere la prova provata di decine di anni di malgoverno e di cattiva programmazione, rifacendosi così la verginità forse mai posseduta; abbiano i nuovi conductores tale civico coraggio!”.

Più chiari di così non si poteva essere in merito al “trust” di cervelli intorno al malato-carcere. E, citando di fatto la sentenza della Cedu (Convenzione europea dei diritti dell’uomo) con la quale si sanzionava pesantemente l’Italia per il modo come non avesse rispettato i diritti umani dei detenuti costringendoli in carceri invivibili, aggiungeva “negli ultimi anni, in molti istituti, è stato violato ogni principio di proporzioni tra cubature detentive e spazi aperti, stuprate le poche aree verdi ancora disponibili, cassate le superfici libere, che ben avrebbero potuto essere impiegate per realizzare centri di formazione professionale per i detenuti, aule scolastiche, fattorie, laboratori artigiani, luoghi di culto, locali attrezzati per le attività trattamentali in genere, preferendosi, invece, realizzare ulteriori padiglioni penitenziari e così trascurando le conseguenze di un accresciuto carico antropico sulle strutture, sui servizi e sottoservizi, con continue problematiche per le reti fognarie, gli impianti elettrici, le centrali termiche, già stressate e sull’orlo del collasso; scopriranno così che da anni, in tante realtà, non venivano puntualmente eseguite le periodiche manutenzioni ordinarie, preferendo che anche il più modesto graffio si trasformasse in una ferita profonda e deturpante, necessitando poi della sala operatoria, per poi dichiarare come l’intervento fosse perfettamente riuscito, ma il paziente, perché poco collaborativo, invece morti”.

Nonostante i ripetuti tavoli tecnici e le più diverse Commissioni di esperti fatte nel tempo, oltre ai più reclamizzati “Stati generali dell’esecuzione penale” voluti dall’ex ministro della Giustizia Andrea Orlando, ecco allora emergere da queste considerazioni una preoccupante carenza di valutazione e di merito rispetto all’intero patrimonio edilizio penitenziario. Laddove tuttora si registrano le inefficienze in termini di qualità del servizio riguardanti lo stato delle carceri, si presenta con tutta chiarezza nonostante i non pochi anni trascorsi, l’assenza di un benché minimo programma basato su una seria metodologia tecnica riguardante la manutenzione ordinaria del patrimonio edilizio. In questo caso mancando purtroppo una cultura sistemica in merito alla funzione e ruolo del carcere anche in termini contestuali.

Nelle varie occasioni promosse dal Ministero, oltre alle prestigiose conferenze, ai tavoli tecnici, agli inutili dibattiti tra i “Santoni del mattone ad ogni costo” e alle proposte di futuribili e costosi mega carceri (vedi Nola), emerge il sospetto che tali riunioni, a fronte dell’indifferenza circa la penosa situazione penitenziaria, siano servite più a vantaggio dell’autoreferenzialità piuttosto che per risolvere i reali problemi di chi è detenuto e in carcere si ammazza. Durante il lungo tempo inutilmente trascorso dagli Stati generali del 2015 ad oggi, anche a seguito dell’umiliante condanna dell’Italia da parte della Cedu, suppongo che si sarebbe potuto promuovere uno studio sullo stato delle carceri in Italia, redigendo delle schede operative, caso per caso, atte a promuovere le azioni necessarie per rimodulare in termini di efficienza funzionale i singoli istituti.

Il programma una volta deciso avrebbe potuto anche avvalersi di quanto già elaborato dal Ministero della Giustizia di una ricerca compiuta dai suoi tecnici già nel lontano 1997 (!) con lo studio Repertorio del patrimonio edilizio penitenziario in Italia per redigere finalmente una sorta di manuale sistematico e puntuale su quanto occorreva risolvere, separando e ordinando le diverse tematiche in base al tempo e alle risorse disponibili, così come ampiamente già illustrato nel testo Non solo carcere, norme storia e architettura dei modelli penitenziari di Autori vari, Mursia 2016. Sarebbe bastato affrontare nei termini giusti il problema reale su cosa fare per le carceri esistenti sul territorio, invece che promettere altisonanti progetti avveniristici per le “nuove” carceri, per nuovi salati appalti, per nuovi incarichi a più diretto beneficio degli autonominatisi “archistar” della carcerazione.

(*) Vicepresidente Cesp