La città: una realtà che è cambiata o sta cambiando

mercoledì 21 giugno 2023


Il luogo di nascita, la residenza, il domicilio sono termini, sono riferimenti fissi e quasi obbligati della nostra esistenza ma che, forse, hanno perso o stanno perdendo il loro significato. Ormai viviamo temporaneamente in un ambito urbano e sappiamo che il riferimento fisico non è più vincolante perché lavoriamo in una realtà urbana diversa da quella in cui abitiamo sistematicamente o siamo convinti che, per svariati motivi, sia possibile cambiare la nostra realtà abitativa, cambiare quartiere, cambiare città, scegliere, addirittura, non l’urbano ma la campagna. Una modifica che in realtà rivede integralmente le nostre abitudini e ridimensiona, in modo sostanziale, anche i nostri riferimenti nostalgici. Ma di fronte a questo cambiamento, a questa rivisitazione sostanziale dell’abitare, scopriamo che un grande urbanista, come Carlos Moreno della Università Pantheon Sorbone di Parigi nei prossimi giorni, terrà una conferenza al festival della economia circolare e della transizione ecologica in cui esporrà la sua visione di città caratterizzata da una ricchezza di servizi in ogni singolo quartiere: scuole. Uffici, negozi, ristoranti, ospedali.

Tutto, ripete Moreno, deve essere a portata di mano, tutto deve essere raggiunto al massimo in un quarto d’ora a piedi o in bicicletta. E sempre Moreno insiste: “Quello che non riescono a fare i giovani per contrastare il cambiamento climatico lo stanno facendo i Sindaci, poco importa l’orientamento politico. La sindaca di Parigi Anne Hidalgo è stata la prima nel 2019 ad abbracciare l’idea durante la campagna per il secondo mandato. Poi è stata la volta di Barcellona; ma il salto a livello internazionale è avvenuta nel 2022 quando il Cities Climate Leadership Group (rete di oltre 100 metropoli del pianeta) ha scelto un simile concetto come uno dei suoi assi portanti”.

Stiamo quindi vivendo una forte contrapposizione basata su due distinte impostazioni:

1) una completa assenza di riferimenti fisici e automaticamente l’annullamento della città intesa come sede fisica della propria storia;

2) una immagine nuova di città come mosaico di tessere autonome, autosufficienti in cui praticamente si azzera o si ridimensiona in modo sostanziale la mobilità, si abbatte la entropia tipica dell’urbano,

 Ebbene, dal 1991, cioè da oltre trenta anni, abbiamo deciso, come Paese, di sfruttare al massimo una condizione particolare posseduta dal nostro assetto territoriale e urbanistico: in nove grandi aree urbane come Torino, Milano, Genova, Venezia Mestre, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari ed in otto aree urbane medie come Novara, Brescia, Verona, Vicenza, Parma, Reggio Emilia, Padova, Salerno, si concentrano oltre 13 milioni di abitanti e questa ricchezza di utenti motiva ampiamente un servizio, quello dell’alta velocità ferroviaria, che praticamente, come ripeto sempre, ha ridimensionato la funzione dello spazio ed ha esaltato al massimo quella del tempo. Nasce spontaneo un interrogativo: per quale motivo non dovrebbero convivere le due linee di pensiero, le due impostazioni di città: una integrata in una rete nazionale ed una organizzata al suo interno con micro realtà autonome?

A mio avviso non possiamo continuare a difendere una nostra immaginazione di città, non possiamo imperterriti continuare a difendere un concetto nostalgico che ci lega al ricordo evolutivo della nostra esistenza. Ormai non tanto la mia generazione ma le prossime generazioni rivedranno sempre più il concetto di “distanza”, rivedranno sempre più le logiche con cui fruire di ciò che offre non più una realtà che ancora continuiamo a chiamare “città” ma che invece sarà qualcosa che si caratterizzerà come sommatoria di luoghi da fruire, in alcuni casi, addirittura in un arco temporale di una sola giornata. Si vivrà, come già si vive, a Roma ma si lavorerà a Firenze e viceversa. In questa rivoluzione concettuale non viene meno il nostro affetto per una determinata realtà urbana ma tale innamoramento non è più un vincolo quasi inamovibile.

Senza dubbio Carlos Moreno persegue, con la sua intuizione strategica una finalità ecologica con relativo abbattimento del CO2, ma, a mio avviso, l’unica condizione che nessuno può incrinare è proprio il concetto di città, sì quello più volte ribadito un secolo e mezzo fa da Max Weber: “Ambito territoriale caratterizzato dalla presenza di un complesso di funzioni e di attività integrate e complementari, organizzato in modo da garantire elevati livelli di efficienza e da determinare condizioni ottimali di sviluppo delle strutture socio – economiche”. Questo concetto, nel nostro Paese, grazie al sistema ferroviario ad alta velocità, si amplifica ulteriormente ma non innesca in nessun modo vincoli all’interno delle singole realtà urbane.

In questo interessante dibattito penso, nei prossimi anni, si aggiungerà una delle esperienze più interessanti nella storia urbanistica del Paese: la istituzione della città dello Stretto. Non una megalopoli del sottosviluppo ma una esperienza evoluta di città organica e vasta all’interno del Mezzogiorno, al centro del Mediterraneo. Qualcosa di simile avvenne dopo la costruzione del ponte delle Catene a Budapest, un ponte lungo circa 400 metri che attraversa il Danubio. Così avverrà per Reggio Calabria, Villa San Giovanni, Messina e Catania e questa rivoluzione territoriale avrà più bisogno di collegamenti certi, efficaci ed efficienti e non di ghetti residenziali autonomi.

Questa non facile tematica, purtroppo, nel nostro Paese, non dispone di una riforma urbanistica adeguata, siamo praticamente fermi alla Legge 1150 del 1942 e suoi parziali ed inadeguati aggiornamenti, siamo fermi ad un Titolo V della Costituzione che ancora oggi, in occasione del dibattito sull’autonomia differenziata, testimonia la difficoltà del rapporto tra organo centrale e locale nella gestione del territorio. Intanto, come dicevo all’inizio, stanno venendo meno delle categorie che avevano caratterizzato da sempre la nostra memoria e rischiano di generare equivoci su ciò che invece sarà ciò che spesso, senza capirlo, sarà il futuro.

(*) Tratto da Le Stanze di Ercole


di Ercole Incalza (*)