I tre assassini di Giulia

mercoledì 22 novembre 2023


Sono giorni che tanti italiani si interrogano, ancora una volta, tentati dalle loro certezze o scossi da nuove prospettive, sul perché o sui perché dell’ennesimo omicidio di una donna. Non mi piace il termine “femminicidio”: mi sembra troppo burocratico, troppo giudiziario. Giulia, la giovane donna ventuduenne (qualcuno, vedendo le sue immagini piene di disincanto, di sorrisi, di sguardi delicati, l’ha definita “immatura”, come una sorta di bambina già laureata) è stata trovata scalfita dalle coltellate, coperta da sacchi neri, gettata nel bosco come si fa con qualcosa di sterile, di abusato e svuotato. Lui, il ragazzo normale, il ragazzo sorridente, il ragazzo che controllava il telefono della fidanzata, con lo sguardo da Narciso 2.0, cresciuto forse con quella cultura da “doveri delle spose'” (rispetta il marito come capo, taci quando è alterato, schiva la familiarità con altri uomini), è scappato. Ha svuotato la sua cosa, l’ha sterilizzata della vita e l’ha annientata come l’umanità fa da sempre con gli inferiori. Lui, il ragazzo che ha tentato la sua vittima con la retorica dell’essere cambiato, è stato trovato a migliaia di chilometri dal luogo dell’omicidio, in Germania, senza benzina, in autostrada. In attesa di qualcosa, di qualcuno, di un perdono, di una condanna, di una gogna.

Una storia che ha tenuto l’Italia, sempre più confusa e smemorata, con il fiato sospeso. Ricerche internazionali, appelli, ipotesi, scavi nelle anime e nelle memorie dei coinvolti. Poi due corpi: uno morto, uno in attesa. Ammirevoli le parole del padre di Filippo, ammirevoli le parole del padre di Giulia. Onnipresente la sorella Elena. L’ho vista tante volte in tivù, in questi giorni, anche dopo il ritrovamento della sorella. Sembra incolpare il mondo maschile. Fa continuamente proposte per risolvere il problema alla radice. C’è il patriarcato, per lei. Come se nessuno lo sapesse. Giulia è stata uccisa da una cultura deviata, da una prassi diffusa, da un nemico ben inserito nella società. Ha chiesto, ha imposto, agli uomini, di fare “mea culpa'”. Perché? Perché io dovrei chiedere scusa? Io non sono quel ragazzo. Non voglio esserlo.

Se il patriarcato si vede anche dalle battute sulle gonne, sulle camminate provocanti, io non ho mai avuto atteggiamenti patriarcali. Non ho mai partecipato a chiacchierate da spogliatoio, da bar, da pub per uomini insoddisfatti e frustrati. Non ho mai avuto “paura” di avere una donna come capo, una donna come superiore. Non temo i “no” di nessuno. Non mi nutro di quella cultura delle “spose devote”. Mi affido a quell’ineffabile concetto della parità. Costruisco i miei rapporti senza andare oltre le competenze e i talenti della persona che ho di fronte. Non sono un malato del controllo, del potere emotivo, del carrierismo maschile. E penso, sperando che la realtà superi la mia stima numerica, che ci siano uomini così. Quando vedo coppie o famiglie, mi chiedo spesso come sia quel marito con la moglie, come sia quel padre con la figlia. Ho assistito spesso a scene premonitrici di qualcosa, di qualche rottura, di qualche schiaffo, di qualche punizione. Si è sempre impotenti. Fatti gli affari tuoi, mi dico. Cosa succederà? Me lo chiedo. Cosa succederà a casa, tra le mura che tutto sentono? Su questo si deve riflettere.

Poi programmare e applicare. Come si può cambiare una cultura relazionale fossilizzata a modelli del secolo scorso? Come si può intervenire su delle mentalità così tanto calcificate, dove il tempo ha depositato la ragione della superiorità? Qualcuno propone l’ora di educazione emotiva”, di educazione di genere. Ma questo basta? Davvero si può sperare che il manualetto dell’“uomo buono”, magari scritto da qualche psicologo, possa funzionare? Credo piuttosto che, prima della rivoluzione emotiva – che per essere fruttuosa deve manifestarsi su un terreno ben predisposto – ci debba essere uno sforzo per stanare i disturbi mentali, i narcisismi, le ossessioni, le possessività deviate, le sindromi di superiorità. Oltre al patriarcato, che è un modello culturale, c’è la psiche. Che a volte può essere tanto deviata e inarrestabile da portare, un po’ alla volta (non credo nei raptus) alla sedimentazione di idee violente. Facile parlare di uomini patriarchi, perché non parliamo di “malati mentali”? Questa espressione è forse così temuta, così soffocante, da farci pensare agli istituti dove venivano compiute le peggiori atrocità? O forse, parlando di “malati psichiatrici” pensiamo a tutti quelli che il nazismo ha gasato o ha utilizzato per le sperimentazioni mengeliane?

Si deve avere il coraggio di accettare che la mente può perdersi nelle infinite strade della devianza e che per salvare vite (vittime e carnefici) nella scuola si deve introdurre la psicologia e la psichiatria, non il manuale “contro la violenza”. Si deve capire cosa non va nelle persone con menti fragili e predisposte alla violenza, e lavorare su quello. E dobbiamo assicurarci che anche queste persone vengano introdotte in percorsi di detenzione e cura. Il malato mentale non è il “pazzo” di tanta iconografia cinematografica o criminologica. È una persona che fa parte della società, se ne nutre, che può anche dissimulare i suoi fantasmi e rigettarli mortalmente su chi si trova a scegliere come “vittima”. Spero che la politica, insieme al mondo dell’istruzione e della sanità, intervenga in questa direzione. Se da un lato appare necessario colpevolizzare la cultura del patriarcato (e anche del machismo), dall’altro non bisogna più declassare le malattie mentali a “incidenti” di percorso e predisporre di strutture valide e strumenti concreti. Giulia sarebbe stata uccisa dall’ex fidanzato, che avrebbe avuto come complici una cultura anacronistica e un disturbo mentale. Alla fine di questa riflessione, che non è solo mia, ma di tante italiane e tanti italiani, penso a Giulia. Al suo corpo, ormai ridotto ad un altare colpito dal sacrilegio, che griderà sempre. Penso a lei, alle sue ultime ore di rassegnata consapevolezza su quella macchina in fuga, a cosa ha pensato negli ultimi istanti, prima di diventare una cosa.


di Enrico Laurito