La pandemia da social

Come sta la Democrazia? Male. Anzi, malissimo, grazie. Chi e che cosa la sta uccidendo? I viral social, le fake news e noi stessi, eternamente connessi con un Nulla che non riusciamo a colmare di senso. A quanto pare, oggi, i nostri più terribili Demoni si celano dietro il paravento della comunicazione e dell’informazione globali, sinonimo di totale libertà e al contempo di vera, completa schiavitù. La febbre da social sta per divenire la nuova peste del terzo Millennio, milioni di volte più devastante dell’Aids in termini etici. Per capire come funzioni un simile paradosso, partiamo dal Russiagate e dalle sue ricadute, evitando di ricadere in Nuova Inquisizione, anche perché, grazie alla globalizzazione “circolare”, in questo caso specifico le streghe si contano a centinaia di milioni e gli Inquisitori stanno nello stesso comune, avvolgente sortilegio di Google, Facebook, YouTube, WhatsApp, Twitter, Instagram, etc..

Eppure, non molto tempo fa, lo sviluppo impetuoso dei social media aveva fatto sperare in un deciso salto di qualità dell’informazione e del dibattito politici, giustificato dal fatto che un’informazione accurata e una comunicazione senza ostacoli avrebbero aiutato le persone di buona volontà a sconfiggere corruzione, pregiudizi e menzogne. E, invece, tutto è perduto compreso l’onore (dei social network)! Il tramonto di ogni illusione è certificato dall’inchiesta sul Russiagate, che ha costretto Facebook ad ammettere che sulla sua piattaforma, prima e dopo le elezioni presidenziali del 2016, tra gennaio 2015 e l’agosto 2017, 156 milioni di utenti potrebbero essere stati vittima di disinformazione da parte dei russi. YouTube ha fatto lo stesso, dichiarando che 1.108 video e 36.746 accounts erano stati inseriti e aperti a partire da indirizzi Ip russi. Anziché fare chiarezza, i social media sono stati gli untori planetari virtuali di questo contagio. Ma il vespaio russo è solo l’inizio della tempesta.

Dal Sud Africa alla Spagna la lotta politica si fa sempre più selvaggia, in violazione di ogni civile dialettica e fair play. Da parte loro, infatti, i social media pregiudicano la funzione vitale del contraddittorio politico poiché disarticolano la capacità di giudizio degli elettori e ne aggravano le contrapposizioni frontali. Il loro uso amplifica a dismisura le divisioni che, o sono già esistenti all’interno dei gruppi sociali, ovvero originano dalle loro piattaforme.

La crisi finanziaria del 2007-08 ha stratificato un vasto risentimento popolare nei confronti delle élite emergenti da parte di tutti coloro che sono stati abbandonati al proprio destino. Cosicché, da allora, la guerra di opinione non si è più combattuta per contrapposizione tra classi sociali ma su posizioni identitarie (tipo Guelfi e Ghibellini). Anche se è vero che non solo i social media giocano a polarizzare le opinioni pubbliche, vedi tivù via cavo e i talk radiofonici, che privilegiano la rissa alla dialettica, la prevaricazione al ragionamento. Ma, mentre i canali televisivi tradizionali hanno un che di familiare, le piattaforme informatiche dei social media, invece, sono strumenti di comunicazione del tutto nuovi e ancora assai poco conosciuti, ed è proprio a partire dalle relative modalità operative che deriva la loro straordinaria influenza. Ma questo è un discorso che richiede tempo e pazienza. E più di un seguito sull’argomento.