Nel gorgo dei social

I social media sono un minaccia per la Democrazia? Sì, secco. Facebook, Google e Twitter, miti nati all’interno della ideologia digitale della Technè, dovevano essere quegli Dei in Gigabyte capaci di guarire la politica malata attraverso l’informazione aperta, con il fine nobilissimo di eradicare pregiudizi e false credenze. Com’è finita, invece? Esattamente all’opposto: abbiamo costruito l’incredibile regno delle fake news. Davvero siamo noi, quelli dai pollici abusati, i nuovi schiavi di S.M. La Technè? Se dessimo ascolto ai risultati di uno studio di ricercatori americani in cui si evidenzia come nei paesi più ricchi i possessori di smartphone tocchino lo schermo per una media di 2.600 volte al giorno, allora, vedete, non c’è scampo! Ma il rischio vero, invisibile, sta nel fatto che entità remote, del tutto anonime e sconosciute raccolgano e selezionino tutte queste informazioni nei famosi Big Data, a partire da un bacino di utenti di miliardi di persone, ci aiuta a capire quale sia la potenza di fuoco del nuovo, terribile Grande Fratello della Rete.

In buona sostanza è certamente vero che i social network non sono un valido supporto per far emergere la verità oggettiva, dando spazio al buon senso, dato che la strada per giungere alla verità è piuttosto faticosa e contrasta spesso con le convinzioni profonde di chi dovrebbe accettarla. Facebook, ad esempio, invece di rendere il sistema più saggio e prudente nei giudizi, gli impila una serie di suggerimenti compulsivi che ne esaltano la parzialità e il settarismo. Quindi, chi è diviso da un’opinione o da un giudizio rimane saldamente nelle sue ragioni ed è poco incline al compromesso. I social, cioè, non sono produttori o facilitatori di empatia dato che l’altro, l’antagonista, è sistematicamente tratteggiato come un mentitore in malafede, o un diffamatore. Il tutto si configura come un mostruoso vortice mentale fatto di banalità, scandali e insulti in cui le persone perdono letteralmente il bene dell’intelletto e, soprattutto, non sanno più discernere ciò che veramente conta nella società in cui vivono. Tutto ciò tende drammaticamente a discreditare l’arte del compromesso e le sottigliezze della democrazia liberale, privilegiando quei politici che parlano solo di cospirazioni e di chiusura delle frontiere.

Ed è così che il settarismo e la scelta identitaria (quella tra Guelfi e Ghibellini, per intenderci) contribuiscono alla fine della Dialettica. Con il risultato di discreditare (per mancanza di pratica!) le sottigliezze e le scelte di compromesso necessarie al mantenimento della democrazia liberale. Per combattere il multiculturalismo e l’immigrazione hanno sempre più peso nel mondo occidentale i politici che gridano al complotto e inneggiano al “nativismo”, a protezione delle tradizioni e delle identità nazionali. Altro esempio significativo. Dopo che, a conclusione della campagna elettorale del 2016, la magistratura indipendente americana ha denunciato l’interferenza e l’hackeraggio da parte dei russi delle mail e dei files riservati della Clinton, gli americani hanno ritenuto bene di litigare ferocemente tra di loro via social, anziché schierarsi contro il nemico comune! E fu così che la Costituzione americana sulle libertà civili, destinata a difendere i cittadini da dittatori e delinquenti, ha reso insostenibile la già oltremodo scomoda posizione di Washington, aggredito dai social media. E non è finita qui.