Meta, Google e il nodo privacy

Facebook e Instagram potrebbero non essere più disponibili in Europa. Questa è la notizia che trapela dal rapporto annuale di Mark Zuckerberg alla Sec (l’ente federale statunitense predisposto alla vigilanza della borsa valori). Una decisione che sarebbe a dir poco drastica, sia per l’enormità di utenti che utilizzano questi social quotidianamente, ma anche per la moltitudine di aziende che fanno di queste piattaforme la loro fonte di pubblicità e rendita principale. Tutto questo accadrebbe se Meta, ovvero l’azienda proprietaria di queste due piattaforme, non trovasse un accordo con l’Unione europea sulla veicolazione dei dati degli utenti tra il nostro continente e gli Stati Uniti. Insomma, una questione di tutela della privacy.

A gestire la questione dati personali nell’Ue ci pensa il General data protection regulation (Gdpr), istituito nel 2016 e implementato nel 2018. Questo regolamento tratta la materia della privacy on-line come un diritto inalienabile, mentre per gli Usa le informazioni degli utenti sono considerate effettivamente una merce. Circa un mese fa è emerso da un rapporto del garante per la privacy d’Austria che anche l’uso di Google Analytics viola il Gdpr, poiché permette la veicolazione di dati personali dall’Unione negli Stati Uniti. È proprio questo divario di posizioni che sta rendendo la vita difficile al colosso di Facebook e a tutte le aziende che usano la piattaforma di Google, anche perché le multe prevedono il pagamento del 10 per cento del fatturato totale, non di quello derivante solo dall’uso di queste piattaforme, dell’azienda coinvolta. “Non abbiamo assolutamente alcun desiderio e alcun piano di ritirarci dall’Europa” dichiara un portavoce di Meta per tranquillizzare l’Unione dopo le parole di Zuckerberg, aggiungendo poi che “Meta, come molte altre aziende, organizzazioni e servizi si basa sul trasferimento di dati tra l’Ue e gli Stati Uniti per poter offrire servizi globali”. L’ipotesi del ritiro di due dei tre social più usati nel mondo dall’Europa non è assolutamente da incoraggiare, anche se i detrattori di quest’ultimi non sono mai mancati, ed è quindi auspicabile una risoluzione della questione attraverso un dialogo tra le due parti.

Google Analytics

La questione della piattaforma Google però è molto diversa, essendo utilizzata da moltissime aziende italiane ed europee per i loro siti di e-commerce. Il punto focale di questa irregolarità dipende non tanto dal posizionamento reale dei server dove vengono raccolti i dati, ma della nazionalità delle aziende che li posseggono. Per esempio, dei server americani in Ue teoricamente potrebbero gestire le informazioni raccolte secondo regolamentazioni statunitensi. Questo accade soprattutto in Paesi come l’Irlanda dove, per motivi prettamente fiscali, diverse compagnie americane situano le loro sedi. Grazie alla quantità di posti di lavoro creati da questo fenomeno, è difficile per l’Unione europea far rispettare qui il Gdpr. Infine, perfino un sito che fa capo al Parlamento europeo, usato per il monitoraggio delle prenotazioni dei Covid test, è stato sorpreso ad usare Analytics, quindi in violazione del proprio regolamento.

Per concludere, le risoluzioni a questo problema sembrano essere due: o l’utilizzo di software europei per sostituire Analytics, seguendo l’esempio di Paesi fuori dalla sfera d’influenza Usa come Cina e Russia, o il raggiungimento di un accordo con Google. Certamente la seconda strada sembra essere quella più facilmente perseguibile, anche in vista dei disegni legge sul digitale che sono all’esame al Parlamento europeo. L’importante è prendere una decisione definitiva, che elimini il problema, non che lo faccia uscire dalla porta per poi rientrare dalla finestra.