A Massenzio il festival dei grandi

Nel corso della ottava serata del festival delle letterature di Roma, che si tiene nella Basilica di Massenzio, il pubblico dei lettori ha potuto ascoltare i testi inediti scritti da autori di prima grandezza della scena culturale internazionale, come lo scrittore Marek Halter ed il Poeta Sud Coreano Ko Un, candidato al premio nobel per la letteratura. Questa edizione del festival è dedicata, questo anno, al tema del sogno che si è riusciti a realizzare durante la propria vita. Infatti nella prima parte della serata tre ragazze di nazionalità diversa, che vivono nella cittadella della Pace denominata Rondine, hanno letto dei brevi testi per spiegare come si convive nel rispetto della diversità culturale. La cittadella della pace Rondine si trova ed è situata nel cuore del borgo medievale di Arezzo. Al suo interno, per un periodo di due anni, ragazzi e ragazze, provenienti da tutti i Paesi del mondo, trascorrono un periodo di studio.

In tal modo questi giovani studenti hanno la possibilità di instaurare un rapporto di amicizia con altri giovani, che appartengono a Paesi e comunità nazionali divise ed in guerra tra loro per ragioni di ordine politico e strategico. Infatti le tre ragazze al festival delle letterature, una palestinese, l’altra Kosovara, e un’altra dell’Azerbaijan, hanno letto alcuni testi, commoventi ed intensi, per esprimere il loro sogno, che condividono nella cittadella della pace di Arezzo, di vivere in un mondo migliore, in cui siano cancellati i confini e venga messa al bando la guerra, che dilania e separa i popoli e semina morte e dolore in gran parte del mondo contemporaneo. Il poeta Ko Un in un testo denso di profonde riflessioni sul rapporto tra la verità e la parola, la poesia ed il silenzio, ha spiegato la genesi e l’origine dei sui componimenti poetici. Ko Un è uno dei maggiori poeti del nostro tempo, di cui l’editore Nottetempo in Italia ha tradotto il libro Cos’è. Secondo Ko Un la poesia è un dono che viene offerto alla umanità, attraverso i versi che celebrano la bellezza e la capacità delle parole di dare un senso alla cose da cui siamo circondati. Usando una immagine colta e profonda, Ko Un ha paragonato la poesia ai fiori su cui, nell’antico Egitto, veniva adagiato il cadavere del Faraone dopo la morte. La poesia, sia quella orientale sia quella occidentale, trae origine e sgorga dalla parte segreta e sconosciuta che si annida nelle profondità dell’anima umana. Infatti Ko Un ha affermato che molte delle sue poesie sono state generate dai sogni che la sua anima ha avuto in dono.

Ko Un si è posto un interrogativo drammatico e doloroso, che ha un grande significato per chi consacri la propria vita alla ricerca della bellezza ed alla sua costante esaltazione e celebrazione. Che senso ha comporre versi e scrivere Poesie di fronte al mondo dominato da forze brutali e oscure e dalle passioni tristi: l’avidità, la bramosia di denaro, la mancanza di rispetto del prossimo, l’assenza di compassione, l’ignoranza, la cattiveria umana?. Il poeta, proprio perché ricerca il significato ultimo delle cose, da cui siamo circondati, si confronta con il vuoto ed il silenzio. Questo fatto spiega come spesso la ricerca della verità e del senso siano esperienze intellettuali ed interiori che precedono l’uso della parola scritta. Un mondo senza la parola dei poeti e degli scrittori sarebbe non solo votato ad una irrimediabile volgarità, ma privo del ben che minimo interesse. Ko Un ha letto alcune delle su poesie, memorabili per la concisione e bellezza della immagini, in cui descrive le sensazioni che si provano di fronte al variare e mutare della natura, in cui siamo immersi. Marek Halter è uno dei maggiori intellettuali della scena internazionale. Da bambino ha vissuto nel ghetto di Varsavia, prima di rifugiarsi in Russia, con la sua famiglia, ed infine, in Francia nel periodo terribile della persecuzioni contro gli ebrei. Marek Halter collabora con i principali giornali del mondo ed è autore di libri tradotti dappertutto.

In Italia il suo ultimo libro, intitolato Protocollo Cremlino, è stato recentemente tradotto da Newton Compton. Nel suo lungo testo, bello ed emozionante, Merek Halter ha raccontato la sua vita, i suoi sogni, le sue avventure umane ed intellettuali. La sua è stata una vita davvero straordinaria per le esperienze che ha avuto in campo internazionale. Da giovane ha partecipato al maggio Francese ed ha avuto un ruolo di primo piano durante la contestazione giovanile nel 1968. Presto, come ha confessato con grande onestà, era divenuto consapevole che era impossibile trasformare e cambiare il mondo, perché vi fosse la solidarietà e la pace tra le nazioni. Dalla delusione derivante da come la contestazione giovanile si era conclusa, Marek Halter ha ricavato la convinzione che fosse necessario usare le parole ed il dialogo per tentare, nei limiti del possibile, di modificare lo stato delle cose esistente nel mondo. Infatti da solo, essendo un sostenitore del sionismo e dello stato di Israele, ha chiesto di incontrare Golda Meir, allora primo ministro della nazione Ebraica. Parlando e conversando con Golda Meir, donna di grande intelligenza, il cui viso, ha ricordato, sembrava scolpito nel marmo, Marek Hlter le ha chiesto se lo autorizzava ad avere un incontro con Yasser Arafat, all’epoca considerato un terrorista al capo del partito Al-Fath. Golda Meir, durante questa conversazione avvenuta nella sua casa, si è irrigidita, opponendo un irremovibile rifiuto alla richiesta dello scrittore, sostenendo che non si poteva avviare un confronto politico con chi era ritenuto il responsabile degli attentati terroristici contro lo stato di Israele, a causa dei quali molti bambini ed innocenti erano stati uccisi.

Ha ricordato Marker Halter di avere risposto che si deve avere il coraggio politico e morale, in alcune circostanze storiche, di parlare con chi la pensa in modo diverso, ed è animato da altre convinzioni religiose e possiede una visione dei valori inconciliabile con la nostra. Il dialogo con chi la pensa allo stesso modo, spesso si rivela sterile ed infecondo sul piano intellettuale. Dopo avere lasciato, in preda al turbamento, la casa di Golda Meier, Marek Halter rientrò nel suo albergo. La notte non riuscì a dormire. La mattina successiva ricevette la telefonata dal primo ministro, che gli conferiva l’incarico di incontrare Arafat. Nel suo testo sono apparse molto intense e commoventi le parole con cui ha descritto il modo in cui è avvenuto il suo l’incontro con Arafat. Ovviamente Arafat, conoscendo la posizione politica di Halter a favore dello stato di Israele, all’inizio ha avuto una grande diffidenza. Poi entrambi hanno compreso il valore del dialogo e si sono incontrati diverse volte in Giordania ed in altre città del medio oriente. Infatti Marek Halter, grazie all’amicizia che era riuscito ad instaurare con Harfat, ha partecipato prima alle trattative di Oslo e poi alla conclusione dell’accordo di Pace tra i due leader. Suscitando la generale commozione, Halter ha evocato la famosa stretta di mano, di fronte alla casa bianca, tra Rabin ed Arafat alla presenza del presidente Clinton, gesto oramai consegnato agli annali della storia.

Se Rabin, ha giustamente osservato Halter, non fosse stato ucciso dal giovane integralista ebreo, probabilmente la pace regnerebbe in medio oriente ed il mondo sarebbe più sicuro. Questa esperienza storica, racchiusa in modo magistrale dallo scrittore nel suo testo, dimostra che attraverso il dialogo e le parole, usate con intelligenza, si può cambiare il corso delle cose e migliorare il mondo in cui viviamo. Nel suo racconto, bello e profondo per la sua ispirazione, intitolato la macchina del perdono, uno dei più raffinati scrittori della nuova generazione, Andrea Bajani, ha affrontato il tema della riconciliazione personale. Protagonista del racconto è un signore che sta per traslocare. Su di una vecchia rivista trova l’intervista rilasciata dalla moglie dello scrittore David Foster Wallace, morto suicida. Nella intervista la moglie dello scrittore confessa di non riuscire a perdonare il marito, per il suo gesto atroce e terribile. Infatti come sostiene un filosofo, ricorda il protagonista del racconto di Bajani, chi si toglie la vita esprime un gesto di ribellione e di protesta contro qualcuno da cui si sente assediato e soffocato. Karen Green, la moglie dello scrittore suicida, per superare la sua irrimediabile sofferenza, ha concepito la macchina del perdono. Una persona scrive su di un foglio il nome del conoscente o parente da cui ritiene di avere subito un torto. Il foglio, con l’identità della persona responsabile della cattiva azione, viene ridotto in coriandoli bianchi e, in modo improvviso, il rancore ed il risentimento abbandonano l’animo di chi è rimasto vittima di un torto e di una ingiustizia.

Tuttavia molte persone, che pure avevano intenzione di ricorrere alla macchina del perdono, spesso esitano ed rinunciano ad usarla, poiché temono che possa funzionare. Questo racconto simbolico e allegorico di Bajani, davvero molto intelligente, mostra come per la imperfezione umana ogni persona ed ogni nazione hanno bisogno di coltivare insani e aberranti sentimenti di odio verso un nemico contro cui scagliarsi. Una serata letteraria memorabile, arricchita dalle tonalità musicali intense di un gruppo che ha eseguito melodie dal timbro classico e malinconico.