Halloween: una festa   senza memoria

Se spacciare è reato, allora spacciare la festa di Halloween come festa delle nostre tradizioni è due volte reato, perché non ci appartiene. La sintesi dello sfrenato modernismo spesso affascina i più trasformandoli in 'zucche vuote' che in preda ad allucinazioni consumistiche dimenticano che il 1° è la festa di “Tutti i Santi”, considerata tutt'uno, il 2 novembre, con la “Festa dei morti”. Giorni dedicati al lutto e al dolore, ma che in tante parti d'Italia è vissuta come festa gioiosa che collega il mondo spirituale dell'al di là con il nostro, dedicata soprattutto ai bambini e strettamente legata al valore simbolico del cibo.

C'è chi obietta ma è una festa pagana, che giunge dalla notte dei tempi, un vecchio retaggio del passato. Vero! Verissimo. Tra Halloween e il passatismo o il paganesimo preferisco il certo scorrere delle tradizioni che una festa importata, come Halloween, dal consumismo e dalla globalizzazione, inserzioni negative che vogliono prendere il sopravvento sulla trasmissione della memoria. Leonardo Sciascia diceva che “il cristianesimo consentiva quelle esplosioni propriamente pagane, nel senso più corrente che ha la parola paganesimo; quei riti, quelle feste, quella proiezione e personificazione di materiali e carnali istanze dei miti; quella scelta e designazione dei mitici, ma al tempo stesso protettori”. In antropologia la 'festa dei morti' sottolinea la funzione ludica – istruttiva della festa e dei suoi riti: il primo novembre è la giornata in cui la società, soprattutto nel meridione e nelle isole, imprime ai bambini una educazione finalizzata al rispetto dei propri morti. Educazione tesa anche all’esaltazione dell’identità familiare (anche se poi a portare i doni non è “il nonno defunto”, ma “i morti” in senso generico).

Una festa dalle origini molto antiche che si basa sul concetto del dono. I pochi che conoscono bene la storia sanno che le origini di questa festa risalgono all’anno 835, quando papa Gregorio II, visto che la chiesa cattolica non riusciva a sradicare gli antichi culti pagani legati alla tradizione celtica (il cui calendario indicava nel 31 ottobre l’ultimo giorno dell’anno), spostò la festa di “Tutti i Santi” dal 13 maggio al primo novembre con la speranza di riuscire, così, a dare un nuovo significato ai riti profani. Secondo l’anno druidico, il 1 novembre era il Samhain, letteralmente “tutte le anime” fine dell’anno pastorale e primo giorno d’inverno, in cui la notte era più lunga del giorno.

Questa particolarità permetteva al principe delle tenebre di chiamare a sé tutti gli spiriti e poter passare da un mondo all’altro. L’intento del papa di sradicare questo mito non riuscì. La chiesa aggiunse quindi, nel X secolo, la “Festa dei Morti” il 2 novembre, in memoria delle anime degli scomparsi. I festeggiamenti avvenivano tramite offerta di cibo, mascheramenti e falò. Pitré racconta come, nel passaggio, la leggenda vuole che i morti rubassero ai ricchi pasticcieri, fruttivendoli, commercianti, per lasciare regali ai propri cari in vita. Da qui nasce la tradizione della “caccia al tesoro” o di “apparrai i scarpi” per i bambini. La festa assumeva così un valore educativo che consisteva nel rompere la soglia della paura col mondo dei morti. Ai bambini si diceva, proprio così, perché si rafforzavano le profonde radici della memoria e continuare in quel virtuoso circolo educativo dell'amore per i morti che vogliono loro bene, perché gli portano in dono quello che di più bello possono desiderare: giocattoli e dolci. Ricordo che da bambino, la notte tra il 1° e il 2 novembre venivano i morti e che la frenesia dell'attesa era alle stelle perché era il momento dell'arrivo del 'caro nonno e della cara nonna o della zia' che ti portava “li cosi di morti”/i doni .

Così come la tradizione di “apparare i scarpi” (appaiare-preparare le scarpe) che consisteva invece nel sistemare le scarpe vecchie in un angolo della casa, o in tempi più antichi addirittura disseminandole per il paese, per ritrovarle la mattina colme di dolci o sostituite da scarpine di zucchero o addirittura nuove. Era un gioco ma un gioco basato su quel concetto del dono che nella vita di tutti i giorni è resa con la frase “è solo un pensiero”. I genitori estrinsecavano il loro amore dicendo che il regalo lo portano i morti, ma in questo modo veicolano anche il messaggio importante della tradizione e dell’appartenenza”, insegnando loro a vivere un rapporto tranquillo con la morte. Lezione che, nella cultura del meridione, avveniva anche tramite l’esorcizzazione di un luogo come il cimitero.

Insieme ai bambini si vanno a trovare i propri cari al camposanto, anticamente addirittura si mangiava sulla tomba o nella cappella di famiglia, tradizione in seguito proibita da un editto papale, ma tuttora viva in certi paesi della Calabria e della Sicilia centrale. Tutto questo non è paganesimo ma una esplosione esistenziale; l’esplosione dell’es collettivo, in un paese dove la collettività esiste soltanto a livello dell’es. Poiché è soltanto nella festa che l'individuo cerca di uscire dalla sua condizione di uomo “solo” che è poi la condizione del suo vigile e doloroso super io, per ritrovarsi parte di un ceto, di una classe, di una città. Chi può dimenticare la 'fiera dei morti', una girandola di luci e di colori arricchita dall'aria frizzante di novembre pervasa dai profumi che salivano dalle bancarelle dei venditori ambulanti che vendevano particolari biscotti tipici di questa festa: i crozzi 'i mottu (ossa di morto) o i pupatelli ripieni di mandorle tostate, i taralli, ciambelle rivestite di glassa zuccherata, i nucatoli e i Tetù bianchi e marroni, i primi glassati di solo zucchero e i secondi con polvere di cacao.

Frutta secca e cioccolatini, accompagnati da 'U Cannistru', un cesto ricolmo di primizie di stagione, frutta secca altri dolciumi come la frutta martorana e i Pupi ri zuccaru statuette di zucchero dipinte, ritraenti figure tradizionali come i Paladini, i “pupaccena” per via di una leggenda che narra di un nobile arabo caduto in miseria, che li offrì ai suoi ospiti per sopperire alla mancanza di cibo prelibato. Per passare ad una tradizione tra l’horror e il poetico, c’era anche l’abitudine di lasciare il letto ai morti. La mattina del 2 si andava a messa, e si credeva che nel frattempo i morti tornassero a casa, per riposarsi nei loro antichi letti, preparati per l’occasione con lenzuola fresche e pulite. E poi ricordo la zuppa con sette tipi di legumi diversi, uno per ciascuna delle sette anime del purgatorio. Mi mancano tutte queste cose. Che fine hanno fatto? C’è ancora qualcuno, in giro per l’Italia, che lascia il letto ai morti? La verità è che abbiamo perso il senso del tempo. Non mangiamo più la pastiera a Pasqua o le ossa dei morti il 2.

La nostra vita non si basa più sul ritmo dettato dalla natura, e viviamo un’eterna stagione senza nome, che ingloba in sé tutto l’anno. Che senso ha, allora, celebrare feste, come Halloween, che non hanno un senso temporale? E così le nostre tradizioni si sono perdute, sostituite da usanze svuotate di ogni significato: la serata a ballare fuori, i cioccolatini con su l’effige della zucca, identici a quelli che ti spacciano a S. Valentino, e poi alla festa della donna.