Testimonianze: la classicità

 Una trentina circa d’anni or sono ebbe inizio un risveglio, una rinascita, dell’interesse per il mondo classico (al quale ho contribuito anch’io fin dal principio sino a poco tempo fa con molte ed apprezzate traduzioni di testi latini e greci), e ne fu testimone non solo la pubblicazione di tanti libri, anche in edizioni economiche, a basso costo e accessibili ad un pubblico più vasto, come le famose “100 pagine 1000 lire” della Newton Compton, che in questo campo è stata ed è tuttora una casa editrice benemerita, ma pure il teatro, che allestiva spettacoli anche con sole letture di testi classici, spesso accompagnate da brani musicali.

Perché questo interesse? Perché nel mondo classico, greco e romano, esempio raro di equilibrio, di misura e di eleganza (basta vedere il Partenone e il Colosseo) ci sono ideali e valori eterni, quindi sempre attuali. Ma anche le radici della nostra civiltà. Per non dire che molti si sono formati sulle pagine degli scrittori greci e latini, avendo frequentato scuole di indirizzo umanistico. Nel corso dei secoli, ci sono stati momenti in cui l’amore per il mondo classico si è affievolito. Ma di rinascita in rinascita, di riscoperta in riscoperta, fra classicismi e neoclassicismi, la nostra cultura ha continuamente riportato alla ribalta l’antichità, in un intreccio di filologia, di erudizione, di imitazione e rivisitazione. L’ultimo grande celebratore della classicità è stato Giosuè Carducci, che in una delle sue più celebri Odi barbare, “Nell’Annuale della fondazione di Roma”, così cantava:

Salve, dea Roma, chi disconosceti

cerchiato ha il senno di fosca tenebra

e a lui nel reo cuore germoglia

torpida la selva di barbarie”.

Oggi alcuni inorridiscono di fronte a frasi di questo genere, pieni di amore e di comprensione per altre civiltà. Ma già alla fine della guerra i nuovi intellettuali rimproverarono a Carducci di avere impoverito la tradizione classica, chiudendola in un ambito nazionalistico e provinciale, facendone un modello – così si legge ancora in certi testi scolastici – che “testimonia l’arretratezza della cultura e delle classi dirigenti dell’Italia di allora e dà un’immagine concreta delle aspirazioni e delle velleità di quel periodo”.

La civiltà classica ha sempre occupato un posto privilegiato nella nostra storia culturale. Furono gli antichi stessi, Aulo Gellio per primo, a usare l’aggettivo “classico” per indicare “chi o ciò che eccelle nella sua classe”, come un’opera o un autore di valore artistico superiore, per perfezione, armonia, equilibrio formale. Con l’Umanesimo al lavoro filologico e critico della cultura latina e greca si affiancò lo studio degli autori greci e latini quali modelli di pensiero, di stile e di vita. Nel periodo neoclassico, a partire dalla metà del Settecento, in concomitanza con la scoperta di Ercolano e Pompei e il fascino esercitato dalle rovine romane sugli intellettuali europei che affluivano in Italia (da Johann Joachim Winckelmann a Johann Wolfgang von Goethe) la classicità si affermò come un modello ideale, non solo nel campo estetico-artistico ma anche in quello morale e politico, per le aspirazioni libertarie e i valori democratici dell’antica Grecia e le virtù della Roma repubblicana.

Dall’altro lato, però, c’è chi sente quel mondo ormai lontano per la sua concezione di vita, che privilegia i re e gli eroi, presentandoli come i migliori, i più forti e i più valorosi, i più belli, superiori agli altri anche nella statura, il cui valore si manifesta soprattutto nelle imprese di guerra, nelle battaglie, nelle vittorie e persino nel numero dei nemici uccisi. Oggi gli eroi sono ben altri, e hanno cominciato a venir fuori in epoca romantica, con gli umili di Alessandro Manzoni, con gli “eroi disarmati” e poi coi vinti di Giovanni Verga. Ma l’interesse per i classici non comporta l’adesione alla mentalità, alla concezione di vita di quel tempo, quale appare dai testi. Quello che più conta o che maggiormente si deve apprezzare e che ci deve avvicinare alle opere classiche è il loro valore artistico, la perfezione formale, che genera, almeno negli animi sensibili, quella commozione estetica che solo le grandi opere possono dare.

Ma poi vi sono certi testi, scritti venti o venticinque secoli fa, in cui si trovano atteggiamenti che ancora oggi riconosciamo e sentiamo validissimi: pensiamo ad Antigone, che sacrifica la sua vita in nome dell’amore fraterno e del rispetto per la salma di Polinice, e che proclama la superiorità delle leggi della coscienza di fronte a quelle dello Stato, che a volte possono essere ingiuste, perché dettate da risentimenti o da interessi personali. “Non fu Zeus”, dice Antigone a Creonte, “a impormi questa legge, né la Giustizia le ha stabilite per gli uomini. Vi sono leggi non scritte, inalterabili, eterne, che nessuno sa quando siano comparse. Potevo io, per paura di un uomo, venire meno a queste leggi?”.

Si pensi alla pietas nei confronti dei vinti, a Virgilio che, pur esaltando il vincitore, il suo eroe prediletto, riesce a spostare sull’antagonista sconfitto la simpatia e la comprensione del lettore, capovolgendo radicalmente la scala dei valori dell’epos, qual era stata espressa dall’Achille omerico. Ugo Foscolo concluderà i Sepolcri esaltando Ettore, non Achille (“e tu onore di pianti Ettore avrai, ove fia santo e lacrimato il sangue per la patria versato e finché il sole risplenderà sulle sciagure umane”).

Omero non è solo un punto di partenza: egli è anche il punto di arrivo e l’erede di una civiltà quale fu quella cretese e micenea. Lo testimoniano le sue descrizioni di palazzi, di armi, di suppellettili. Ma Omero incarna già, come un veggente, gl’ideali della Grecia futura. È un pre-classico e un classico insieme, un precursore a cavallo di due civiltà. In lui sono presenti tutti gl’ideali, tutti i valori, tutte le aspirazioni dell’uomo: il culto delle virtù eroiche, l’amore per la natura, l’esaltazione della forza fisica, ma anche la coscienza della precarietà della vita, l’ineluttabilità del dolore (visto come male necessario prima ancora del Cristianesimo), la morte, l’accettazione della morte. E così via. L’Iliade e l’Odissea rappresentano dunque non l’inizio, ma il momento più alto e conclusivo di una lunga tradizione fiorita nella Grecia continentale durante l’età micenea (dal XVI al XII secolo avanti Cristo) e venuta a definitiva maturazione nelle colonie ioniche dell’Asia Minore durante i “secoli bui” (XI-IX avanti Cristo). Il dialetto dei due poemi è ionico, con forti venature di derivazione eolica e micenea: è una lingua flessibile, ricca di sinonimi e di formule. Uno degli elementi di fascino dei poemi omerici è appunto la lingua, col suo colore, la sua precisione, la sua forza, la sua libertà. Già di per se stessa la lingua greca è sorprendente per la sua fluidità, la sua armonia, tanto più nella lettura metrica della poesia. Sentite la bellezza e l’armonia dei versi iniziali dell’Odissea, letti col ritmo, prestabilito ma necessario, sia per la lingua greca che per quella latina.

Andra moi ènnepe, Mùsa, / polùtropon, òs mala pòlla

plàncthei, epèi Troiès / ieròn ptoliètron epèrse”.

“Cantami o Musa l’eroe multiforme che molto vagò

dopo che venne distrutta la sacra rocca di Troia”.

La lingua greca ha una infinità di forme, che la rendono quanto mai varia e piacevole, una sintassi libera nei suoi movimenti, che tuttavia obbediscono ad un ritmo, ad una legge quasi musicale. Sentite il lamento di Ecuba alla notizia della morte di Ettore:

Tèknon, egò deilè! Ti nu bèiomai àina pathùsa,

sèu apotèthneotòs? O mòi nuctàs te kai èmar!

“Figlio, o misera me! Che mi resta in tanto dolore,

ora che morto tu sei, tu che il giorno e le notti facevi

dentro le mura il mio vanto?”.

Nella lingua greca tutto è proporzionato. Come nelle arti figurative, come nell’architettura. L’esempio del più grande ideale di armonia e di perfezione è il Partenone, in cui le varie dimensioni, altezza, larghezza e lunghezza, trovano rapporti perfetti ed equilibrati, frutto di una sapiente geometria. Dante definisce Omero “poeta sovrano”. E tale egli è veramente. Perché come Mida mutava in oro tutto ciò che toccava, così Omero riesce a trasformare ogni cosa, ogni fatto, ogni passione umana in poesia: le battaglie, anche le più crudeli e sanguinose, l’ira di Achille, gli urli di guerra, il lamento delle donne che piangono i loro morti, tutto in lui e per lui è materia di poesia, perché la vita stessa, pur coi suoi mali e i suoi dolori, è poesia, se la guardiamo nell’insieme, superando il presente e i nostri casi personali. La vita va vista, anche, come un grande mosaico, o come una sinfonia, in cui c’è dentro di tutto. Un mosaico se ci mettiamo a debita distanza ci dice cose ineffabili, ma se andiamo a mettere gli occhi su questa o su quella scena, o peggio ancora sulle singole tessere, tutto l’incanto svanisce. E da dove nasce la poesia di Omero se non dal suo animo stesso?

L’eredità che ci ha lasciato Omero è la saggezza. Possiamo dire che questo sia l’ideale più grande della classicità. Alla quale, infatti, noi ci volgiamo anche per questo, non solo per quel che riguarda la bellezza, l’armonia, il Mito. E la saggezza dovrebbe essere anche l’ideale della modernità, il conseguimento di un equilibrio interiore, di una visione alta e distaccata delle cose, del mondo e della vita. Non che si debba guardare le cose sempre così: non si può essere saggi a tempo pieno, ma ogni tanto bisogna farlo questo volo, non siamo venuti al mondo per restare sempre bambini e per farci sempre i dispetti.

Dopo Omero è tutto un fiorire di poeti e di prosatori. In quindici secoli di attività letteraria, dal IX prima di Cristo al VI dopo Cristo, le opere prodotte che ci sono pervenute ammontano a circa 2.000 (gli autori sono circa 300). Ma per avere un’idea di ciò che è andato perduto basti pensare che nella sola biblioteca di Alessandria si trovavano raccolti, prima del suo incendio, 700mila manoscritti. Come nell’arte, nella pittura, nella scultura e nell’architettura, così nella letteratura, nella filosofia, nella storiografia, nell’oratoria, la Grecia ha prodotto opere di ogni genere, raggiungendo una perfezione considerata insuperabile e offrendo modelli pressoché ineguagliabili agli scrittori latini. Graecia capta ferum victorem cepit. La Grecia, conquistata, conquistò a sua volta il fiero vincitore.

Dopo Omero viene Esiodo, il quale esprime una società e una morale diverse, basate su un profondo sentimento di giustizia. Il dio di Esiodo è soprattutto giusto, e la giustizia dovrebbe essere anche la suprema virtù degli uomini. È una visione delle cose profondamente religiosa e tradizionale. Mentre Omero è il poeta di un mondo eroico e mitico, Esiodo è il poeta di un mondo umano. Omero abbraccia con un solo sguardo il cielo, la terra e il mare, Esiodo guarda alla terra (anche se scrive la nascita degli dèi). Omero racconta, Esiodo insegna e ammonisce, Omero è sereno, Esiodo è triste.

Seguono poi i poeti lirici, in cui al tema della guerra e del valore si accompagna quello dell’amore e della fugacità della vita e della giovinezza. Il poeta che s’invola alle più alte vette è Pindaro, inimitabile per la sublime elevatezza e la vibrante grandiosità dell’ispirazione, per la straordinaria facoltà di sintesi, per la profonda spiritualità della sua concezione morale ed estetica, per la sua rapida e potente immaginazione. E con Pindaro voliamo anche noi, accennando alla prosa, alla storiografia, con Erodoto e Tucidide, alla filosofia, all’oratoria, con Isocrate, Eschine, Demostene. E alla tragedia, con Eschilo, Sofocle, Euripide. Poi vengono ancora l’epica e la lirica, con Callimaco, Apollonio Rodio, Teocrito. Sino ad arrivare, nell’epoca romana, a Plutarco, il divino Plutarco, considerato uno dei più grandi maestri di saggezza, il simbolo per eccellenza della virtù.

Da Plutarco passiamo alla letteratura latina, che non è del tutto originale ma dipende in gran parte da quella greca, sia per la forma che per il contenuto. Tuttavia, essa rispecchia il carattere del popolo romano, per la tendenza pratica (non l’arte per l’arte ma l’arte per la vita) e la tendenza politica e patriottica. Il romano non tende all’individualismo ma all’inserimento dell’individuo nella società.

La letteratura latina comincia anch’essa con l’epica e la poesia religiosa, a cui segue quella drammatica, sino al 241 avanti Cristo. L’imitazione appare più chiara nel secondo periodo, o arcaico, con l’importazione dei costumi greci, visibile nella commedia detta palliata (dal pallio ch’era la veste dei greci), a imitazione di Menandro, alla quale fa riscontro la togata, di argomento romano. Nella palliata spiccano Livio Andronico (che tradusse l’Odissea in versi saturni), Nevio, Plauto (che scrive per il popolo) e Terenzio (che scrive per i nobili, con una forma elegante e squisita). Nella tragedia Nevio, Pacuvio, Accio, Ennio. Segue la satira, con Lucilio, poi, nel periodo aureo, l’epica con Lucrezio, la lirica con Catullo, l’oratoria con Cicerone, finché si arriva a Virgilio. Il quale pose mano all’Eneide in un momento propizio, quando, dopo la battaglia di Azio (31 avanti Cristo), Roma cominciava davvero ad apparire quale dominatrice di tutte le genti, realizzando il suo sogno di grandezza e di gloria. Giusto e opportuno risuonava allora il monito profetico del Poeta: Tu regere imperio populos, Romane, memento. Ma l’Eneide non è soltanto l’epopea di un popolo, essa abbraccia idealmente l’intera umanità, come ben vide Dante che a questo poema s'ispirò per il suo viaggio ideale, che è individuale e universale insieme.

Presente, passato e futuro (Enea, Anchise, Ascanio) si fondono qui in una visione unitaria, sorretta e illuminata da un Fato che ricorda la Provvidenza manzoniana; anzi, i Penati – simbolo della continuità e fondamento religioso del poema – sono essi stessi una sorta di provvidenza che l’eroe pietoso si porta appresso, e nel loro nome si attuerà il riscatto dei vinti, la resurrezione dopo la caduta. Poema della Storia, dunque, alla luce dell’eterno, in cui la divinità è calata nell’uomo, come poteva esserlo nella concezione pagana; ma anche poema dei vinti che non si piegano alla loro condizione, perché sorretti e guidati dal Fato, come gli umili manzoniani lo saranno dalla Provvidenza.

Per Virgilio, dunque, sia pure nelle sue linee generali, la storia umana dipende dal Fato, una Legge inviolabile, che dovrebbe convincere, soprattutto la Chiesa cattolica, che al di sopra di Dio, “personificato”, c’è la Divinità, della quale Dio è la Coscienza a la Voce, o la Parola. La guerra di Troia, da cui muove il poema, si consuma in cielo prima che sulla Terra, e ha la sua radice quantomeno nel famoso “pomo della discordia”. Enea, dunque, è il protagonista e l’esecutore di un disegno divino, come lo sono, in vario modo e misura, tutti gli altri personaggi, e come lo è, volente o non volente, cosciente o non cosciente, ciascuno di noi.

Orazio è certo il poeta latino da cui la cultura occidentale ha raccolto il maggior numero di frasi ed espressioni, facendone sentenze o proverbi, luoghi comuni della conversazione. Alcune di tali frasi sembrano ovvie e non lo sono, altre sono state fraintese o intese diversamente col passare dei secoli. Carpe diem trasmette ancora fuori dal suo contesto un invito troppo sommario a cogliere il piacere dell’istante e si dimentica spesso (anche nelle scuole) che cosa intenda Orazio quando si dichiara Epicuri de grege porcus.

Orazio non avrebbe avuto tanta (e spesso discutibile) fortuna se, oltre ad offrire una quantità di espressioni compendiose, di esempi parlanti, non avesse rappresentato paradossalmente un punto di riferimento per i non conformisti: una consorteria di scettici, di amabili epicurei, di stoici sulla parola, una vasta società segreta di laici si riconobbe in Orazio, nella idea della vita che Orazio aveva elaborato. Specialmente in tempi di terrorismo religioso, il suo tentativo di vedere il mondo nei confini terreni e di fondare il bene in un delicato equilibrio inferiore rappresentò per gli uomini più liberi una specie di galateo spirituale, un modo elegante di amministrare la propria anima. Il rapporto che Orazio era riuscito a stabilire col potere, un piccolo capolavoro di dosaggio tra compiacenze e vantaggi, tra servitù e privilegio, fornì a lungo il modello di comportamento per gli intellettuali del passato, ai quali indicava la consolazione di sentirsi separati e nello stesso tempo non esclusi. Se l’uomo colto non voleva partecipare alla vita pubblica, bastava che lodasse il principe e poi si raccogliesse a coltivare il suo giardino, obbediente alle leggi, bastava che si accontentasse della libertà interiore e non si curasse di quella politica, e sarebbe stato tollerato da qualunque governo.

Oggi è molto più difficile. Spesso il potere non ha un nome né un aspetto definito e chiede all’artista e allo studioso un impegno non dichiarato. È cambiata l’idea della politica, che viene sempre più intesa come partecipazione universale, ed è cambiata la cultura, sempre più presente nella realtà della vita e quindi essa stessa “politica”. Essere laici, fuori dalle fedi e dalle ideologie, fuori anche dai loro riti, non è mai stata una impresa tanto isolata come lo è oggi, così vicina alla defezione civile. Parteggiare è un dovere, un nuovo comandamento, un atto di cultura: Orazio prendeva le distanze, noi siamo sempre compromessi.

L’arte è quella attività dello spirito che tende a riprodurre in forme chiare e armoniche il bello (il bello inteso, secondo la concezione hegeliana, come “manifestazione sensibile dell’ideale”), quell’attività che con la rappresentazione del bello si propone di destare l’entusiasmo o l’emozione, quella specie di diletto che non viene dal solletico fisiologico, ma dall’idea che genera quel diletto. Gli artisti contemporanei ritengono che tutto ciò che per un certo tempo è potuto sembrare vero oggi sia falso: quasi che vero e bello siano qualità da attribuirsi soltanto al mondo sensibile non anche a quello dello spirito, ad un contenuto puramente ideale.

Non è necessario che l’Arte abbia un contenuto etico, essa è tale anche quando rappresenta le passioni umane nel loro aspetto materiale e magari anche volgare, a condizione però che lo scrittore le trasfiguri, le trasferisca in un’altra dimensione, che è appunto quella dell’arte. “Potrà morire ogni memoria di guelfi e di ghibellini, ma resterà la Divina Commedia”, diceva Francesco De Sanctis, volendo significare appunto che i guelfi e i ghibellini erano stati per Dante un pretesto per esprimere il suo ideale di patria, una patria unita, libera da ogni spirito fazioso, e quella operazione era riuscita al Poeta proprio perché egli aveva saputo sollevarsi in una dimensione più alta. Lo stesso avevano fatto altri, come il Foscolo, per esempio, che pur attingendo, necessariamente, a donne reali era riuscito ad esprimere per mezzo di loro quelle “idee metafisiche del bello” che caratterizzano le Grazie o l’ode All’amica risanata. Oggi, invece, i nuovi guelfi e i nuovi ghibellini non solo ce li troviamo sempre fra i piedi, ma restano lì, nella cronaca, non si sollevano, non s’innalzano a quella sfera più alta che distingue i capolavori, i fatti e i personaggi non si universalizzano, come accadeva invece agli scrittori del passato, che pur muovevano dalla realtà.

O Poesia, mia cara e dolce amica, / già fin da quando ancora ero un bambino,

con la tua voce sobria e pudica, / m’ispiravi, seduta a me vicino.

Oggi, mentre oramai la mia persona / sempre di più via via si strugge e geme,

nella mia mente il verso tuo risuona / come un torrente che alta vena preme.