Remo Rapino: vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio

Per gli scrittori del nostro tempo esiste la necessità di rappresentare attraverso la immaginazione poetica i drammi, i conflitti e i cambiamenti che, durante il Novecento, sono culminati con la nascita e la formazione della società moderna. Rientra in questo canone estetico, così definito dagli studiosi di letteratura, un libro molto interessante e coinvolgente di cui è autore Remo Rapino, intitolato “Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio”, edito dalla casa editrice Minimum Fax, a cui nel 2020 è stato attribuito il prestigioso premio Campiello.

L’aspetto che colpisce nella narrazione è dato dal fatto che Bonfiglio Liborio, mentre racconta i fatti essenziali della sua vicenda esistenziale, da persona invisibile e posta ai margini rilegge la storia d’Italia del Novecento, da una prospettiva nuova e sorprendente, mostrando come è mutata la struttura e l’organizzazione della società: dalla caduta del Fascismo fino alla formazione della società moderna e avanzata.

Il paese, in cui nasce e dove Bonfiglio Liborio trascorre la prima parte della sua vita, è un luogo mitico ed immaginario, che però, per come è descritto, evoca il paesaggio e la fisionomia sociale ed economica di molte località del sud Italia. La sua esistenza è segnata dal dolore fin dai primi anni poiché, anche se la madre gli dice spesso che possiede gli occhi uguali a quelli del padre, Liborio non sa quale sia stato il destino del padre e non conosce la sorte che ha avuto quando ha deciso di emigrare all’estero. Questo è il primo dolore, che lui considera incancellabile, della sua vita.

Bello e indimenticabile è il ritratto nel libro del maestro Cianfarra Romeo, da cui riceve la prima istruzione e in dono il libro Cuore di Edmondo De Amicis, la cui lettura gli rende palese quanto sia inaccettabile la divisione nella società tra i ricchi e i poveri e come sia fondamentale il valore della giustizia e della solidarietà umana. Nel libro sono descritte le adunate fasciste, e, soprattutto, la dichiarazione di guerra di Benito Mussolini contro la Francia e l’Inghilterra. Liborio, con l’animo dominato dalla tristezza inconsolabile per la morte della madre, il suo secondo dolore incancellabile, con una immagine poeticamente mirabile mostra le devastazioni prodotte negli anni compresi tra il 1943 ed il 1945 dalla occupazione tedesca e dalla guerra civile, che divise in modo aspro il nostro Paese e gli italiani.

Fin dai primi anni di vita, essendo solo e senza genitori, Liborio entra nel mondo del lavoro prima come apprendista in una azienda che produceva funi, gestita in modo autoritario da Mastro Antonio e in seguito in una barberia. Nel Secondo dopoguerra, anche se Liborio pensa spesso con tristezza ai giovani morti per liberare il Paese dal nazifascismo, la vita riprende il suo corso e lui si invaghisce di Giordani Teresa, una donna giovane ed avvenente, da cui si dovrà separare per svolgere il servizio militare. Quando rientra nel suo Paese, sgomento ed addolorato scopre che Giordani Teresa si è sposata con un ricco commerciante di stoffe. Per questo motivo, a causa dei molti dolori che deve affrontare, Liborio pensa ai tanti segni neri da cui è segnata la sua vicenda umana ed esistenziale.

Ripensando alla lotta politica che durante le elezioni del 1948 aveva visto protagoniste le masse democratiche guidate dai partiti politici, Liborio pensa che quello del 1948 è stato un bel tempo, che uno ha la sensazione, dopo quegli eventi, di capire qualcosa di più della vita e del mondo. Le elezioni per Liborio, che era divenuto militante del Partito Comunista, furono una delusione, poiché avevano vinto le forze liberali ed i suoi compagni si interrogavano a cosa fosse servita la guerra, la fuga del Re e la Costituente, visto che tutto – sempre dal loro punto di vista – era destinato a non cambiare.

Nel 1956, quando i carri armati in Ungheria vennero schierati contro gli operai e gli studenti, ci fu la crisi che mise in difficoltà in Italia i comunisti, mostrando la violenza totalitaria dei regimi dell’Est Europa. A Liborio, mentre riflette sulla sua vita, il tempo gli pare somigliare ad una soffitta nella quale vengono relegate in modo definitivo le cose che non servono più oppure le persone scomparse, che appartengono al regno dei morti. Negli anni in cui ha inizio il Boom economico e la modernità in Italia, che così da Paese contadino diviene una nazione industrializzata, Liborio si trasferisce a Milano, dove gli viene assegnata una piccola casa in un palazzo con la ringhiera ed il cortile.

Alla Borletti, una fabbrica che produce macchine da cucire, Liborio, a causa dei rumori incessanti e insopportabili, prova un disagio, che non è altro che l’alienazione esistenziale, provocata dalla divisione del lavoro nel mondo industriale. Liborio, parlando con i medici, confessa di sentire risuonare nella sua testa un rumore paragonabile a quello di una orchestra. In seguito un altro dei segni neri, quando diminuisce la produzione industriale: Liborio viene licenziato. Come operaio, Liborio lavorerà sia nella azienda Santa Rosa, dove vengono prodotte le marmellate, sia alla Ducati, dopo che ha lasciato Milano e si è trasferito a Bologna.

Nel libro è notevole la rappresentazione del mondo del lavoro all’interno della fabbrica, tanto da evocare le descrizioni poetiche del mondo industriale che dobbiamo ai libri scritti da Paolo Volponi e da Ottiero Ottieri. La disciplina rigida che regnava alla Ducati, la fabbrica delle motociclette, pone in conflitto Liborio con il caporeparto. Alla fine degli anni Sessanta, quando gli estremisti con il ricorso alla violenza insidiano l’ordine democratico, in Italia inizia la strategia della tensione, e cominciano a scoppiare le bombe nelle banche, sui treni, nelle piazze, e molti innocenti perdono ingiustamente la vita. Al cospetto delle offese gratuite e lesive della sua dignità, Liborio aggredisce nello stabilimento della Ducati il caporeparto, e per questo subisce un processo, che lo porta prima in carcere e in seguito, dopo che è stato riconosciuto malato di mente dai medici, in manicomio.

Nello stesso stabilimento, prima della sua insensata e sconsiderata aggressione, mentre si discuteva dello statuto dei lavoratori, il suo compagno di lavoro Boschetto, subisce un incidente sul lavoro e perde un braccio frantumato da un macchinario. Iniziano, in quegli anni, le lotte della Fiom per garantire la sicurezza nei luoghi di lavoro e si moltiplicano le morti bianche, come vengono designati e indicati questi incidenti mortali di cui gli operai sono vittime.

L’esperienza del manicomio, tragica e dolorosa, accresce il dolore esistenziale di Bonfiglio Liborio, che assiste impotente al suicidio di una donna, Balugani Teresa, morta dopo che si è gettata nel vuoto dalla terrazza dell’ospedale psichiatrico. Conversando con il dottore Mattolini Alvise, che lo dichiara guarito dopo che per dieci anni ha vissuto in questo luogo di dolore e desolazione, Bonfiglio Liborio si abbandona ad un pianto liberatorio mentre osserva dalla vetrata dello studio del medico il giardino, le piante e gli alberi.

Dopo quaranta anni, da solo e con tutti i segni neri che lo hanno accompagnato nella sua vita, Bonfiglio Liborio ritorna nel suo paese di origine. Un libro, bello e importante, questo di cui è autore Remo Rapino, da leggere con attenzione.