“La nostra storia”: Colombia da non dimenticare

Qual è il… colore della Morte? Il bianco-e-nero o la dissolvenza. Quando, cioè, Al di Qua e Al di Là sfumano l’uno nell’altro, per parlare ai vivi degli eterni viandanti che fummo. Così come la Storia parla a noi attraverso le memorie degli antenati, la forma sia scritta che orale di quando il ricordo si fa parola e viceversa. Il bel film “La Nostra Storia” (“El olvido que seremos”, in spagnolo) del regista Fernando Trueba, in uscita nelle sale italiane dal 17 giugno, distribuito dalla Lucky Red e unica pellicola in lingua spagnola entrata a far parte della selezione ufficiale del Festival di Cannes 2020, è stato presentato in Italia nella scorsa edizione della Festa del Cinema di Roma ed è tratto dal romanzo autobiografico dello scrittore colombiano Héctor Abad Faciolince. L’Autore racconta la vera storia di suo padre, medico e docente universitario, Héctor Abad Goméz, attivista per i diritti umani, brutalmente assassinato nel 1987 da un commando dello squadrone della morte di Medellin, dopo essersi candidato sindaco per il Partito Liberale, ai tempi della presidenza dell’Ingegnere Virgilio Barco Vargas.

Padre e figlio, in tempi diversi e in una sorta di beffardo siparietto dei corsi e ricorsi storici, sono entrambi costretti all’esilio: Goméz, fondatore della Scuola colombiana per la salute pubblica e responsabile del programma da lui ideato e promosso per la cura dei poveri di Medellin, dovette lasciare il Paese per aver difeso, contro gli abusi e le violenze del potere, i diritti umani delle classi più disagiate e degli studenti di sinistra, riprendendo poi negli anni Ottanta la lotta lasciata in sospeso, una volta rientrato in Colombia. Faciolince, invece, venne espulso da l’Universidad Pontificia Bolivariana (in cui si era iscritto, anche grazie alla ferrea volontà della madre, nipote del Vescovo ausiliario di Medellin) per un articolo ritenuto “irrispettoso” nei confronti del Papa.

Trasferitosi a Torino, il giovane Héctor Abad si laurea in Lettere e, tornato in Colombia nel 1987, anno dell’assassinio del padre, dopo aver procurato un incidente grave per guida in stato di ubriachezza, è di nuovo costretto a riparare in Italia come lettore di lingua spagnola all’Università di Verona, rientrando definitivamente in Colombia nel 1992. Nel film, Fernando Trueba opera una ricostruzione fedele e spietata dei fatti sanguinosi di quel tempo, disseminandoli nella narrazione liquida quanto serrata di un “interno con famiglia” nella società colombiana degli anni Sessanta-Settanta.

La sua profonda, intensa e coinvolgente narrazione è scandita e rigidamente divisa dal prisma della luce in due parti: il passato, luminoso, denso e che tracima di affetto e calore umano, è interamente descritto in Technicolor, in cui traspare la gioia del gruppo composto dai figli (cinque femmine, belle e piene di gioia di vivere, e un maschietto, Héctor junior, il principino prediletto, amatissimo dal padre e oggetto semiserio di culto da parte delle sorelle più grandi) e dalla moglie di Goméz, Cecilia, autentico pilastro morale e culturale di una famiglia praticamente perfetta, evoluta e moderatamente di sinistra.

I loro testi sacri non sono quasi mai scritti, anche se i libri dello studiolo materno, affollato dalla curiosità delle figlie e gineceo come luogo di ritrovo (al pari del letto matrimoniale!) del gruppo simbiotico delle femmine di famiglia (suora istitutrice compresa!), trovano corrispondenza con l’ufficio universitario del padre, che spesso e volentieri concede di accompagnarlo al piccolo Héctor, prediletto dalla segretaria del professore.

La dedizione alla causa dei più poveri e sfortunati è interamente contenuta nelle buone pratiche e nelle prassi quotidiane: il protagonismo umano, scientifico e socio-economico di Goméz sta tutto nelle attività del suo gruppo di lavoro e di esperti internazionali, che si contaminano e interagiscono con il popolo miserabile dei barrios e delle baraccopoli di Medellin, deturpati dalle fogne a cielo aperto, dall’inquinamento disastroso delle acque potabili e dalle malattie da denutrizione di bambini e adolescenti. Ulteriore colore, sempre nei toni dolci dell’arancio e del giallo, è profuso senza risparmio nel contrasto tra la pratica di fede e una laicità senza interferenze e ipocrisie, affidato alla dissacrazione di Héctor bambino, che si fa beffe della suora governante di famiglia che legge ai due figli più piccoli racconti semisacri, macabri e apocalittici, sulle punizioni divine.

Colore che, però, si fa dissolvenza come nei migliori quadri impressionisti, quando il dramma, sotto forma di melanoma della pelle, tocca una famiglia perfetta, colpendo l’amore per la vita, il canto e l’intelligenza brillante e ironica della figlia Marta, che si spegne circondata dall’amore intenso e incondizionato di madre, padre e sorelle, ritratte nell'istante fatale come un gruppo dolente caravaggesco.

Interamente in bianco e nero è, invece, raffigurata la sezione dell’età adulta di Héctor in cui si consuma il dramma socio-politico di Goméz e di tutta la sua famiglia, comprese le liti padre-figlio sul significato della vita, che per l’uno è dedizione alla causa, mentre per l’altro è la ricerca dell’affetto paterno perduto. Un appuntamento da non mancare, e vivamente consigliato, con i mille colori della Storia colombiana e con suo passato più buio.