Tra i grandi scrittori di cultura ebraica, che hanno affrontato le conseguenze filosofiche e religiose della Shoah, lo sterminio degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale, occupa un ruolo di rilievo la vasta produzione letteraria di I. B. Singer, scrittore insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1978, di cui l’editore Adelphi, in una nuova e splendida traduzione, ripropone la edizione del romanzo Ombre sullo Hudson. Il libro, profondo e colmo della sapienza ebraica che deriva dalla Torah e dal Vecchio Testamento, coinvolge il lettore per la sua inarrivabile bellezza poetica. La narrazione si apre con la descrizione di una serata che vede ospiti a cena alcune persone, fuggite dalla vecchia Europa ai tempi del nazismo e sopravvissute alla Shoah, in casa del ricco uomo d’affari ebreo Boris Makaver. La sua casa, arredata con lo stile degli appartamenti in cui Boris aveva vissuto a Varsavia e a Berlino, si affaccia su Broadway e su West End Avenue.

Tra il filosofo Halperin e il matematico Sharage e il proprietario di casa Boris si apre una disputa intorno alla questione ebraica. Gli intellettuali presenti sono persuasi che l’ortodossia ebraica sia destinata ad estinguersi a causa del processo di assimilazione degli ebrei nella cultura dei gentili e a causa della secolarizzazione. Boris, che non è uno studioso, ma legge la Torah con passione, protesta, sostenendo che la tradizione ebraica debba sopravvivere in eterno. Il professore Halperin, aiutato economicamente da Boris, sostiene che la esperienza sia l’unica fonte di conoscenza, celebrata ed esaltata dai filosofi Locke e Hume. Mentre avviene questa conversazione intellettuale, Anna, la figlia di Boris, dialoga con Hertz Grein. Grein afferma che Dio dà a ciascuno il suo, Anna, irritata, memore della tragedia della Shoah e del silenzio di Dio al cospetto del male assoluto, dichiara di non riuscire a pronunciare quella parola, poiché se Dio esiste e ha permesso quanto è accaduto in Europa, allora è meglio pensare che non vi sia nessun Dio. Anna e Hertz Grein, in realtà, sono attratti l’uno dall’altra, malgrado il primo sia sposato con Leah, proprietaria di un negozio di antiquariato, e la seconda sia unita in matrimonio con l’avvocato Luria. Dopo la cena in casa di Boris, Luria, sua moglie Anna in macchina, accompagnati da Grein, raggiungono l’abitazione dove vivono. Durante una conversazione Luria afferma che dopo il 1939 ha maturato la convinzione che l’uomo è capace di commettere qualsiasi follia ed orrore, se la mente è accecata dall’odio cieco e irragionevole.

Anna, che non nasconde la sua attrazione verso Grein, lo segue in albergo, dopo avere abbandonato suo marito Luria. Grein, nella stanza d’albergo dove giace sul letto con Anna, con l’animo tormentato ammette che una forza misteriosa o una combinazione di forze lo ha condotto in quel luogo a consumare l’adulterio. Luria, disperato per la fuga d’amore di sua moglie, avverte il padre Boris Makaver, che disapprova la condotta di sua figlia, con la quale decide di non avere nessuno rapporto umano. Grein è una figura umana che nel libro appare piena di contradizioni e vive il tormento interiore dovuto al conflitto tra la legge ebraica, a cui pure si sente legato, ed i suoi comportamenti, che sono in netto contrasto con i precetti etici della sua cultura di appartenenza. Infatti si sente in colpa per come ha educato i suoi figli, Anita, depressa e distaccata dal mondo, e Jack, l’ingegnere che si proclama militante comunista, entrambi lontani dagli insegnamenti dell’Ebraismo.

Grein, che pure crede che l’essenza dell’ebraismo debba risiedere nella convinzione che non è lecito fondare la propria felicità sulla disgrazia degli altri, non ama sua moglie Leha ed ha da molti anni una relazione illecita con Esther, una intellettuale ebraica discendente da una famiglia di antico lignaggio e grande cultura. Dopo avere trascorso un periodo in Florida a Miami Beach con Anna, Grein, in preda alla delusione ritorna a vivere a New York, dove lavora in borsa come Broker. In un momento di riflessione, Grein si interroga e si chiede se è davvero innamorato di Anna, e se sia possibile capire e comprendere dove finisce il desiderio e ha inizio l’amore. Forse, pensa con l’animo disincantato Grein, il concetto d’amore è una invenzione e un miscuglio di fantasie di ogni genere. L’amore gli appare come un groviglio di illusioni. Avrà, in un secondo memento della sua vita, Grein un pentimento e varcherà la soglia della Sinagoga per avviare un percorso di pentimento interiore.

Questa è la parte più bella del libro, in cui, Grein, pensando all’opera di Spinoza e alla sua esortazione ad abituarsi ad esercitare il controllo sulle proprie emozioni, al cospetto della parola sacra ammetterà di sentirsi responsabile della morte di Luria, a cui aveva portato via la moglie, e della malattia di sua moglie Leah, ammalatasi di cancro. Pensando al mistero della creazione, a Grein pareva che il cielo stesso fosse stupefatto e si chiedesse: da dove vengo? Chi mi ha disteso al di sopra del mondo come sei io fossi un velo? Da dove hanno tratto origine gli alberi, i fiumi, le foreste? Ogni cosa sembrava condividere il suo sentimento di stupore al cospetto della creazione. Ogni persona, nel suo percorso spirituale, doveva individuare il fondamento della propria esistenza. Esther, l’amante di Grein, prima sposa un ricco uomo d’affari, poi, si ricongiunge con Grein, con cui decide di vivere, insieme isolati dal mondo, in una fattoria della campagna americana. Questa convivenza presto si trasformerà in un rapporto conflittuale ed infelice, sicché Grein si separerà ancora una volta. Rimasto da solo, come aveva confessato in una conversazione avuta in precedenza con il dottore Margolin, averte il bisogno di isolarsi dal mondo, per meditare sulla condizione umana.

A Gerusalemme, dove adesso vive ed abita, in una lettera indirizzata al suo amico Morris Gombiner, Grein confessa di avere capito che non è possibile osservare i dieci comandamenti in una società che li infrange in modo sistematico. La Torah, di cui è divenuto uno studioso, gli appare come l’unico insegnamento di cui disponiamo per contenere e neutralizzare la ferocia e la malvagità di cui sono capaci gli uomini. Anna, che si risposa con il primo marito, l’attore Kotik, di origini polacche, divenuto una celebrità ad Hollywood, si riconcilia con il padre Boris, dopo averlo aiutato ad affrontare le conseguenze negative di un investimento sbagliato. Un libro che gronda erudizione e sapienza da ogni pagina e mostra la drammatica dicotomia esistente tra l’azione ed il pensiero umano. Imperdibile.