È una palla che è piombata addosso, a cui non si riesce a dare un nome. Poi si capisce che si tratta della vita. E la vita “non sempre ci arriva come la desideriamo”. Può spiovere “anche sporca, pesante, mentre sei nel fango e fatichi dannatamente a muoverti”. Buttarla via? Per niente: “Ho deciso io di fermarla. Senza più piedi, senza più cosce, l’unico modo che hai per stoppare quella palla è di petto… ho saltato il dolore e ho provato a ripartire ancora una volta. Senza gambe ma tutto d’un pezzo”.

Queste le parole di Mauro Bellugi, ex difensore di Inter (con cui ha vinto uno scudetto), Bologna, Napoli, Pistoiese e della Nazionale. In un giorno di inverno, come conseguenza del Covid e di una malattia autoimmune “che lo accompagna da tempo”, Bellugi ha scoperto che i piedi sono diventati “neri come la pece”. E in ospedale ecco “la sentenza di un amico medico” che “non lascia spazio ad alternative: bisogna tagliare”. È il novembre del 2020… il 20 febbraio 2021 se ne andrà per sempre.

Tutto d’un pezzo. La mia partita sino alla fine” è il libro (edito da Libreria Pienogiorno) che Mauro Bellugi ha iniziato a scrivere in collaborazione con Andrea Mercurio, un lavoro che ha portato avanti fino all’ultimo. È una storia di “resilienza e passione” che ha attraversato “tutta la sua carriera e la sua esistenza. La storia di un uomo allegro e coraggioso, innamorato della vita. Sempre”.

Duecentoventisette partite in Serie A, un gol “incredibile” – l’unico della sua carriera – al Borussia Monchengladbach in Coppa Campioni. Un viaggio iniziato da Buonconvento, in provincia di Siena, “tremila abitanti in tutto, che sono meno degli spettatori della Nord di San Siro, ma ognuno con un cuore imbizzarrito che fa più casino del tamburo di un capo ultrà”. Qui c’è piazza Garibaldi “centro del mondo, un perimetro in cui non ci si riesce a perdere, tra il giardinetto e il Teatro dei Risorti”. Solo con il muro e contro il muro: “Da solo mi lancio, calciando in diagonale la palla diretta a un preciso mattone, scatto in avanti, e il muro, obbediente alle leggi della fisica, me la restituisce dove so già che sarebbe arrivata, per permettermi di concludere al volo o di testa nella Porta Senese”.

È arrivato l’interesse della Fiorentina ma Mauro Bellugi andrà a Milano, sponda nerazzurra: “Buttala via! Quante volte me lo sono sentito urlare. Sempre quelle due parole. Precedute o seguite da aggettivi poco lusinghieri, titolo per nulla onorevoli, insulti più o meno fantasiosi e pesanti a seconda di quanto alto fosse il livello di preoccupazione dei miei compagni. Quando recuperavo il pallone nella nostra area, il mantra era sempre quello: volevano, pretendevano, urlavano che me ne liberassi immediatamente, impensieriti dal fatto che, se l’avessi persa, gli attaccanti avversari si sarebbero trovati d’un tratto davanti alla porta spalancata”.

Mauro Bellugi, però, quella palla non voleva buttarla via: “Quante volte, davanti alla possibilità di una svolta, di un cambio radicale della nostra routine, di una nuova sfida, di un amore, sentiamo quella voce tentatrice che bisbiglia suadente Buttala via… succede. Spesso. Persino quando l’opportunità è addirittura quella di vivere. Mi sono trovato a settant’anni nel letto di un ospedale, il peggiore dei campi su cui avessi mai giocato, ad affrontare una malattia che non potevo dribblare. Volevo, ma non potevo. Perché non avevo più gambe per farlo”.

La famiglia, le sfide in campo, le battaglie: 192 pagine di aneddoti e passaggi commoventi. Come le parole di Loredana, la seconda moglie: “Grazie per il tuo coraggio. Lo rivedo in ogni ricordo e lo rileggo in queste pagine, dove hai lasciato anche il tuo sorriso, che spero migri sul viso di chi vi si affaccerà. Quel coraggio che non si spegne ma cambia forma, assumendo quella di chi ne troverà un pezzetto nella tua storia, spargendo nelle vite un po’ di Bellugi”.

Quel Mauro Bellugi che come ricordato da Giada, figlia avuta dalla prima consorte, Donatella, “non ha potuto scrivere la parola fine. Ha lavorato a questo libro fino a martedì, solo quattro giorni prima che fosse lei, la fine, a scrivere di lui”.

Ma la testimonianza resta. E va oltre: “Un libro trasforma era in è, cambia il passato in presente – ha detto Giada – che significa anche regalo. Quello che è stato ed è per me. Grazie a mia mamma, Donatella Agnelli e grazie a Loredana Zucchi, due metà di mio padre, le metà di un uomo che, anche grazie a loro, è sempre stato come l’ho vissuto, come l’ho amato e come potete leggerlo: tutto d’un pezzo”.

(*) Mauro Bellugi, “Tutto d’un pezzo. La mia partita sino alla fine”, Libreria Pienogiorno, 192 pagine