Febbre a 90’: oltre il mito

Gli anni Novanta hanno gioito per la Danimarca campione d’Europa in terra di Svezia, sono planati con “Man on the moon” dei Rem e hanno gustato Febbre a 90’ di Nick Hornby. Il libro, a distanza di tempo, è la classica bottiglia di vino che non invecchia, anzi, è sempre più buona. Per molti una reliquia, per altri una pietra miliare del rapporto del tifoso con la propria squadra e con il calcio. Nella fattispecie, un’autobiografia densa di ricordi con in testa l’Arsenal. E non solo.

È un tentativo di acquisire un qualche punto di vista, dice Hornby, “sulla mia ossessione. Perché una relazione iniziata come una cotta da scolaro è resistita (…) più a lungo di ogni altro legame da me liberamente scelto?”. E poi: “Perché questa affinità è riuscita a sopravvivere ai miei periodici sentimenti di indifferenza, dolore e vero e proprio odio?”. Tante domande che vengono soppiantate da vari chiodi fissi: il colpo di tacco di Paul Merson, il destro di Alan Smith, il genio di Anders Limpar.

Il sogno a occhi aperti andrebbe avanti, fino a che non arriva lei, che chiede “a cosa stai pensando”. L’unica via d’uscita, a quel punto, è mai dire la verità: “Non stavo affatto pensando a Martin Amis o a Gérard Depardieu. D’altronde gli ossessionati non hanno scelta; in occasioni come queste devono mentire. Se dicessimo sempre la verità, non riusciremmo a mantenere rapporti con chi vive nel mondo reale. Verremmo lasciati marcire con i nostri dépliant dei programmi dell’Arsenal o con la nostra collezione di dischi originali della Stax con etichetta blu o con i nostri spaniel King Charles, e i nostri sogni di due minuti a occhi aperti si farebbero lunghi, sempre più lunghi, finché perderemmo il lavoro e smetteremmo di lavarci e di raderci e di mangiare”.

Quello di Nick Hornby è un legame (con il pallone) iniziato “improvvisamente, inesplicabilmente, acriticamente senza pensare al dolore o allo sconvolgimento che avrebbe portato con sé” che parte nel 1968 e che non riesce più a fermarsi. Sono 256 pagine sulla condizione del tifoso, un’opera “per noialtri, per chiunque si sia chiesto cosa significhi essere fatti così”, per chi ha scoperto in un giorno qualsiasi di andare alla deriva “verso un sinistro al volo nel sette di destra” sferrato anni e anni prima.

Il libro darà ispirazione al film Fever Pitch, (Febbre a 90°), diretto da David Evans, dove Paul Ashworth (interpretato da Colin Firth) è un insegnante di letteratura con l’amore per il calcio, o meglio, per i Gunners. Si tratta di una “magnifica ossessione” capace di creare grattacapi alla relazione con la professoressa di Storia, Sarah Hughes (Ruth Gemmell). Una pellicola sacra, con un monologo da brividi, consegnato agli Dei: “Il calcio ha significato troppo per me e continua a significare troppe cose. Dopo un po’ ti si mescola tutto nella testa e non riesci più a capire se la vita è una merda perché l’Arsenal fa schifo o viceversa. Sono andato a vedere troppe partite, ho speso troppi soldi, mi sono incazzato per l’Arsenal quando avrei dovuto incazzarmi per altre cose, ho preteso troppo dalla gente che amo… Okay, va bene tutto! Ma… non lo so, forse è qualcosa che non puoi capire se non ci sei dentro. Come fai a capire quando mancano tre minuti alla fine e stai due a uno in una semifinale e ti guardi intorno e vedi tutte quelle facce, migliaia di facce stravolte, tirate per la paura, la speranza, la tensione, tutti completamente persi senza nient’altro nella testa… E poi il fischio dell'arbitro e tutti che impazziscono e in quei minuti che seguono tu sei al centro del mondo, e il fatto che per te è così importante, che il casino che hai fatto è stato un momento cruciale in tutto questo rende la cosa speciale, perché sei stato decisivo come e quanto i giocatori, e se tu non ci fossi stato a chi fregherebbe niente del calcio?”.

“E la cosa stupenda – va avanti – è che tutto questo si ripete continuamente, c’è sempre un’altra stagione. Se perdi la finale di Coppa in maggio puoi sempre aspettare il terzo turno in gennaio, che male c’è in questo? Anzi, è piuttosto confortante, se ci pensi. Di quando in quando, non molto spesso però succede, ti capita di scoprire un mondo che funziona diversamente. Un mondo che non si ferma a maggio e riparte di nuovo ad agosto. Ci sono cose che non tornano più e cose che non se ne andranno mai... e cose che non potresti ignorare anche se volessi”.

Lode alla Danimarca campione d’Europa in Svezia, ai Rem e a “Man on the Moon”, ma soprattutto grazie a Nick Hornby e alla sua educazione sentimentale: un atto d’amore per il calcio, quando il calcio era la vita.

(*) Nick Hornby, “Febbre a 90’”, Guanda, 256 pagine