Personaggi della civiltà

Sia l’Illuminismo, sia l’Idealismo, sia il Positivismo sono concezioni mondane, l’individuo vale in quanto è relazionato, fa parte, stabilisce un contratto associativo, per far valere la Ragione (Illuminismo), lo Stato (Idealismo di Hegel), il Progresso scientifico (Positivismo). Il danese Soren Kierkegaard e il tedesco Max Stirner, contrastarono violentemente la concezione che si era affermata con l’Idealismo, in specie di Federico Guglielmo Hegel, per cui il “soggetto”, il singolo, l’individuo è una condizione “superata” dalla Famiglia, dalla Società, dallo Stato. Soren Kierkegaard contrasta anche la riconduzione dell’uomo alla dimensione naturalistica e storica, quindi respinge Illuminismo, Idealismo, Positivismo, rifiuta ogni “superamento” dell’individuo.

L’individuo per Kierkegaard si presenta nel mondo, naturale, sociale, e sovra umano sempre come “singolo”, un singolo che può scegliere un’esistenza di godimenti, di esperienze molteplici e fugaci, scelta estetica; un singolo che può affermarsi nella vita sociale come attivo professionista, come coniuge, come generatore di figli, scelta etica; o un singolo che può dilatare lo sguardo oltre le sensazioni e la vita professionale e familiare e sentire l’infinito del possibile, l’angoscia del possibile. Per Kierkegaard è nella religione che proviamo, raggiungiamo questa angoscia del possibile, percepiamo l’infinito, scelta metafisica. Il Singolo ed il Possibile, non la Storia, non la Società, dunque, il singolo resta singolo, “quel” Singolo nel mare dell’infinito possibile che ha le sembianze di Dio, per Kierkegaard, mentre è il nitido “infinito” spazio-temporale Nulla per Giacomo Leopardi.

Estremo vertiginosamente nel rifiuto di ogni “superamento” del singolo, anzi: Unico, è Max Stirner. Umanità, Dio, Patria, Famiglia, Società, Bene Comune, Valori, Stato costituiscono organismi artificiali che distolgono dalla vera realtà: ciascun uomo è unico, non appartiene che a se stesso, valuta per se stesso, non ha obblighi verso gli altri, se mai decisi o imposti non in ragione di una superiore disposizione da riconoscere, ma dallo Stato o dalle religioni. Scrive Stirner: “Io ho certamente delle somiglianze con altri, ma questo vale soltanto per la comparazione, per la riflessione, nei fatti io sono incomparabile, unico. La mia carne non è la vostra carne, il mio spirito non è il vostro spirito”.

E se li riconducete ai vostri concetti generali di “carne” e “spirito”, questi sono pensieri vostri che niente hanno a che fare con la mia carne, con il mio spirito e dai quali meno che mai discende una “missione” per me e per ciò che è mio”. Per Stirner, al dunque, non vi è alcunché di superiore, inglobatore del singolo unico, non vi è alcunché di accomunante. L’Unico è solo di se stesso. Questa visione comporta che con la fine di ciascuno come unico finisce tutto. E’ la conclusione del testo di Max Stirner, “L’unico e la sua proprietà”: “Se io fondo la causa su di me, l’unico, esso poggia sull’effimero, mortale, creatore di sé, che se stesso consuma, e io posso dire: Io ho fondato la mia causa su nulla”.

Biografie

Max Stirner si chiamava Johnn Kaspar Schmidt, ebreo tedesco, 1806-1856, fu autore essenzialmente di un solo testo, che ebbe e mantiene un effetto sostanziale in una sparuta cerchia di individui: L’unico e la sua proprietà (1845). Ridicolizzato da Karl Marx, a sua volta spregiato da Max Stirner, giudicato fautore di una morale da bottegai, nella sostanza la concezione di Stirner è la più nuda convinzione della costituzionale solitudine di ciascuno nella insuperabile dimensione dell’unicità mortale. Non esisterebbe che l’Unico Io, il nudo Me Stesso, quindi nel destino di morte e di Nulla, giacché l’Io essendo Unico morendo cessa per sempre la sua unicità. La morale che Stirner trae è di un cinismo, in senso greco, di una spietatezza radicale, nessun dovere, nessun obbligo, io solo con la mia volontà. Molto discussa l’influenza di Stirner su Friedrich Nietzsche, sembra che Nietzsche conoscesse l’opera di Stirner. Strano non la conoscesse. Stirner ispirò ed ispira l’anarchismo individualista vertiginoso.

Soren Kierkegaard, danese di Copenaghen, 1813-1855, pensatore solitario, originale, dolorosamente tormentato dall’esigenza di salvezza, colpa, infinito, Dio, ritenne improprio dedicarsi alla soddisfazione dei sensi, ed anche alla professione di buon cittadino, il valore dell’esistenza starebbe nel rapporto con Dio, verso il Quale sentiva di essere peccatore e colpevole. Al dunque, una fede assoluta stabiliva il rapporto esclusivo individuale con Dio. Per Kierkegaard la mondanità e il collettivismo negavano la vita autentica quella religiosa: io-Dio. Kierkegaard visse la celebre formulazione di Blaise Pascal, che era necessario interessarsi dell’eternità più che della breve esistenza mondana, occuparsi di quel che sarà di ciascuno, di “quel” singolo, nell’eternità. Quindi la Religione al posto della Storia in un’epoca in cui sorgeva l’opposto, la religione della Storia, l’uomo del tutto sociale sostitutivo dell’uomo esistenziale. Soren Kierkegaard ebbe fortuna nel secolo scorso.