Il sorriso di Evola

A modo mio, vorrei dire alcune cose, giocando sul filo di quell’ironia che certamente avrebbe mostrato da par suo, il vero e unico personaggio di questa strana piece, ovvero il famigerato Barone Nero, Julius Evola, riguardo le ultime scontate e intristenti polemiche sorte sulle sue opere esposte al Mart di Rovereto da alcune settimane.

È noto a molti, se non a tutti, che chi scrive si sia formato in gioventù anche – non solo – sul pensiero di Evola, soprattutto ovviamente sull’aspetto della tradizione, dei simboli, della ricerca interiore e metafisica, per non usare l’abusata parola “esoterismo”, quest’ultimo che poi avviene proprio con la conoscenza del Nostro con un altro grande “maledetto” dalla critica contemporanea e postmoderna, che risponde al nome di René Guénon. Altrettanto sinceramente dirò che trovo tutta la polemica contraria all’Evola pittore semplicemente inutile, ridicola, faziosa e persino controproducente alla stessa fonte che l’ha edificata, ricorrendo con la consueta mancanza di approfondimento e di originalità, alle solite, abusate e sterili critiche che ricollegano Giulio Cesare Evola non soltanto all’esecrato Ventennio ma persino alle alte sfere nazionalsocialiste e, in ultimo, facendone un filoputiniano ante Vladimir Putin.

Perciò non starò a ripetere quanto già abbondantemente detto da altri in merito, non ne vale la pena e sempre per citare Evola stesso, con un detto Tuareg che lo riallaccia al collega metafisico francese: “La carovana passa, i cani abbaiano”. Oppure per rimanere in tema graalico, altrettanto caro e studiato dal Barone ghibellino e imperialista – perciò non particolarmente gradito al fascismo, come ampliamente documentato con inoppugnabilità storica – citando il detto gallese “lasciate fare ad Uther Pendragon ciò che può. L’Eden (un fiume del luogo) scorrerà dove sempre ha scorso”.

L’Evola pittore, dunque, non piace? Può essere, ciò è legittimo. Certamente preso in sé, acriticamente, non possiamo dire che sia una mano eccelsa e straordinaria, ma questo non ha importanza visto che nell’ottica nella quale egli si pone la “tecnica pittorica” sarebbe di minor importanza rispetto alla volontà “magica” di produrre con il pensiero attivo. Evola non è Jan van EyckHans Holbein e neppure Ubaldo Oppi. Infatti, proprio tra le fila del gruppo Novecento, a lui posteriore, l’avremmo certo visto più a suo agio, ma l’attività – brevissima – dell’Evola pittore giunge prima e persino poco dopo quella da lui non amata – e da me con lui, anche questo è un segreto di Pulcinella – del Futurismo.

Il Barone dalle unghie laccate di verde, il dandy aristocratico e ironico del Primo dopoguerra anche se allievo di Giacomo Balla nell’uso del pennello, non avrebbe mai potuto essere “futurista”, quindi non gli restava che il movimento Dada, anche se ormai giunto sul suo esaurirsi e come tale, in quella luce crepuscolare dell’autunno avanguardistico di Tristan Tzara e altri, produce quelle opere.

Piaccia o non piaccia con tutto l’apparato di teschi, daghe e fasci littori, nulla Egli ha a che fare. Se ne facciano dunque una ragione i critici militanti che muovono da sinistra per ideologie preconcette. Noi appunto, come la “carovana”, andiamo avanti ricordando, immodestamente, come chi scrive si sia occupato proprio di un aspetto mai sino ad allora considerato dell’attività artistica di Evola, che sono le copertine e le grafiche dei suoi libri, pubblicati per l’editore e critico d’arte, Vanni Scheiwiller. Chi volesse – ebbene sì faccio volentieri pubblicità all’editore principe di Julius Evola in Italia, che è Mediterranee – può leggere il mio testo e quello di altri ben più dotti di me sull’opera artistica del Nostro, in Teoria e Pratica dell’Arte d’Avanguardia. Manifesti, Poesie, Lettere, Pittura con le riproduzioni anastatiche di Arte Astratta, Le Parole Obscure du Paysage Interieur e del catalogo della mostra Der Sturm (Berlino 1921), del 2018, presentato poi alla Galleria d’Arte Moderna di Roma, con Carlo Fabrizio Carli, Gianfranco de Turris, Vitaldo Conte, l’editore Gianni Canonico e in ultimo me medesimo. E gente nel pubblico ce n’era tanta, ve lo posso garantire e forse è proprio questo che infastidisce chi vorrebbe ridurre l’arte a tetra ideologia di un passato ormai storicizzato.

Non aggiungerò altro, essendomi già sin troppo diffuso su qualcosa che forse non avrebbe neanche meritato ulteriore considerazione, dandogli così ancor più visibilità, ma tant’è tra queste “rovine” non possiamo esimerci, come Evola avrebbe voluto, di mantenerci saldi, “intransigentemente aristocratici, in questo mondo di mercanti, di ingabbiati” e di troppe altre cose meschine e volgari, nelle quali non ci riconosciamo.