Martin Heidegger racconta e spiega l’inizio della filosofia occidentale

Da poco è approdato in libreria un testo e un libro fondamentale, di cui è autore il grande filosofo Martin Heidegger, intitolato L’inizio della filosofia occidentale. Interpretazione di Anassimandro e Parmenide, pubblicato dalla casa editrice Adelphi nella collana Biblioteca Filosofica. Il libro, un testo di grande valore culturale, raccoglie e contiene un intero corso di filosofia, tenuto da Martin Heidegger tra il 26 aprile e il 26 luglio nel 1932 presso la prestigiosa Università di Friburgo. Il testo, come nota il curatore Peter Trawny, è di fondamentale importanza poiché consente di individuare la soglia che separa la l’esperienza pre-metafisica dell’essere rispetto alla sua ridefinizione metafisica, che si ebbe con la filosofia di Platone basata sulla idea, che tutto spiega e chiarisce. Con questo corso filosofico, Heidegger voleva pervenire alla individuazione del momento in cui la filosofia ha avuto inizio nella civiltà umana.

La filosofia occidentale inizia nel sesto secolo (A. C.) presso il piccolo popolo dei greci, i quali come è ovvio non sapevano nulla di occidente e della categoria concettuale dell’occidente. Inizialmente occidente era una espressione meramente geografica, in seguito, diventa un concetto storico, che spiega l’origine della civiltà e cultura cominciate con i greci. Come osserva Heidegger, la romanità, l’ebraismo e il cristianesimo hanno falsificato la filosofia degli inizi. Da questa constatazione deriva la necessità, malgrado vi sia una distanza temporale enorme dal periodo in cui questa disciplina nacque e venne fondata, di ritornare ad interpretare i testi e i frammenti dei filosofi degli inizi, quali furono senza dubbio Anassimandro e Parmenide. Analizzando con una profondità di sguardo sorprendente e stupefacente il Detto di Anassimandro, Heidegger nota che l’ente deve essere percepito nella sua identità distinguendolo dall’ente totale, vale a dire da tutto l’ente.

Per i greci era fondamentale la visione del farsi avanti, intesa come l’apparire e il mostrarsi dell’ente. Proprio perché appare nella dimensione del tempo, l’ente può essere percepito e, di conseguenza, compreso. Per i greci, a proposito dell’origine dell’ente, non bisognava parlare di nascita, ma di provenienza, poiché il donde e il colà designano il luogo da cui l’ente appare e in cui è destinato a scomparire. Ma quale entità regola e rende possibile il comparire e lo scomparire dell’ente? E’, per Heidegger, la necessità che governa questo processo di apparizione e sparizione dell’ente. Per gli interpreti di Anassimandro, la sua dottrina deve essere intesa e concepita come una materia prima della natura, che svela le leggi che la governano da sempre. Citando il testo di Sofocle, la tragedia intitolata Aiace, Heidegger mostra come il tempo è l’effimero, il temporaneo, il fugace, per ricordare come il tempo sta in rapporto con l’essere dell’ente, visto che è in virtù del tempo che accadono l’apparizione e la sparizione a cui è destinato l’ente.

Per spiegare l’origine dell’ente, Heidegger, continuando in modo sapiente e illuminante la interpretazione del detto di Anassimandro, osserva che sono fondamentali due categoria, l’accordo e il disaccordo. L’accordo indica la combinazione tra gli enti, e qui il riferimento all’essere privo di limiti e confini diviene necessario, mentre il disaccordo indica il momento in cui l’ente entra nella delimitazione. Ente, in altre parole, con la sua apparizione, esce fuori dalla assenza di delimitazioni. L’inizio, l’archè, l’avvio sovrano sono espressioni che indicano la potenza dell’essere e la sua essenza che autorizzano l’apparizione e la sparizione dell’ente.

Nel tentativo di rintuzzare le critiche di quanti ritenevano la filosofia degli inizi antiquata e desueta e primitiva, Heidegger nota che non bisogna dimenticare come ciò che è antico e si riferisce agli inizi del filosofare, non viene più compreso perché siamo noi moderni ad essere invecchiati a causa della ossessione con cui ci dedichiamo al pensiero moderno e ha ciò che presenta di progredito. Molto spazio viene dato al procedimento concettuale che consente di pervenire grazie alla domanda fondamentale alla apprensione dell’essere e alla sua fondamentale separazione dall’ente. Il domandare, nei casi in cui sia fondato e in base al logos rettamente motivato, è il modo privilegiato per ricercare il fondamento dell’essere, inteso come la verità suprema.

Diogene Laerzio ha raccontato che molto probabilmente Anassimandro ebbe modo di ascoltare le meditazioni filosofiche di Parmenide, sicché una connessione intellettuale tra i due pensatori vi è stata. Nella parte intermedia del suo studio, prima di offrire una interpretazione magistrale del Poema di Parmenide, Heidegger, delinea una importantissima distinzione tra l’essere e il devenire, l’essere e il dovere, l’essere e il pensare, l’essere e la parvenza. L’essere si distingue dal divenire, poiché il divenire designa il mutamento e il passaggio ad altro, da qui l’inquietudine esistenziale, poiché ciò che diviene non è ancora fermo, stabile e definito per sempre. L’essere va distinto dal dovere, visto che il dovuto si riferisce al dovere e ha una chiara intonazione morale ed etica che chiama in causa la responsabilità personale, secondo Immanuel Kant.

L’essere si differenzia dal pensare, che rende possibile la rappresentazione della esperienza della esistenza vissuta e una forma di conoscenza. Infine l’essere deve contrapporsi alla parvenza, poiché questa ha la sembianza dell’essere, senza tuttavia coincidere con l’essere. L’essere significa verità, visto che possiede tra i suoi aspetti fondamentali, la stabilità, lo stare fermo, la tangibilità e la realtà immutabile. Riferendosi alla filosofia di Kierkegaard, Heidegger ridefinisce il concetto di esistenza, che viene riferito all’uomo, sostenendo che esistere vuol dire uscire fuori, mostrarsi. L’uomo quando si pone la domanda per cogliere con il suo sguardo il fondamento dell’essere raggiunge la libertà e intuisce che l’essere e la percezione sono posti sullo stesso piano.

Nella seconda parte di questo straordinario libro al lettore viene offerta da Heidegger una interpretazione indimenticabile del Poema di Parmenide, la cui narrazione, nota l’autore di questo libro da grande filosofo, procede per metafore sottili e complicate, che devono essere intese nel modo giusto. Per Heidegger è fondamentale proporre una comprensione corretta e storicamente ineccepibile degli inizi della filosofia occidentale. Vi è nel poema di Parmenide la famosa meditazione sulle vie da percorrere per approdare in virtù della interrogazione filosofica alla apprensione dell’essere e dei suoi aspetti essenziali. La prima via, è quella percorsa dalla Dea, entità trascendente, che dischiude e svela innumerevoli prospettive, la seconda è una via ingannevole che non consente alcuna conoscenza, poiché l’essere non può provenire dal nulla.

La terza via è quella plasmata dagli uomini, privi di sapienza, e per questo indotti a errare oscillando nel loro cammino di ricerca senza sapere dove la loro via li stia conducendo. Soltanto la via della Dea, conduce alla comprensione e alla percezione dell’essere. Molto spazio in questa parte del libro viene dati agli aspetti che definiscono l’essere, il quale deve essere posto in relazione con il presente e non si può affermare che abbia una provenienza. Infatti Platone ha chiamato Parmenide il suo famoso dialogo in cui viene mostrata la natura e i caratteri fondamentali dell’essere. Anche Aristotele su questo tema nel libro X della metafisica ha scritto un trattato di fondamentale importanza. A questo proposito Heidegger osserva che la priorità oggettiva sta nel tempo, visto che l’essere e senza nascita e tramonto. Un libro, questo di Martin Heidegger, la cui pubblicazione costituisce un evento culturale del nostro tempo.

L’inizio della filosofia occidentale. Interpretazione di Anassimandro e Parmenide di Martin Heidegger, Adelphi 2022, 313 pagine, 42 euro