“Gelo”, il capolavoro di Thomas Bernhard

giovedì 18 aprile 2024


La grande letteratura e i grandi libri devono equivalere, ha scritto nel suo diario Franz Kafka, a un pugno dato nello stomaco. Sorprende per la bellezza delle immagini poetiche e la profondità dei pensieri disseminati nella narrazione, il libro di Thomas Bernhard, con cui alla metà degli anni Sessanta fece il suo esordio nella letteratura mitteleuropea. Il romanzo, intitolato Gelo, è stato di recente pubblicato dalla casa editrice Adelphi. Un giovane studioso di medicina si vede affidare dal suo maestro, un chirurgo affermato, il compito di recarsi in un paese di montagna, Weng, nel quale vive un pittore, che ha lasciato e abbandonato Vienna, dopo avere distrutto i quadri dipinti durante la sua vita. Il pittore è il fratello del medico e del chirurgo. Nell’affidare l’incarico al suo allievo, lo ha pregato di non fare mai sorgere il sospetto che tra lui e il chirurgo vi fosse un rapporto di collaborazione. Il giovane assistente deve osservare da vicino il pittore, un libero pensatore, così lo ha definito il medico chirurgo, che, però, è fortemente disturbato.

Weng, il paese situato in alta montagna dove il pittore si è rifugiato, lontano dal mondo della grande città, appare al giovane assistente un luogo cupo e malinconico. Nella locanda dove vive il pittore, il giovane assistente viene accolto e ospitato per alcuni giorni. Infatti la narrazione, in questo grande libro, è scandita dal trascorrere dei giorni, durante i quali il giovane assistente instaura un rapporto con l’anziano e maturo pittore. Fuori della locanda, attraversando i boschi nel paese di montagna, il pittore e l’assistente discutono. Sono lunghi monologhi, quelli presenti nel libro, in cui il pittore confessa al suo osservatore che è un’illusione ingannevole la pretesa di essere capiti e compresi dalla persona di cui si è innamorati. Dopo la scomparsa dei genitori, il pittore ammette di essersi aggrappato a sé stesso, come ci si aggrappa a un albero già morto.

La capacità di ingannare il prossimo, e questa è la caratteristica della moglie dell’oste, che gestisce la locanda, può essere un pungolo che induce le persone ad agire. Il pittore, che non ha mai avuto amici e con disincanto non ha fiducia nella umanità, nota che l’elemento bestiale sia sempre in agguato nell’uomo. Se si è capaci di guardare il mondo con sguardo penetrante, si ha la rivelazione che si tratti di una ornamentazione universale nello spazio. Oltre questo confine vi è il nulla, la tenebra, l’impossibilità di raggiungere la verità con lo sviluppo della facoltà umane. Per il pittore, è un grande crimine generare delle persone che si sa, già prima che vengano al mondo, che saranno condannate all’infelicità. L’ululato dei cani, che risuona nella notte fuori dalla locanda, mentre il pittore insonne cammina nella sua stanza, evoca la paura. La mia paura, confessa il pittore, è una paura a lungo meditata, analizzata in ogni sua componente emotiva e intellettuale. Il pittore è consapevole del suo stato di grande disperazione, poiché è abituato ad analizzarsi in continuazione con uno sguardo lucido e disincantato. Mentre conversa con il giovane assistente, divenuto suo confidente, il pittore mostra il libro di Baise Pascal i Pensieri, che legge in continuazione.

Le grandi idee, che provengono dal mondo dei sogni, la libertà, la giustizia, la bellezza, spesso vengono condannate e rimangono lettera morta, poiché non hanno un avvocato difensore. Il dolore è al centro della natura, poiché in essa non vi è niente di innocente, visto che è dominata dalla crudeltà più spietata. I dolori che il pittore sperimenta nella sua testa hanno raggiunto un grado di intollerabilità persino per la scienza, che rispetto ad essi è impotente. Nel libro vi sono altri personaggi che frequentano la locanda, come lo scuoiatore e il gendarme. L’ingegnere, che è impegnato a costruire una centrale elettrica che dovrà garantire la fornitura della energia in tutta Europa, induce il pittore a ritenere che la tecnica è destinata a progredire e a superare in modo infinito i suoi limiti, rischiando di deturpare il paesaggio in nome del progresso. Meditando sul rapporto tra superficie e profondità, osserva che bisognerebbe sapere cosa significhino la luce e l’ombra, la chiarezza del pensiero e la tenebra impenetrabile.

Per il pittore, che tra tutti i colori oramai predilige il nero e, quindi l’oscurità, il dolore è l’unica realtà. Per la sua visione tragica della vita, è consapevole di irritare le persone, con cui preferisce non avere rapporti di nessun genere. Tutto appare incomprensibile e vano, visto che il mondo è disumano. Le montagne, che circondano il paese, Weng, sono state testimoni dei crimini di guerra e di gravi delitti. La guerra, questo retaggio inestirpabile, suscita un sentimento di tristezza e di orrore infinito. Per il pittore, che legge i giornali con attenzione, la politica è una attività interessante che conferisce un contenuto spirituale al divenire della storia umana. Si chiede, il pittore in balia della sua sofferenza irredimibile, cosa sia l’organismo e quale rapporto vi sia tra il corpo e lo spirito.

La morte evoca l’idea dell’infinito oltre lo sguardo con cui i sensi colgono la realtà. Nei suoi monologhi il pittore ritiene che tutte le concezioni divine derivanti dalla religione e dalla a-religiosità siano illusorie e servano soltanto a distogliere la mente umana dalla constatazione che tutto è assurdo e incomprensibile. L’incomprensibile, al cospetto del quale la ragione umana naufraga, costituisce la dimensione del miracoloso. Mentre ciò che si comprende, attraverso le facoltà umane, appartiene alla dimensione del meraviglioso. Nello scrivere al suo maestro, per riferirgli le impressioni che gli suscita il pittore, l’assistente nota che nella sua personalità convivono due figure, quella del politico e quella del sognatore. Un libro profondo e notevole sul mistero della sofferenza umana.

(*) Gelo di Thomas Bernhard, traduzione di Magda Olivetti, Adelphi 2024, Collana Fabula, 356 pagine, 19 euro


di Giuseppe Talarico