Falò del contante per risarcire Cina e mercati

Dal primo luglio 2021 il limite al prelievo contante s’abbassa a mille euro, e per ogni spesa mensile eccedentaria gli italiani dovranno ricorrere all’uso di moneta elettronica: permettendo la totale tracciabilità dei flussi di danaro, come dei motivi di spese, acquisti ed interscambi vari. Ma tale stretta è veramente motivabile con la lotta all’evasione fiscale o ci viene nascosto il vero fine? A conti fatti, in tutto il Nord Europa (Germania, Austria, Olanda, Norvegia, Danimarca) non c’è limite all’uso del contante, e l’evasione fiscale è stabile e per nulla incrementata dalle transazioni commerciali al dettaglio per contanti.

In Italia, però, decolla la politica del nodo scorsoio sul contante, che sa tanto d’una volontà dei gestori dei mercati di colpire il risparmio italiano, che risulta aver avuto il maggior incremento sotto pandemia: va anche detto che l’aumentato risparmio non avrebbe aumentato gli investimenti in titoli da parte delle persone fisiche. Quindi gli italiani (sempre accusati di furbizia dai mercati internazionali) avrebbero messo tutto sotto il mattone. Accantonare e nascondersi non risolverebbe il problema, e perché è risaputo che i poteri debbano presentare ai popoli il conto della pandemia. Infatti, i 4.500 miliardi di depositi bancari d’inizio pandemia (come da calcolo Fabi, Federazione autonoma bancari italiani) si sarebbero incrementati di ulteriori 45 miliardi di euro: ovviamente, solo la metà di questi soldi risulterebbero impegnati in polizze, titoli e vari piani d’investimento.

Rimane il problema che, sotto qualsivoglia forma siano (più o meno vincolati) ammontano comunque a 4.550 miliardi di euro. Un vero e proprio tesoro, che va a sommarsi al più ricco e di qualità patrimonio immobiliare del pianeta terra, ovvero case, palazzi, ville, musei e beni artistici. E senza considerare che ci sono ancora importanti asset italiani nel settore manifatturiero. Tutta questa ricchezza rende l’Italia una sorta di novella Troia, le cui porte scee luccicanti d’oro massiccio irritano ed attraggono i potentissimi masnadieri della finanza internazionale: certo una forza difensiva, come ebbe a sostenere Heinrich Schliemann a cospetto delle rovine, nel contempo capaci di concentrare e coalizzare nemici ed odio.

Se nel mondo classico questo nefando destino s’era abbattuto sulla ricca città-Stato dell’Ellesponto, nella contemporaneità (diciamo pure dal Secondo dopoguerra) il fato avverso è tutto contro l’Italia, le sue ricchezze, la sua genialità d’impresa. È il profetico proposito che Winston Churchill confidava nel novembre 1945 a monsignor William Godfrey (delegato apostolico romano a Londra), ovvero “all’Italia dovrà mancare la totale libertà economica, quindi politica… dovrà stentare ad essere nazione per essere controllata”. Il paradosso sta tutto nel come l’Italia sia comunque riuscita ad accantonare il risparmio privato più importante al mondo, a mantenere il sessantacinque per cento del patrimonio artistico mondiale, una centralità mediterranea senza i carrarmati per le strade (tranne che in questi ultimi due anni), a competere sul cinema per più di mezzo secolo con Hollywood, a detenere siti archeologici e località turistiche uniche a mondo, a concentrare i capitali dell’intero pianeta sul proprio sport nazionale (il calcio).

“Ora basta, ora deve pagare”, hanno sentenziato i signori che gestiscono i mercati. Pagare perché l’Occidente (la speculazione) è indebitato con la Cina, pagare perché si fa presto ad usare le ricchezze italiane per coprire i danni da pandemia, pagare perché il suo buonismo è ormai avvertito come doppiogiochismo sui tavoli di trattativa internazionale. E del resto ce la siamo cercata: mandavamo un ambasciatore in giro per il Congo con un solo carabiniere di scorta, quando è risaputo che nell’ex colonia belga operano più d’una quarantina tra milizie rivoluzionarie, mercenarie e paramilitari; poi ci facciamo paladini dei diritti umani in Egitto interferendo nei rapporti d’intelligence tra Abdel al-Sisi e la Corona britannica (caso Giulio Regeni, caso Patrick Zaky) dimenticando che abbiamo siglato accordi Eni grazie alla distratta compiacenza dei potentati anglosassoni.

I signori della terra, coalizzati contro la novella Troia, hanno optato per la linea dura, e contano che Mario Draghi ci metta a stecchetto, che ci addrizzi le ossa, ricordando all’Italia il ruolo in cui è stata imprigionata da Winston Churchill. Ne consegue che agli italiani risulterà difficilissimo da luglio prelevare contante ed occultare quattrini in casa. Quindi Draghi dovrà, entro agosto, decidere se bruciare il risparmio (una sorta di prelievo retroattivo ferragostano simile a quello del 1992) o abbattere i valori immobiliari con una patrimoniale (aggiuntiva ad Imu, Tasi ed imposta sui redditi) che punisca i possessori di case per un valore oltre il milione. Quest’ultima risulterebbe gradita alle banche straniere, che controllano le italiane, e perché hanno già deciso sia di alienare il patrimonio immobiliare (che hanno in pancia nel Belpaese) che, è risaputo, di fare passare le dimore italiane importanti in mani estere a prezzo d’immediato realizzo (super ribassi).

Ci diranno che tutto questo sacrificio sarebbe stato pattuito su tavoli strategici internazionali e per ricomprare i nostri debiti in mani cinesi. Niente di più falso, la Cina ha firmato gli accordi di Parigi, che prevedono debba tagliare del sessanta per cento le emissioni rispetto al Pil entro il 2030 (considerando come base quelle prodotte dal 2005): il raggiungimento dell’obiettivo climatico prevede che, la riduzione delle emissioni di CO2 stronchi le gambe all’industria cinese del Bitcoin.

“L’industria del Bitcoin cinese divora sempre più energia: con le sue emissioni minaccia il clima” dicono i signori dei mercati. E sembra davvero strano che in Italia ci vogliano spingere tutti verso la moneta elettronica, i pagamenti elettronici, i Bitcoin. Allora perché la “gretinaTesla avrebbe deciso, per il bene di clima e pianeta, d’accettare solo pagamenti in moneta elettronica e Bitcoin? È semplice: l’obiettivo dei potenti della terra è eliminare la ricchezza nelle mani della classe media (il sessanta per cento degli occidentali) per varare il feudalesimo cibernetico, il controllo del pianeta in mano alle politiche delle multinazionali. Questo disegno di fatto sarebbe contrastato dal modello culturale italiano: ovvero la capacità di creare ricchezza dal nulla, il fatto che comuni cittadini posseggano beni in chiara rendita di posizione, poi la ritrosia italiana verso l’omologazione commerciale stabilita nell’accordo tra grande distribuzione ed e-commerce. Probabilmente il presidente Draghi starà attraversando un periodo di forti malori coscienziali: per un verso sarebbe tentato di metterci tutti a “povertà sostenibile”, dall’altro si chiede in che mani straniere potrebbero finire i beni degli italiani.