Cosa non funziona nelle politiche di Draghi

La risalita del Pil italiano nel 2021 è, secondo varie fonti previsionali, intorno al 6 per cento. Addirittura, Confindustria lo stima a un +6,1 per cento, seguito da un ulteriore +4,1 per cento nel 2022. Tuttavia, a fronte di queste pur rosee previsioni, la disoccupazione resterà alta fino al 2022. In effetti, con un’occupazione in solo lieve recupero, il tasso di disoccupazione crescerà progressivamente, tornando in media vicino al suo valore pre-crisi (9,9 per cento). Peraltro, nel 2022, la risalita prevista per l’occupazione tenderebbe a ridurre il tasso di disoccupazione, ma l’aumento della forza-lavoro è prevista in incremento (+1,3 per cento, dopo il +1 per cento nel 2021) e ciò, in definitiva, manterrà alto il tasso di disoccupazione, intorno al 9,6 per cento.

Insomma, un quadro desolante per coloro che sperano che, a fronte degli enormi investimenti pubblici programmati, la disoccupazione finalmente rientri a livelli più accettabili. Ma cosa è che non funziona nel sistema economico italiano che fa sì che, pur di fronte ad un aumento del Pil, peraltro mai così alto da decenni, l’occupazione resti al palo? In effetti, sembra intuitivo ritenere che quanto più cresca il Pil, ovvero più si produca, tanto più si riduca la disoccupazione. Infatti, per produrre serve manodopera e questa domanda aggiuntiva si dovrebbe tradurre in un aumento dell’occupazione. Addirittura, si potrebbe pensare che, in percentuale, la variazione fra le due grandezze valga 1:-1; dunque, se il Pil cresce del 5 per cento, la disoccupazione dovrebbe scendere dello stesso valore percentuale.

Tuttavia, le cose non sono così semplici e, ciò spiega, tornando al nostro Paese, perché nonostante le previsioni di crescita del Pil estremamente positive, poi l’occupazione non migliori. In altre parole, sebbene una correlazione tra le due variabili citate indubbiamente esista (ed è nei mercati manifatturieri sembra essere anche consistente) essa non certamente pari ai valori ipotizzati di 1:-1. La questione è nota agli economisti, ed è stata affrontata già nel passato dall’americano Melvin Arthur Okun, che ha lavorato sul rapporto fra le due grandezze (Pil e tasso di disoccupazione) e ha enunciato una semplice regola empirica che, tra l’altro, porta il suo nome.

La legge empirica di Okun sostiene che per raggiungere un livello di disoccupazione fissato come obiettivo è necessario aumentare il Pil (e ciò in conformità all’indicazione Keynesiana) e dà indicazioni anche di quanto si deve aumentare il Pil per ottenere il risultato occupazionale desiderato. Ma, ed ecco qui la sorpresa, la relazione tra Pil e disoccupazione non è quella di 1:-1, ma molto più bassa e, come se non bastasse, essa dipende dall’eventuale aumento della forza-lavoro (ovvero, dal numero delle persone che cercano lavoro) e dall’incremento della produttività.

Andiamo a passi brevi e cominciamo a discutere degli aspetti legati alla forza-lavoro. Per mantenere costante il tasso di disoccupazione, obiettivo minimale per tutte le politiche di welfare, il tasso di occupazione deve crescere allo stesso tasso della forza-lavoro. In altri e più semplici termini, se supponiamo che in Italia la forza-lavoro cresca dell’1,7 per cento, allora, in questo caso, l’occupazione deve anch’essa crescere di un analogo 1,7 per cento all’anno: in questo modo si manterranno intatti i livelli occupazionali precedenti.

L’altro aspetto da considerare è legato alla produttività del lavoro, cioè il prodotto per occupato: supponiamo che essa aumenti dell’1,3 per cento annuo. Il fatto che la produttività cresca è, in linea di principio, un buon segnale per un sistema economico perché significa che il grado di efficienza con cui si utilizzano le risorse tende ad aumentare. Ma c’è anche il rovescio della medaglia: almeno nel breve periodo, un aumento della produttività può significare risparmio di forza-lavoro, licenziamenti, mancate assunzioni. Se si vuole evitare che l’aumento della produttività generi situazioni di tensione sul mercato del lavoro, occorre che anche il prodotto cresca allo stesso ritmo dell’aumento della produttività che si è registrato: dunque, nel caso in esame, dovremmo avere un aumento del prodotto pari all’1,3 per cento.

Se mettiamo insieme i due effetti, sia quello relativo alla forza-lavoro che quello collegato alla produttività, possiamo affermare che questi due elementi avranno un impatto nullo sul tasso di disoccupazione se, e solo se, gli occupati aumenteranno nella stessa percentuale complessiva attribuibile ai due effetti. Nel caso in esame, l’impatto nullo sul tasso di occupazione sarà conseguenza dell’incremento del prodotto pari ai due distinti effetti sulla forza-lavoro e sulla produttività. Questa grandezza, che evidentemente assume valore diverso per ogni economia, viene definita tasso normale di crescita del sistema economico.

Ma ciò detto da solo non basta a spiegare il gap. Vi sono almeno due altre ragioni che si sommano a quelle considerate e spiegano una crescita dell’occupazione inferiore alla crescita del Pil. In effetti, in caso di deviazioni della produzione rispetto al suo tasso normale, le imprese aggiustano l’occupazione in misura meno che proporzionale. Per il sistema americano studiato dall’economista Okun il rapporto è 1:-0,4. Più precisamente, un aumento dell’1 per cento del prodotto al di sopra del normale produce un aumento del tasso di occupazione di solo lo 0,6 per cento (1 per cento-0,4 per cento nel caso in esame).

Ma perché succede questo? Una prima ragione è legata al fatto che alcune tipologie di lavoratori sono necessari a prescindere dal livello di produzione: il reparto contabilità di un’impresa, ad esempio, richiede più o meno lo stesso numero di addetti indipendentemente dal fatto che l’impresa stia vendendo più o meno rispetto al suo livello “normale”. Una seconda ragione è che l’addestramento di nuovi lavoratori è in genere costoso, per cui le imprese preferiscono, in periodi di elevata domanda di prodotto, chiedere ai loro dipendenti del lavoro straordinario, piuttosto che procedere a nuove assunzioni.

In sostanza, un aumento del prodotto dell’1 per cento comporta un parallelo un aumento del tasso di occupazione nella misura dello 0,6 per cento, ma al tempo stesso comporta una riduzione del tasso di disoccupazione di solo lo 0,4 per cento. La ragione risiede nell’aumento del tasso di partecipazione al lavoro: quando il sistema economico è in crescita, la legge di Okun prevede un aumento dell’occupazione, ma non tutti i nuovi posti di lavoro vengono coperti dai disoccupati. In effetti, un certo numero di posti di lavoro finisce a chi fino a quel momento era classificato come al di fuori della forza-lavoro, in quanto non ufficialmente alla ricerca di un impiego. Quando le prospettive economiche migliorano, migliorano anche le speranze di trovare un’occupazione e alcuni lavoratori scoraggiati riprendono coraggio e iniziano a cercare attivamente un impiego, diventando ufficialmente disoccupati. È tutto qui il problema attuale? Soffermandoci agli aspetti quantitativi si, non troviamo altra ragione.

Ma se passiamo al merito degli interventi adottati dall’attuale Governo, le analisi dovrebbero tener conto anche di quanto gli ambiti d’intervento governativo, in particolare e prevalentemente, digitalizzazione ed economia green non siano particolarmente labor intensive, e a spulciare i documenti non si ravvedono scelte dirette all’aumento dell’occupazione.

In definitiva, la priorità del Governo di emergenza nazionale è altro. Mario Draghi, primo ministro del terzo Governo dall’inizio di questa legislatura, ha giurato al Quirinale con un programma, per sua stessa ammissione, di breve periodo e concentrato sulle urgenze da risolvere nel Paese: riscrivere il Recovery Plan, definire le procedure di gestione dei fondi, riformulazione del piano vaccinale di massa, apertura delle scuole e seguire la transizione ecologica “non in contrasto con l’urgenza di creare e difendere il lavoro”. Bene, rileggiamo con attenzione le Sue parole e, penso, che nessuno potrà dire non si sapeva.

(*) Direttore del Dipartimento di Scienze politiche dell’Università internazionale della Pace delle Nazioni Unite, delegazione di Roma