Una legge di stabilità per la ripresa: chi potrà remare contro?

Da tanti anni, anzi da tantissimi anni, non avevamo potuto leggere una manovra espansiva; in realtà era tutto impossibile e difficile, e tutto era mirato al contenimento della spesa; solo nel 2002 con la Legge 166/2002 (Disposizioni in materia di infrastrutture e trasporti), cioè venti anni fa, potemmo apprezzare una operazione espansiva, una operazione che garantiva la copertura finanziaria della Legge 443/2001 (Legge Obiettivo). Con tale provvedimento si rese possibile l’avvio di investimenti per un valore globale, in circa dodici anni, di 145 miliardi di euro. Oggi, finalmente, il Governo Draghi illumina il nostro Paese con un provvedimento ricco non solo di risorse ma anche di “attenzioni” su tanti fronti: dal sociale al culturale, dalla ricerca alla ottimizzazione dei servizi, dalla qualità dell’urbano alla ristrutturazione funzionale della nostra offerta scolastica, dalla vera rigenerazione delle grandi realtà metropolitane alla riqualificazione e al rilancio delle nostre reti stradali e ferroviarie, tutto nel rispetto sia dell’ambiente, sia nella ricerca misurabile di una digitalizzazione organica dell’intero Paese. Ebbene, di fronte a questa grande occasione di rilancio dell’Italia nasce spontaneo un interrogativo: chi potrà remare contro questo provvedimento?

È importante rispondere a un simile quesito perché solo chiarendo una serie di certezze e una serie di incertezze forse riusciremo, davvero, a rendere possibile questo apprezzabile processo avviato da Mario Draghi. Per questo ritengo utile ripetere a noi stessi una serie di conferme e di criticità:

- abbiamo ricevuto una rilevante quantità di risorse o, quanto meno, abbiamo certezza che finalmente sono disponibili;

- abbiamo un Governo di unità nazionale che condivide pienamente tutti gli snellimenti possibili e immaginabili necessari per realizzare infrastrutture che da almeno sei anni erano praticamente bloccate;

- abbiamo un vincolo procedurale che non avevamo mai avuto e che a mio avviso è determinante: se non attuiamo le scelte, se non realizziamo determinate infrastrutture entro il 31 dicembre del 2026, perdiamo integralmente le risorse oggi disponibili;

- abbiamo un passato che, come più volte da me denunciato, non possiamo e non dobbiamo assolutamente sottovalutare; un passato in cui non avendo speso in sei anni un volano globale di circa 90 miliardi di euro (tra Fondo sviluppo e coesione e leggi pluriennali di spesa) rappresenta un vero “dazio”, un vero vincolo alla credibilità di chi oggi è preposto a tentare di “fare”;

- abbiamo una pluralità di soggetti non tanto presenti negli organismi istituzionali (Regioni e Comuni) ma nelle distinte realtà territoriali sia in termini dimensionali che funzionali (grandi realtà metropolitane o piccoli ambiti urbani, centri produttivi o centri legati alle attività intermodali); abbiamo cioè una serie di realtà non omogenee che aumentano la complessità dei processi realizzativi;

- abbiamo una anomalia strutturale e socio-economica: all’interno del Paese circa 21 milioni di abitanti vivono all’interno di una realtà territoriale, il Mezzogiorno, che è ancora lontana da livelli di organicità infrastrutturale e funzionale comparabili con quelli del resto del Paese;

- abbiamo, con la presenza alla presidenza del Consiglio di Mario Draghi, una grande occasione: trasformare questa sintetica analisi, questa dichiarazione di positività e di criticità in un concreto avvio di scelte già condivise.

E allora, dopo questa lunga premessa in cui volutamente si sono denunciate anche le nostre negatività, nasce spontaneo l’interrogativo che sollevavo prima e cioè chi possa, in questa delicata e al tempo steso positiva fase, remare contro, chi possa incrinare e addirittura mettere in crisi questa manovra espansiva, questa occasione mirata alla ripresa del nostro assetto socio-economico. Non è facile identificarli perché, stranamente, non sono individuabili direttamente né sono disposti a motivare il proprio dissenso; cercherò quindi di descrivere, nelle linee generali, alcune tipologie di chi, sono sicuro, tenterà di rendere difficile la concreta attuazione di questa salutare manovra espansiva.

Remerà contro chi cercherà, a tutti i costi, di esistere motivando il proprio ruolo bloccando l’attuazione e l’avanzamento di interventi essenziali e strategici. Fanno parte di tale gruppo i cosiddetti “pseudo ambientalisti”; ho volutamente parlato di “pseudo ambientalisti” perché in fondo non sono portatori di un obiettivo difendibile in quanto, a differenza dei veri ambientalisti, non difendono l’ambiente o la qualità del territorio ma, come ho detto prima, il loro obiettivo è solo quello di motivare la propria esistenza attraverso il blocco di ogni scelta.

Un secondo soggetto che sicuramente è interessato nel remare contro è da ricercarsi in chi, ormai da molto tempo, è venuta meno la “coscienza di Stato”; questo atteggiamento, questo comportamento di solito lo accomuniamo al concetto di “burocrazia” e commettiamo un errore! La coscienza di Stato, purtroppo, da molti anni è venuta meno sia nella Pubblica amministrazione ma anche in tutti coloro che direttamente o indirettamente sono coinvolti nella attuazione delle opere infrastrutturali, nel concreto avvio di scelte essenziali per la crescita.

Una terza motivazione viene da troppo lontano: è la forte crisi culturale di una fascia generazionale che è ampiamente motivata a “fare” ma che ancora è poco presente all’interno degli organismi preposti alla gestione delle fasi realizzative. Per quasi venti anni nella Pubblica amministrazione e nelle grandi aziende pubbliche e private non c’è stata né una politica di assunzioni, né un adeguato turnover.

Una quarta motivazione è da ricercarsi nella sottovalutazione del “fattore tempo”; mi riferisco a coloro che, con l’avvenuta promulgazione delle leggi e con la elencazione, nelle apposite tabelle, delle relative coperture, ritiene conclusa la finalità del provvedimento; in fondo è la triste e pericolosa abitudine degli “annunci”; la triste abitudine che trasforma le leggi in occasioni per generare solo un consenso temporaneo.

Un quinto pericolo è il “falso meridionalismo”, sì quel meridionalismo che, specialmente negli ultimi anni, abbiamo avuto modo di conoscere in modo davvero preoccupante; mi riferisco al falso meridionalismo che enuncia le percentuali; quel meridionalismo che assicura le risorse; quel meridionalismo che assicura il rispetto dei Lep, cioè dei Livelli essenziali delle prestazioni e dei servizi che devono essere garantiti in modo uniforme sull’intero territorio nazionale, evitando però che questo impegno diventi concreto; quel falso meridionalismo che esaspera i localismi per non consentire la crescita.

Questi pericolosi detrattori vanno scoperti e, soprattutto, la Legge di Stabilità, varata in questi giorni, per ridimensionare la esplosione di queste negatività, deve fare in modo che i decreti attuativi, che i trasferimenti nei centri di spesa, che le varie fasi progettuali e programmatiche autorizzate al suo interno, diventino immediatamente operativi; a mio avviso sarebbe sufficiente che quell’immediatamente trovasse anche un riferimento temporale preciso: entro e non oltre 60 giorni. Perché, come dicevo prima, il “fattore tempo” non è regolato, fortunatamente per la prima volta, da una clessidra gestita da organismi interni al Paese ma per oltre il 90 per cento (tra Pnrr e Fondi di sviluppo e coesione) è controllato, nell’avanzamento e nella erogazione, dalla Unione europea; un controllo che non ammette ritardi o inadempienze.

Ho voluto mettere in evidenza questa contrapposizione tra una grande manovra espansiva e il triste Dna di chi potrebbe metterne in crisi la reale attuazione, perché ritengo davvero imperdonabile fare vincere chi rema contro. Come ho più volte ricordato, l’esperienza completa e poliedrica di Mario Draghi costituisce oggi una garanzia piena, perché quello che stiamo vivendo non sia, come lo è stato fino al mese di febbraio di questo anno, un gratuito “annuncio”, un teorico atto programmatico.

(*) Tratto dalle Stanze di Ercole