Latte a due euro al litro: il grido di allarme

Per dirla alla Thomas Fuller: “Non conosciamo mai il valore dell’acqua, finché il pozzo non si prosciuga”. Ed è questa la sensazione che respiriamo ogni giorno, con i costi energetici che avanzano incontrastati, toccando senza distinzioni di sorta i vari comparti e le materie prime. Adesso c’è un nuovo allarme: il prezzo del latte a due euro al litro. A dirlo, in una nota congiunta, sono Granarolo e Lactalis. Nelle loro parole, l’attenzione si focalizza sull’inflazione galoppante che da un anno colpisce il settore agroalimentare del nostro Paese, in particolare quello “lattiero-caseario”. Per questo, insistono, serve un intervento immediato per evitare il pericolo di conseguenze “ancor più disastrose” per le imprese “che compongono la filiera”.

Nel dettaglio, l’aumento dei prezzi – secondo i due gruppi – incide, praticamente, sulla quasi totalità delle voci di costo che fanno parte della filiera del latte. Per esempio, l’alimentazione animale “che ha reso necessario un aumento quasi del 50 per cento del prezzo del latte riconosciuto agli allevatori”. Senza dimenticare il “packaging (carta e plastica sono in aumento costante da mesi)” e “ulteriori componenti di produzione impiegati nella produzione di latticini”. Adesso però la preoccupazione si allarga. E la nota dolente “è rappresentata dall’incremento dei costi energetici che nelle ultime settimane sono aumentati a tal punto da rendere difficile trasferirli sul mercato. In un momento economicamente complesso per le famiglie italiane – spiegano Granarolo e Lactalis – è impensabile che un alimento primario e fondamentale nella dieta italiana possa subire una penalizzazione così forte da comprimerne la disponibilità di consumo”. Difatti, dalla primavera – dato Nielsen – il prezzo del latte per il consumatore è cresciuto, raggiungendo quota 1,75/1,80 euro al litro e potrebbe aumentare ulteriormente entro dicembre di quest’anno.

Il fronte della criticità, va da sé, allarga la sua maglia. Un allevamento su dieci (l’8 per cento) è in una situazione talmente complicata da portare alla chiusura dell’attività, sempre a causa dell’esplosione dei costi. Ettore Prandini, presidente di Coldiretti, fa il punto: “Fino a oggi, grazie alla cooperazione fra allevatori, industrie e grande distribuzione, si è riusciti a contenere gli aumenti nei confronti di consumatori e cittadini. Ma adesso non siamo più in grado di reggere, se non con un aumento dei prezzi, perché la situazione sta diventando insostenibile. È importante intervenire, perché è a rischio un’intera filiera produttiva”. Nel mirino, quindi, c’è un sistema formato da 24mila stalle da latte, che assicurano una produzione di 12,7 milioni di tonnellate all’anno. Un quadro, questo, che esprime – in termini di valore – oltre 16 miliardi di euro e dove rientrano 200mila persone, tra occupati diretti e indotto.

“La stabilità della rete zootecnica italiana ha un’importanza che non riguarda solo l’economia nazionale ma – prosegue Prandini – ha una rilevanza sociale e ambientale perché, quando una stalla chiude, si perde un intero sistema fatto di animali, di prati per il foraggio, di formaggi tipici e soprattutto di persone impegnate a combattere, spesso da intere generazioni, lo spopolamento e il degrado dei territori soprattutto in zone svantaggiate”. Pertanto, nota il presidente di Coldiretti, “la chiusura di un’azienda zootecnica significa anche che non riaprirà mai più, con la perdita degli animali e del loro patrimonio genetico custodito e valorizzato da generazioni di allevatori. Per questo è necessario intervenire subito, per contenere il caro energia e i costi di produzione, con misure immediate per salvare aziende e stalle e strutturali per programmare il futuro. Occorre lavorare da subito per accordi di filiera tra imprese agricole e industriali, con precisi obiettivi qualitativi e quantitativi. E con prezzi equi che non scendano mai sotto i costi di produzione, come prevede la nuova legge di contrasto alle pratiche sleali e alle speculazioni”.

Quanto indicato da Granarolo e Lactalis, perciò, non è un segnale da sottovalutare, come ribadito da Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura: “Le imprese sono allo stremo e a serio rischio tenuta. I consumatori, d’altro canto, non possono supportare ulteriori rincari del carrello della spesa. Chiediamo al Governo di sostenere tutta la filiera del latte, a cominciare dal comparto zootecnico, che è quello che soffre di più sia per il caro energia, sia per l’aumento del costo delle materie prime, ormai fuori controllo”. Da oltre un anno, ricordano da Confagricoltura, “i costi produttivi per tutti i settori dell’agricoltura sono in continuo aumento e la recente esplosione dei prezzi legata al rincaro dei costi energetici ha messo a dura prova la tenuta del settore primario”. Insomma, “una simile crisi – rimarca Giansanti – necessita, pertanto, di essere affrontata con prontezza e ferrea determinazione sia sul piano nazionale, con misure economiche e finanziarie tempestive ed improcrastinabili, sia sul piano europeo, con prospettive di medio termine che non lascino margine di incertezza per le imprese”.