La crisi energetica nell’Italia dei “No”

Se oggi l’Italia si trova in una crisi energetica senza precedenti, costretta a ricorrere continuamente all’importazione di materie prime, è il frutto anche delle scelte politiche fatte negli ultimi trent’anni. L’Italia del “no a tutto”, no alle trivelle, no ai gasdotti, no ai rigassificatori, no ai termovalorizzatori e ai biodigestori, no al nucleare di nuova generazione, no persino ai parchi eolici, fotovoltaici e geotermici è corresponsabile delle problematiche accentuate, nell’ultimo anno, dal contesto globale e dalla tempesta della guerra in Ucraina. L’Italia del “no” è rappresentata dal populismo ecologista e dai comitati di cittadini affetti dalla sindrome del Nimby (Not in My Back Yard: non nel mio cortile) e da diverse forze politiche appartenenti agli ambienti progressisti (senza sottovalutare le recenti posizioni assunte da alcuni partiti locali di destra in merito a progetti strategici e di interesse nazionale) che, non volendo perdere consenso elettorale, decidono di non approvare progetti o di posticiparli a mandati futuri. Un movimento trasversale del “no” capace di esercitare un potere di influenza sull’opinione pubblica prospettando solo disastri ambientali e danni alla salute causati inverosimilmente dalle migliori tecnologie innovative presenti nel mercato e di ridurre il nostro Paese nell’Italietta.

Il primo esempio è legato al costoso disastro sul gas di cui si sono rese, in tempi diversi, responsabili molte forze politiche attorno alla pressione esercitata dai grillini prima e dopo l’ascesa al governo. In particolare, il governo gialloverde Conte I con il placet del partner di governo di allora, la Lega, decise di ridurre fortemente le capacità estrattive nel Mare Adriatico e in quello ionico. Decisione ripetuta con il governo Conte II a trazione M5s e Pd e confermata dal governo Draghi. Quest’ultimo esecutivo ha, poco prima dell’invasione russa dell’Ucraina, dato il via libera definitivo al Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee preparato dai governi Conte. I 20 miliardi di metri cubi di gas naturale (sotto i mari italiani) degli anni Novanta sono ormai un lontano ricordo. Oggi, registriamo una produzione nazionale di circa 900 milioni di metri cubi. Eppure, sotto i fondali marini italiani – secondo i dati del Ministero della Transizione ecologica – giacciono riserve per oltre 90 miliardi di metri cubi di metano a basso costo. L’estrazione, infatti, costa 5 centesimi al metro cubo, mentre ci piace pagarlo tra i 50 e i 70 centesimi se lo importiamo dall’estero. E i rigassificatori?

Attualmente in Italia sono in funzione 3 impianti di questo genere tra Panigaglia, Livorno e Porto Viro (per una capacità di stoccaggio molto limitata), che servono a riportare il gas naturale dallo stato liquido a quello gassoso, che lo rende utilizzabile come fonte energetica sul suolo terrestre. Queste infrastrutture giocano un ruolo sempre più importante nella strategia energetica del governo (e ci auguriamo con il prossimo che verrà) per interrompere la dipendenza dal gas russo. In base al nuovo piano di ampliamento dei rigassificatori, al largo di Piombino e Ravenna si dovranno installare due nuove navi. In particolare, il progetto toscano (che consentirebbe l’importazione di 5 miliardi di metri cubi all’anno) è stato oggetto di una protesta trasversale che coinvolge la cittadinanza locale, le associazioni pseudo ambientaliste e le forze politiche di destra e di sinistra. E intanto le bollette continuano a schizzare.

Il secondo esempio riguarda il nucleare. Una fonte energetica pulita, sicura e abbondante in grado di contribuire concretamente alla decarbonizzazione dell’economia e al relativo raggiungimento dell’obiettivo globale “zero emissioni Co2”: sono operative 441 centrali nel mondo e altre 54 sono in costruzione. Il nucleare non significa solo energia per l’industria, per le abitazioni, per i trasporti. Il suo impiego è possibile in campi diversi: dalla diagnosi e cura delle grandi malattie all’utilizzo in agricoltura e nell’industria. Tanti benefici per l’umanità. Purtroppo, l’opinione pubblica italiana è disinformata e confonde tossicità con radioattività o pensa che le scorie siano diverse dai rifiuti. E lo Stato? Continua a comprare l’energia nucleare prodotta a pochi chilometri dal confine (Francia, Svizzera e Slovenia). L’Italia, con le sue quattro centrali nucleari, ha generato energia per quasi trent’anni, dal 1963 al 1990, quando ha smesso di farlo per rispettare l’esito del referendum popolare del 1987 (l’anno dopo il disastro di Chernobyl). Nel 1986 il nostro Paese produceva 9 terawattora grazie all’energia nucleare. Molto meno dei 254 twh prodotti in Francia nello stesso periodo. Recentemente, il Paese transalpino ha presentato un grande piano di investimenti da 52 miliardi di euro per ammodernare buona parte dei suoi 56 reattori nucleari e il suo popolo non contesta, non fa le rivoluzioni ed è ben consapevole dell’importanza strategica di questa fonte anche ai fini del rafforzamento dell’autonomia e della sovranità energetica. Nel 2008 ci fu il tentativo del governo Berlusconi di riprendere la discussione su un ritorno al nucleare.

Ma il disastro di Fukushima (provocato dal maremoto) del marzo 2011 cancellò le speranze della classe imprenditoriale e di una parte politica favorevole al ricorso dell’atomo: il referendum indetto nei mesi successivi confermò l’esito del 1987. Insomma, l’aumento eccessivo dei prezzi del gas di questi mesi e la crisi geopolitica in Ucraina ci obbligano a rivedere il nostro mix energetico e i pregiudizi sul nucleare quale fonte considerata strategica dalle istituzioni europee al punto da inserirla nella tassonomia verde ai fini dei finanziamenti sostenibili. Il tema del nucleare è al centro di questa inaspettata e calda campagna elettorale per l’elezione di 600 rappresentanti del popolo italiano: Lega, Forza Italia, Azione-Iv e Fratelli d’Italia (più timida) sostengono la ricerca, la progettazione e l’ingegneria proponendo impianti nuovi, piccoli e ancora più sicuri. Staremo a vedere se il nucleare sarà un ritorno al futuro.

Altro fatto preoccupante è il mancato cambio di passo nella crescita delle fonti rinnovabili soprattutto con riferimento ai parchi eolici e fotovoltaici di grandi dimensioni. Diversi ostacoli normativi (e non) quali il numero eccessivo di autorizzazioni, i tempi (anche se sono stati ridotti alla luce dei recenti decreti “semplificazioni”), la molteplicità di enti coinvolti nel processo di permitting, il conflitto tra diversi interessi pubblici (ad esempio, difesa dell’ambiente, paesaggistica e dei beni culturali) e le proteste di comitati di cittadini e le contrarietà agli impianti stessi di rappresentanti politici locali ne limitano la crescita e la capacità di installazione. Un Far West.

Questi sono alcuni esempi che riassumono le scelte sbagliate e irresponsabili di buona parte della nostra classe politica (per tirare a campare), la burocrazia, l’inconsapevolezza dei cittadini, i danni economici e sociali del Paese provocati dal movimento ambientalista del “No” ancorato a posizioni kafkiane sulla base di un pregiudizio ideologico verso tutto ciò che è progresso, industria e innovazione tecnologica. Chi si oppone a tutte le infrastrutture sostenibili, innovative e funzionali al raggiungimento dell’autonomia energetica del Paese, non potrà mai pensare di ricevere occasioni di sviluppo e di crescita nel territorio.

Penso alle città più pulite, efficienti e attrattive, al mercato del lavoro più dinamico e di qualità attraverso le competenze medio-alte della green economy, alle bollette di luce e gas molto più leggere (è indubbio che queste ultime potranno essere favorite anche dalla revisione dei meccanismi di pricing energetico per permettere ai costi di generazione da fonti rinnovabili di incidere maggiormente sul costo dell’elettricità ovvero sganciare il prezzo dell’energia da quello del gas), alle royalties che riceverebbero gli enti locali per re-investirli in interventi concreti di riqualificazione urbana, alla mobilità sostenibile alimentata da combustibili green quali il biogas e il biometano ricavati attraverso la valorizzazione dei rifiuti.

(*) Presidente di Ripensiamo Roma