La Bce pronta al rialzo “jumbo”

La Banca centrale europea deve compiere una scelta difficile. Due mesi fa, non aveva grande scelta. Per combattere l’inflazione galoppante poteva solo agire con determinazione prima che la recessione, ormai all’orizzonte, chiudesse la finestra per agire. Ora, falchi e colombe sono lontani e senza merci di scambio. I primi più determinati, anche in pubblico, tanto da far scommettere a mercati e analisti che il rialzo sarà “jumbo”, cioè da 75 punti. Ma i secondi sono pronti a dare battaglia durante la riunione del board di domani, che dovrà necessariamente trovare un compromesso per non indebolire la decisione finale.

Il contesto nel quale la decisione sarà presa vede comunque anche la Fed proseguire nella strategia dei rialzi “per tutto il tempo che sarà necessario”. L’ha ribadito il vicepresidente della Banca centrale Usa Lael Brainard secondo il quale la crescita Usa va a passo modesto, così come l’occupazione, mentre prosegue l’aumento dei prezzi, che in alcuni distretti crescono in modo sostanziale. Anche la Bce partirà dai dati. Sul tavolo dei 19 membri nazionali più i 6 del consiglio direttivo ci saranno le ultime statistiche economiche, aggiornata ad agosto. Daranno non soltanto un quadro della situazione, utile per capire la dinamica del ciclo, ma saranno anche una prima verifica della mossa di luglio. Sull’inflazione, il vero nemico da battere, le notizie saranno pessime: ad agosto ha toccato il nuovo record di 9,1 per cento, nei Paesi baltici viaggia sopra il 20 per cento da mesi, ha superato la doppia cifra in Olanda, Spagna e altri, e la Germania ci arriverà a dicembre. La previsione fatta a luglio dallo staff per il 2022 (6,8 per cento) verrà quindi pesantemente rivista, rafforzando le convinzioni di chi crede necessaria una stretta pesante, da almeno 75 punti domani e almeno 50 a ottobre.

Anche alcuni analisti ritengono possa essere azzardato muoversi troppo quando si è sul precipizio della recessione. Il rischio è di ripetere quello che è considerato ormai da tutti l’errore di Jean-Claude Trichet, il presidente della Bce che nel 2011 rialzò per due volte i tassi proprio quando la crisi della zona euro stava peggiorando, condannando le economie che crescevano meno, cioè quei Piigs già in difficoltà per il debito elevato. Ma la situazione di oggi è molto più incerta rispetto a quella della crisi dei debiti sovrani, quando gli spread facevano da termometro all’affidabilità dei Paesi. Anche ora i rendimenti dei titoli di Stato sono in risalita, anche ora alcuni provano a fare scommesse ribassiste contro l’euro, ma i Paesi della zona euro hanno dato prova di grande resilienza e tenuta di fronte a crisi imprevedibili come la pandemia.

La zona euro è più attrezzata contro gli shock, e anche sul Pil arrivano segnali non troppo drammatici. La crescita di Eurolandia, nel secondo trimestre del 2022, è salita dello 0,8 per cento rispetto ai primi tre mesi dell’anno. La stessa Bce si aspettava numeri peggiori nelle sue previsioni di giugno (appena uno 0,2 per cento). E anche sull’occupazione, altro dato che guiderà le scelte di Francoforte, Eurostat non segnala ancora frenate, anzi nel secondo trimestre sale dello 0,4 per cento, (e in Italia dell’1,2 per cento). Certo, non sono dati che escludono quella recessione che, secondo l’amministratore delegato di Unicredit, Andrea Orcel, “tutti si aspettano”, e il tema vero è capire “quanto sarà profonda”. Lo scenario peggiore possibile, cioè la Russia che chiude i rubinetti del gas, si è materializzato. La produzione industriale, già calata in Italia da due mesi, ora comincia a scendere anche in Germania. I prezzi corrono, le bollette salgono e i consumi frenano. L’allerta è alta, e nella riunione del board le colombe chiederanno di procedere con cautela, con rialzi costanti come indicava il capoeconomista Philip Lane.