Il secolo dell’incertezza

Non sappiamo cosa potrà accadere, non sappiamo quando potrà accadere e in questo vuoto prende corpo un nuovo periodo per la generazione del secolo scorso e dell’attuale secolo. Un periodo caratterizzato solo dalle sorprese che, in modo globale, abbiamo vissuto e continuiamo a vivere. E allora queste sorprese ci hanno convinto a essere sempre più preoccupati di ciò che “potrebbe accadere”. Ma se questo cambiamento sostanziale del nostro vivere comune ha generato una vera rivoluzione, come ho avuto modo di ricordare pochi giorni fa, nel ricorso alle logiche pianificatorie del passato, infatti non possiamo, in modo notarile, registrare solo un simile cambiamento, ma dovremmo subito impegnarci nel cercare di non vivere ancora e a lungo nella “incertezza”. E allora, come sarà possibile redigere il Documento di economia e finanza o il Disegno di legge di stabilità o, addirittura, il Programma di Governo della prossima Legislatura? In realtà, nella redazione di tali atti scatta una precisa e sistematica sensazione: “Se sbaglio cosa succede?”.

In fondo le sorprese, gli eventi imprevisti entrano nella storia e cambiamo l’impianto programmatico, cambiano le priorità e, cosa ancor più grave, incidono, anche in un momento delicato come quello della verifica elettorale, proprio sui processi che eleggeranno la nuova classe dirigente: in proposito il professor Sabino Cassese in un interessante suo articolo sul Corriere della Sera dal titolo “Le nostre dieci anomalie” ricorda che le incertezze dei risultati attesi non dipendono solo dalla formula elettorale, ma anche, e principalmente da due fattori, tra di loro connessi: la scarsa capacità aggregativa delle forze politiche e la fluidità dell’elettorato.

La prima dipende dalla quasi inesistente democrazia interna dei partiti, dalla debolezza della loro offerta politica, dalla loro propensione ad interessarsi all’aggregazione solo nei periodi preelettorali. La seconda si è accentuata negli ultimi anni, con flussi di opinione pubblica ed elettorali che hanno in breve tempo premiato o sanzionato le forze politiche. Cioè il rapporto tra elettore ed eletto in un momento storico caratterizzato dalla “incertezza” diventa ancora più preoccupante perché non assicura nessuna correlazione tra mandato elettorale garantito dal voto della base e coerenza dell’eletto ad attuare concretamente determinate linee programmatiche.

Quindi tutto questo amplifica, a mio avviso, la incidenza della “incertezza” proprio in chi riceve un mandato elettorale e per questo forse dovremmo, come primo atto, definire un codice comportamentale con cui abituarci a convivere, anche per molto tempo, con questa “incertezza”. Ma come? Definendo subito degli “invarianti”, cioè delle scelte che non hanno alcun rischio di rivelarsi antitetiche alla crescita anche in caso di eventi imprevedibili. Cercherò di affrontare il comparto delle infrastrutture perché penso sia quello più facile infatti, in caso di crisi, mantiene inalterata la propria funzione e la propria indispensabilità e per questo faccio alcuni esempi:

I dati diffusi da Moovit, l’applicazione che fornisce informazioni per la pianificazione degli spostamenti nelle grandi aree urbane, denunciano che la città di Roma, in termini di trasporto pubblico, è tra le peggiori in Italia ed in Europa; il tempo di viaggio medio per chi si muove all’interno della capitale è di 48 minuti contro 43 minuti di Milano, i 38 di Torino e Venezia. Complessivamente un passeggero romano al giorno (il 49 per cento del totale) utilizza i mezzi pubblici per più di due ore al giorno. Questo è un banale indicatore della inadeguatezza della offerta di trasporto pubblico e in modo particolare della completa inesistenza di una corretta correlazione tra domanda e offerta e un simile indicatore può essere ridimensionato non solo aumentando il numero di bus, ma incrementando in modo rilevante la rete su guida vincolata, cioè il sistema delle reti metropolitane. Ogni scelta in tal senso non può assolutamente essere incrinata da quello che prima definivamo “incertezza”, da quello che definivamo “paura di effettuare una scelta”, perché realizzare reti metropolitane in una realtà urbana come Roma significa ridimensionare i costi della congestione, i danni di inquinamento e quelli della incidentalità e quindi diventa una scelta obbligata o come detto prima si configura come un invariante.

I collegamenti ferroviari nel Sud non sono paragonabili a quelli del Nord del Paese e della intera Unione europea. Oggi dopo il nodo ferroviario di Salerno non si dispone di una offerta ferroviaria ad alta velocità verso il Sud, ma, cosa ancor più grave, alcune aree come la parte jonica della Calabria e l’intero sistema territoriale siciliano e sardo non dispongono di una adeguata offerta sia in termini di frequenza che di qualità del materiale rotabile. In realtà, nel tempo si è ritenuto, sbagliando, non conveniente effettuare una sostanziale riqualificazione della offerta ferroviaria perché la domanda non era rilevante e questa implementazione della offerta non sarebbe stata redditizia. Invece la reinvenzione urgente e sostanziale della offerta ferroviaria in queste aree diventa a tutti gli effetti un invariante perché c’è un dato incontrovertibile: non dare corso a una simile scelta organica significa disattendere una precisa volontà della nostra Costituzione quella relativa ai livelli essenziali delle prestazioni, livelli che devono essere omogeni su tutto il territorio nazionale e una rete che garantisce e assicura la mobilità sull’intero territorio nazionale non può rispettare logiche di convenienza ma solo logiche legate alla efficienza.

La portualità deve poter contare sulla capacità di chi è preposto alla gestione di ogni singolo impianto ed alla sua possibilità di essere in grado di ottimizzare al massimo le potenzialità dell’Hub di propria competenza. L’autonomia finanziaria dei vari presidenti delle autorità di sistema portuale diventa, quindi, una condizione obbligata per fare uscire la nostra offerta portuale da un limite ormai bloccato da decenni: il numero globale di container movimentato in tutti i nostri Hub non supera la soglia dei 10 milioni di unità; eppure nel Mediterraneo nell’ultimo decennio sono cresciute e continuano a crescere altre realtà come il Pireo, come Valencia, come Algeciras. L’autonomia finanziaria dei nostri porti e la trasformazione della gestione degli stessi in Società per azioni diventa, quindi, una riforma che si configura come obbligata, come invariante.

Senza dubbio in tale processo di superamento delle “incertezze” non è la motivata volontà a realizzare ciò che abbiamo chiamato invarianti ma l’elemento determinante è essenzialmente il tempo entro cui realizzare quello che in modo oggettivo abbiamo definito invarianti perché non realizzare ciò che si è ritenuto invariante in tempi certi significa far vincere l’assurda logica della “incertezza”. Potrei continuare a elencare altre aree, altre ipotesi progettuali che si configurano come invarianti, ma penso che i tre esempi siano sufficienti per motivare questa linea metodologica. Una linea metodologica che ricerca gli invarianti, che ricerca le scelte obbligate e, forse, dovrebbe, anno dopo anno, farci uscire da questa cappa che ha caratterizzato soprattutto gli ultimi anni, da questa cappa che, in modo inesorabile, ci carica di dubbi e fa vincere la “incertezza”.  

(*) Tratto da Le Stanze di Ercole