Giuseppe Conte: un premier “volenteroso”

Ieri, alla Camera dei Deputati, è andato in onda il primo atto della pièce “Giuseppe Conte cerca volenterosi”. Oggi il secondo tempo al Senato. Se sarà stato dramma o farsa lo si capirà a sipario calato. Ciò che resta, se è vero che le parole rivelano, sono i bersagli colpiti dal premier, a prescindere dalla circostanza se l’avrà sfangata anche oggi al Senato dopo aver passato per il rotto della cuffia la prova alla Camera. Eppure, la verità sulle sue reali intenzioni bisognerebbe cercarla con la lanterna di Diogene il Cinico nella congerie di citazioni autoassolutorie di cose fatte dal Governo, la maggior parte delle quali virtuali o immaginifiche, con cui il premier ha infarcito il lungo discorso ai deputati della Repubblica. Un elenco a tratti noioso non privo di accenti enfatici, del tutto inappropriati al momento che il Paese sta vivendo. Neanche una volta, magari per sbaglio, gli è riuscito di pronunciare la frase fatidica: forse su questo punto abbiamo commesso un errore. Per Conte tutto è stato giusto e perfetto. Che verrebbe da dire: ma che ne parliamo a fare.

Infatti, non ne parliamo. Meglio andare alla ciccia dell’arringa, servita da chef Giuseppi in tre portate. La prima: con Italia Viva il discorso è chiuso e le porte della maggioranza per Matteo Renzi e compagni non si dischiuderanno perché “la crisi ha aperto una ferita profonda nella maggioranza e profondo sgomento nel Paese. La seconda: da oggi si volta pagina, ma il vangelo l’ho sempre io saldamente in mano. Che tradotto vuol dire: cercasi “volenterosi” di bushiana memoria (nel senso di George Walker Bush e della coalizione multinazionale in guerra in Iraq nel 2003) per colmare il gap numerico determinato dalla sortita dei renziani. Conte non usa giri di parole per ricordare ai possibili avventori che la “locanda Chigi” è aperta e il locandiere è pronto a servire squisite pietanze a chi per primo si faccia avanti: il posto di ministro dell’Agricoltura, il ministero della Famiglia, la delega ai Servizi segreti che, parole di Conte, “visti gli impegni istituzionali e internazionali che mi attendono nel 2021 affiderò a una persona di mia fiducia”. E, per dessert, il piatto forte: la promessa di una nuova legge elettorale su base proporzionale che consenta ai partiti-bonsai di oggi e di domani di dettare legge nell’instabilità perenne del sistema politico. Capito l’antifona? Ma, come suggeriva una pubblicità di una nota marca di spumanti, certe pietanze sono per molti ma non per tutti. Se dall’annunciato banchetto sono esclusi renziani, populisti e sovranisti sull’identikit dei molti torneremo in seguito. La terza: l’aspetto di uomo mite è solo una maschera. Il premier l’ha strappata per mostrare il suo volto autentico, che è quello di un vendicativo con spiccata propensione alla perfidia. Se la carota è stata quell’insolito, per la grammatica istituzionale, “aiutateci!” scodellato nel bel mezzo dell’Aula di Montecitorio, il bastone, occultato all’interno del discorso in modo che comunque lo si scorgesse, è stato nel senso ultimo del messaggio: o mi votate o si va alle urne. Che per i parlamentari terrorizzati all’idea di essere rispediti a casa prima dello scorrere dei titoli di coda della legislatura equivale a una minaccia del tipo: o la borsa o la vita.

Sembrerebbe dunque che l’obiettivo principale, Matteo Renzi, sia stato colpito e abbattuto. Colpito l’imprevedibile senatore di Scandicci lo è stato di certo, abbattuto invece è da verificare. Ma l’avvocato del popolo ha centrato un altro bersaglio, più grosso e ingombrante del “Rottamatore”: il Movimento Cinque Stelle. Facciamo un passo indietro. Conte si è appellato ai “volenterosi”, come ha definito quei parlamentari non organici alla maggioranza disposti a votargli la fiducia. La richiesta è stata puntuale, nel senso che il premier ha elencato, una a una, le aree politiche di appartenenza dei soccorritori di cui desidera il voto: popolari, socialisti, liberali, europeisti. La lista non è stata squadernata a caso. Nel ricercare quegli specifici profili Conte ha palesato l’intenzione di costituirsi, nell’immediato futuro, come attrattore di un polo centrista-moderato in grado di coagulare consensi in numero tale da conquistare il ruolo di seconda gamba del centrosinistra. Dallo schema non risulta soltanto espunta l’inaffidabile Italia Viva ma anche il Movimento Cinque Stelle. Nell’analisi di Conte il grillismo, quello visionario della prima ora generato dalla mente di Gianroberto Casaleggio, è morto e sepolto, ma non i grillini i quali, iniziati ai piaceri del potere mediante la perdita rituale della verginità morale, potranno rigenerarsi nella ricostruzione post-pandemica di un contenitore politico simil-democristiano. Per loro non sarebbe tradimento dei valori costitutivi del Movimento ma passaggio dall’innocenza adolescenziale alla maturità dell’età adulta. In altre parole, una transizione comportamentale, originata nella dimensione prepolitica, dall’estremismo giacobino dell’antipolitica, malattia infantile del massimalismo per parafrasare Lenin, alla vocazione governista e pro-establishment dettata dall’esperienza all’interno delle istituzioni.

Non vi sarebbe nulla di illecito. D’altro canto, trasformazioni che accompagnino le stagioni della vita sono quasi sempre fisiologiche. I più gettonati cantautori hanno descritto, senza per questo menar scandalo, il passaggio di una generazione di giovani sognatori, drogati di illusioni e di utopie, dal fumo delle barricate ai tempi della contestazione studentesca al posto in banca e alla tranquilla vita borghese dell’età adulta. Il problema sorge quando i puri-e-duri che volevano aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno non si sono limitati a fare il filo a quella del primo banco, la più carina/la più cretina, per citare il mitico Antonello Venditti di “Compagno di scuola”, ma sono andati dagli italiani a farsi consegnare decine di milioni di voti promettendo loro di cambiare il mondo. Oggi, pur di sopravvivere nelle istituzioni sono pronti a farsi scarrocciare nelle acque fangose del centrismo vetero-democristiano. Sic transit gloria mundi. Intendiamoci, non che il cambio di rotta non sia legittimo, ma qualcuno, in particolare dalle parti del Quirinale, dovrebbe porsi la domanda se la virata contiana, che trascina con sé ciò che resta dell’Invincibile armata pentastellata, sia o meno gradita a quell’ampio elettorato che nel 2018 credette di votare per una combriccola di onesti che avrebbe rivoltato il Palazzo come un calzino, non dissotterrato uno dei cadaveri della “Prima Repubblica”. E tutto ciò accade e si sviluppa all’interno di una sfera di potere totalmente sorda alle istanze concrete dei cittadini. Benché sia nostro costume non insultare il prossimo, è tuttavia comprensibile scandalizzarsi se domani vi sarà una costola del nuovo partito di Conte che si chiamerà: Grillini per Clemente Mastella e Bruno Tabacci.

Desta sdegno e preoccupazione il modo con cui questo teatrino di periferia della politica politicante, messo in piedi da un personaggio improbabile, stia annichilendo la sovranità popolare. Come si può pensare di fare il bene di qualcuno se di costui s’ignorano i bisogni, le ansie, le speranze, i sogni, le paure, la volontà? Se la condizione accettata e a cui si connette l’azione di governo sia la narrazione di una finzione? Al riguardo, colpiscono le parole che Mariuccia Salvati ha scritto nell’introduzione alla biografia di Alfredo Reichlin (“Alfredo Reichlin. Una vita”, Treccani) e citate nell’intervista de L’Espresso all’ex ministro dell’Agricoltura, Teresa Bellanova: “È soprattutto attraverso il prisma delle vite singole e plurali che un'epoca si lascia cogliere come insieme. Saremo pure faziosi e prevenuti ma l’impressione che abbiamo tratto dal discorso di Giuseppe Conte di ieri alla Camera è che né lui né i suoi seguaci neanche sappiamo cosa sia un prisma.