Il silenzio sul Piano nazionale di ripresa

Perché la politica e specialmente i partiti mantengono tanto silenzio sulla sostanza del “Piano nazionale di ripresa e resilienza”, attuativo dell’ormai noto Recovery fund, che dovrà essere presentato al Parlamento tra pochi giorni e inviato a Bruxelles entro la fine di aprile? Perché tanto silenzio?

Tranne rari cenni del presidente del Consiglio, Mario Draghi e di qualche ministro, nessuno ha fin qui parlato all’opinione pubblica in modo serio e approfondito del suo contenuto e ha avviato un dibattito costruttivo su cosa fare col fiume di denaro europeo. Finora nessun progetto concreto è stato aperto al confronto e men che meno lo è stata qualche proposta di riforma sistematica su fisco, burocrazia e giustizia, settori sui quali lo stesso Recovery impone interventi, oppure sulle grandi infrastrutture, sull’energia, sulla digitalizzazione. Manca una manciata di giorni all’invio del piano e le bocche dei partiti rimangono sigillate sulla sua consistenza reale. Per ora discorsi fumosi, qualche volta accompagnati da slide dai colori fluorescenti, ma niente di più.

Il silenzio, in generale, può essere indice di più cose: opacità dei decisori per perseguire interessi particolari, assenza di argomenti sostanziali da proporre all’opinione pubblica, applicazione di un modello decisionale centralizzato, di vertice. Tutte queste cose possono stare insieme, ma nel caso del piano è da escludere l’opacità. Non sono da escludere, invece, le altre variabili.

Solitamente non si hanno argomenti sostanziali quando non si ha pensiero, ossia quando non si sa “guardare oltre” per progettare un futuro possibile. Se i tornanti dell’economia, del lavoro, dell’istruzione, della ricerca, della convivenza sociale si affrontano solo o principalmente con slogan vuol dire che non si hanno argomenti, non si ha pensiero, appunto. Tanto vale limitarsi a somministrare all’opinione pubblica dosi di placebo pubblicitario.

L’auspicio è che la sostanza arrivi per mano di Mario Draghi, dei tecnici da lui chiamati nei dicasteri chiave e per mano di qualche saggio ministro di nomina politica. Va detto, però, che senza una forte coesione fra tutte le forze parlamentari nessuna riforma davvero incisiva potrà essere varata. La maggioranza di governo ha sì una compagine ampia, ma a tal punto variegata che è improbabile possa riuscire a sciogliere i nodi fondamentali. Certo, per portare i soldi a casa, i partiti dovranno giocoforza ingoiare qualche riforma, ma cercheranno di ridurle all’osso. Non facciamoci illusioni: nessuna “rivoluzione” strutturale vedrà la luce, proprio quelle, invece, di cui l’Italia avrebbe bisogno.

Il silenzio, s’è detto, può anche riflettere l’impronta statalista della classe dirigente. Nel nostro caso è proprio così. Quasi tutte le forze di maggioranza e opposizione portano con sé un’idea dirigista. Se si escludono i liberali ancora presenti in Forza Italia, qualche parlamentare di +Europa, Cambiamo, Azione, Italia Viva e qualche sparuto liberale disseminato altrove, la stragrande maggioranza dei parlamentari vede solo lo Stato come centro e motore della vita, da quella economica a quella sociale. Dunque, per loro, anche da questo punto di vista, un po’ di sana propaganda potrà essere bastevole per far conoscere ai cittadini le scelte già compiute dai vertici.

Eppure, ci troviamo di fronte al più grande piano di investimenti della storia. Mai così tante risorse per l’innovazione, la crescita, per creare un nuovo rapporto tra cittadino e Stato, una nuova sensibilità partecipativa, per rivitalizzare le libertà e una coscienza politica diffusa. Nonostante queste grandi potenzialità, che vanno ben oltre il pur importante aspetto finanziario del piano, tutta o quasi la politica tace o si limita a qualche cartello pubblicitario. Peccato, un vero peccato.