Salvini, il rivoluzionario del buonsenso

Conosco abbastanza Matteo Salvini da quando, poco più di quattro anni fa, dopo una serie di incontri, prima con Gian Marco Centinaio e poi soprattutto con Giancarlo Giorgetti, decidemmo, con un gruppo di tradizione e storia liberale, di aderire al progetto di cambiamento della Lega e del Paese che Salvini stava proponendo. Accettati e candidati semplicemente come liberali, tant’è che solo un anno dopo le elezioni, convintamente e senza che ci venisse richiesto, alcuni di noi, tra cui io e l’onorevole Anna Bonfrisco, decisero di iscriversi alla Lega.

Non lo conosco da una vita, dunque, non sono neanche un leghista da sempre, ma semplicemente un liberale di destra che non crede affatto che il liberalismo sia una concezione forzatamente elitaria (anzi il contrario) e che ritiene che la Lega, oggi in Italia, sia il migliore veicolo per quella “Rivoluzione liberale” di cui, a mio avviso, l’Italia ha una urgente e grande necessità.

Sono dunque sufficientemente vicino al segretario della Lega per seguirne l’opera, senza però far parte del cerchio dei suoi più stretti collaboratori né, tantomeno, poter vantare dei meriti speciali nel successo leghista degli ultimi anni, perché costruito prima del mio ingresso, che fu caso mai un risultato della politica di apertura leghista, più che una reale concausa. Credo, insomma, di essere in una giusta posizione per provare a valutare l’opera di un uomo politico che ha portato una Lega che oscillava tra il dieci per cento degli anni migliori al quattro per cento dell’anno in cui ne divenne segretario, fino ad essere il primo partito italiano, con percentuali che variano tra il 23 e il 35 per cento. Un risultato evidentemente così rimarchevole da meritare un’analisi, “sine ira et studio”, delle decisioni politiche e delle caratteristiche personali, dell’uomo che ha impresso alla Lega – e al Paese – una tale svolta. Sul piano politico quattro, a mio giudizio, sono le motivazioni fondamentali del recente successo della Lega: il nuovo patriottismo, la consapevolezza liberale, la tradizione e la classe dirigente.

Sul patriottismo c’è poco da almanaccare: un partito ultra-federalista ed essenzialmente nordista è divenuto un partito realmente nazionale, permettendo così a tutti gli Italiani di sentirsene rappresentati e di aderirvi. A cominciare dal sottoscritto, attratto fin dall’inizio dal liberismo leghista, ma spinto allora a tenersene lontano perché profondamente legato all’essere e sentirsi Italiano ed a Salvini, che ha giocato il ruolo fondamentale in questa evoluzione, andrà sempre la mia gratitudine, perché per me la Patria, come la Libertà, è un valore essenziale. Sul piano del liberalismo io parlerei invece di “nuova consapevolezza” liberale perché la Lega, da sempre liberista a partire dalla predicazione di Giancarlo Pagliarini, si è nel tempo mossa proprio nel senso Einaudiano di libertà economica e libertà politica che vanno di pari passo. Da qui le nuove battaglie garantiste per la giustizia giusta contro il corporativismo giustizialista, la difesa della libertà di stampa (come per Radio Radicale) e, in generale, del modello occidentale, grazie anche al fatto che la Lega è sì un partito di destra che crede nella legge e nell’ordine, ma non ha mai avuto radici che si allungassero in un passato autoritario.

Ma al di là della “alternativa liberale” propriamente detta, che peraltro Salvini stesso ha evocato, si è precisata sempre di più l’azione della Lega come partito della Libertà, come si è visto anche in occasione della calamità del Covid in cui la Lega, pur trattando la malattia con tutta la dovuta serietà (e cioè come una grave malattia, non come un esercizio di sociologia), ha tenuto in maggior conto del valore della libertà personale nel decidere i provvedimenti, laddove a sinistra sembravano considerarla (come sempre hanno fatto) solo un impaccio.

La tradizione è un altro motivo fondamentale del successo della Lega, in un Paese traumatizzato dall’eclissi dei valori della famiglia, dell’etica del lavoro, del valore individuale, il richiamo al mitico “buon tempo antico” che sonnecchia dentro ciascuno di noi, in una epoca in cui tutto ciò che è novità d’importazione viene propagandato anche (anzi soprattutto) quando è sguaiato e grottesco, ha un valore buono e profondo, perché risveglia il senso critico e la capacità di vagliare quando il nuovo sia davvero positivo o invece essenzialmente nichilista.

Infine la classe dirigente, che si è selezionata praticando la democrazia nei congressi e nelle Amministrazioni locali per cui, accanto a un leader sicuramente carismatico, ma elettivo, vi sono personalità legate ai territori, alle carriere, alle professioni, che si sono formate autonomamente. Personaggi come i ministri Giorgetti e Massimo Garavaglia, il capogruppo alla Camera, Riccardo Molinari o presidenti di Regione, come Luca Zaia o Massimiliano Fedriga (ma ne potrei citare tantissimi altri), pur molto diversi tra loro, sono naturalmente una squadra per il processo comune di formazione. Sicché la grande compattezza della Lega è reale e non ha bisogno di un occhio sacro dentro un triangolo per controllare o di un “elevato” come assoluto garante. E nessuno nella Lega può permettersi di chiamare “miracolati” gli eletti nelle istituzioni.

Se dalla politica della Lega si passa al “politico” Salvini, quattro sono di nuovo le caratteristiche più evidenti: il linguaggio, la decisione, la capacità di ricredersi e il buon senso. Accusato spesso dai grandi organi (guidati da piccoli gruppi) di essere rozzo e brutale, il linguaggio di Salvini, se si guarda con attenzione, è invece (e volutamente) estremamente sofisticato, il più sofisticato possibile, perché Salvini parla per simboli, come nessun altro sa fare. Salvini non attacca mai una certa deriva modernista della chiesa, come pure fanno tanti cattolici tradizionalisti impelagandosi in accese diatribe. No, Salvini porta con sé sul palco un rosario, ricordando nel modo più semplice e diretto che la chiesa non è solo la gerarchia o la compagnia di Gesù, ma anche milioni di fedeli credenti in una fede semplice, fatta anche di emozioni, necessità, ricordi.

Non esalta l’ordine in sé stesso, ben consapevole che lo Stato di polizia è un rischio sempre presente. No, lo promuove rispettando e facendo rispettare le leggi democratiche. E il messaggio lo manda indossando la maglietta dei carabinieri. Ricorda chi siamo senza insultare nessuno, semplicemente dicendo prima gli Italiani e comprendendo nel novero anche coloro che lo sono diventati, dimostrando di amare l’Italia rispettandone le leggi. E sulle leggi – è un passaggio fondamentale – chiede il rispetto di leggi che rispettino i cittadini. Solo perché usa il linguaggio dei simboli e lo fa direttamente nei comizi e sui social, Salvini ha potuto bucare la spessa coltre di disinformazione che altrimenti lo avrebbe isolato dalla Nazione. La decisione, anche temeraria quando serve, è ciò che gli consente di rischiare contro lo strisciante dispotismo del “politically correct”.

Salvini non è certo uno che non decide: magari sbaglia, ma il coraggio di decidere ce l’ha e soprattutto non ha paura di andare controcorrente, di sfidare pregiudizi interessati, errori di prospettiva consolidati, se lo ritiene utile e giusto, anche a prezzo di notevoli rischi personali, perché diventa inevitabilmente il bersaglio principale di una sinistra che ha sempre tentato di criminalizzare su tutti i piani gli avversari, prima con Alcide De Gasperi, Giuseppe Pella e Mario Scelba, poi con Antonio Segni, Giulio Andreotti, Bettino Craxi e Silvio Berlusconi (ma anche, sul piano internazionale, come con Charles de Gaulle o Margaret Thatcher, andatevi a riguardare, a dimostrazione, cosa scrivevano su John Kennedy all’epoca) salvo riscoprirli, molto tempo dopo, per giocarli ipocritamente contro l’avversario di turno.

Berlusconi, ad esempio, sta già tornando quasi frequentabile a sinistra, anche se solo ed esclusivamente in funzione anti-Lega. Una decisione, tuttavia, può rivelarsi anche sbagliata, soprattutto se sostenuta a tutti i costi solo per mantenere il punto e qui c’è una caratteristica di Salvini che è piuttosto rara negli uomini politici: sa anche tornare indietro. Quando capita, come capita in ogni partito che pratichi davvero la democrazia interna, che vi sia una differenza di opinioni con questo o quell’esponente, il leader, magari si secca per il contrasto che gli appare come una perdita di tempo, però tiene davvero conto delle tesi altrui e, se i fatti lo contraddicono, sa anche modificare la sua posizione.

Infine il buon senso, che però nel leader della Lega non è mai solo senso comune, non si contano infatti le sue battaglie contro opinioni conformiste che pure vanno per la maggiore. Il suo è un buon senso che deriva dalla concretezza, gli piacciono i sogni, ma predilige quelli che gli appaiono realizzabili, potremmo definirlo un realista o un pragmatico, ma non rende bene l’idea, perché ne perde l’aspetto guascone. No, buon senso rende meglio l’idea di questo contestatore coi piedi per terra.

Questo aspetto di uomo politico capace di grandi iniziative, ma sempre se realistiche, lo si può vedere in tanti campi, ma particolarmente nella politica europea. La Lega, a differenza del Partito Comunista italiano-Partito Democratico della sinistra-Partito Democratico, è sempre stata europeista (altro che improvvisa conversione, dottor Enrico Letta, lei piuttosto, sulla cui storia e personali convincimenti pure non nutro dubbi, non guida forse un partito erede in gran parte di coloro che fecero le barricate contro la Comunità europea del carbone e dell’acciaio e votarono contro i Trattati di Roma?). Ma Salvini non intende accettare un’Europa dimezzata nella sua dimensione democratica e ipertrofica in quella burocratica.

Sul piano politico, credo si renda perfettamente conto che oggi la Lega non è più un piccolo partito di lotta, ma l’erede di fatto di quel grande elettorato di destra democratica che fu di Forza Italia e prima ancora della Democrazia Cristiana (e, in piccola parte, del Partito Liberale). Per cui la prospettiva del Partito Popolare europeo, che a me piacerebbe, non è certo una eresia. E, tuttavia, il Partito Popolare non è più quello di Konrad Adenauer, Franz Josef Strauss e Helmut Kohl (come i socialisti, con l’ingresso dei post-comunisti, non sono certo più quelli di Craxi ed Helmut Schmidt). Invece di abbandonare alleati come Marine Le Pen, (in una Francia in cui, peraltro, i Gollisti sono ormai molto deboli, grazie all’omino che faceva le smorfie a Berlusconi) a cui si tenta di applicare lo stesso ostracismo usato contro di noi, il tentativo di portare tutte le destre democratiche all’incontro col Ppe è generoso. Se poi sarà impossibile, se ne prenderà atto.

Intanto, però, la Lega non è solo la maggior riserva di energia morale a disposizione della Nazione, ma è anche parte attiva – con i suoi migliori elementi – di un governo europeista, che segna e ancor più segnerà una chiara cesura col precedente, non solo in termini di efficienza, ma anche di respirabilità dell’atmosfera politica. E questo è davvero buon senso. Certamente, Salvini incarna un’idea forte di “liberalismo popolare” che a sinistra non piace: vorrebbero che noi fossimo meno militanti e più salottieri, meno incisivi e più forbiti, meno seri e più complici, un po’ più Capalbio e un po’ meno officina. Insomma, ci vorrebbero pochi, inutili e, soprattutto, meno convintamente liberali.