Caso “Gregoretti”: Salvini scagionato, forse

Nel sabato catanese di Matteo Salvini i fan hanno respirato aria di convinto ottimismo. Nel corso dell’udienza che si è svolta davanti al Giudice per le udienze preliminari, Nunzio Sarpietro, per il caso della nave della Guardia costiera “Bruno Gregoretti” e del reato di sequestro di persona di cui è accusato il senatore Matteo Salvini, la Procura della Repubblica del capoluogo etneo ha chiesto il “non luogo a procedere”. La vicenda risale al 27 luglio 2019, quando il leader leghista era ministro dell’Interno del Conte I.

Il comandante dell’unità navale dopo aver preso in consegna 135 migranti raccolti da altre navi nella tratta di mare tra le coste libiche e quelle italiane e fatto rotta verso il porto di Catania ne aveva chiesto l’autorizzazione allo sbarco. La richiesta è stata inviata all’Imrcc (Italian maritime rescue coordination centre), ubicato nella struttura della Centrale Operativa del Comando generale della Guardia costiera, che, a sua volta, l’ha girata al ministero dell’Interno, competente a fornire il Pos (Place of safety), cioè il luogo sicuro di approdo.

Il Viminale, benché avesse tempestivamente autorizzato il trasbordo sulla terraferma di una nigeriana in stato di gravidanza con i due figli e il marito, ne ha ritardato la comunicazione. Il via libera allo sbarco, presso il porto di Augusta, è stato dato attraverso e-mail all’Imrcc il 31 luglio 2019. Il ministro Salvini si è giustificato, asserendo che il tempo trascorso era servito al Governo per negoziare con le autorità comunitarie la redistribuzione dei migranti soccorsi in altri Paesi dell’Unione europea.

La vicenda sarebbe morta sul nascere se non fosse stato per lo zelo del Procuratore della Repubblica di Agrigento che, pur non avendo competenza giurisdizionale, pensò bene di sostituirsi alla Procura di Catania ordinando con decreto, il 30 luglio 2109, un’ispezione a bordo della “Gregoretti”, alla fonda nelle acque antistanti il porto etneo in attesa di ordini sulla destinazione finale, allo scopo di accertare sia le condizioni igienico-sanitarie dei migranti sia il rischio di esposizione ad agenti patogeni da parte del personale di bordo in relazione a malattie infettive dalle quali fossero affetti i migranti a bordo, nominando al contempo tre medici come Ct del Pm (dalla Domanda di Autorizzazione a procedere in giudizio ai sensi dell’articolo 96 della Costituzione, depositata presso il Senato della Repubblica in data 16 dicembre 2019, pagina 6).

Il reato prefigurato a carico di Salvini è gravissimo: sequestro di persona aggravato. Pena massima prevista: 15 anni di reclusione. Trattandosi di reato ministeriale, solo il Senato, ramo di appartenenza del parlamentare Salvini, avrebbe potuto concedere l’autorizzazione a procedere richiesta dal Tribunale dei ministri di Catania. Autorizzazione che è puntualmente arrivata per mano della maggioranza demo-penta-renziana, nel frattempo costituitasi per sostenere il Conte bis dopo la decisione della Lega, nell’estate del Papeete, di rompere il patto di governo con i Cinque Stelle. È necessario ricordare il passaggio parlamentare perché è stato l’ennesimo riscontro di quanto la politica, per dare sfogo alla peggiore demagogia, sappia essere auto-castrante. Salvini non era più l’idolo dei grillini (della sinistra non lo è mai stato) e perciò andava punito per aver attentato alla vita del Conte I. Le pur evidenti motivazioni giuridico-costituzionali, che avrebbero dovuto obbligare l’Aula parlamentare a rigettare la richiesta dei giudici etnei, sono state ignorate.

Il mediocre opportunismo dei politici, impegnati a scrivere una pagina nerissima delle istituzioni di questo Paese, spiega il perché oggi ci attardiamo su una vicenda dal medesimo gusto del paradosso di una pièce del teatro beckettiano dell’assurdo, che mai avrebbe dovuto varcare la soglia di un palazzo di Giustizia. Ora, però, non si esageri con gli entusiasmi. Occorre calma e gesso. La decisione ancora non c’è. Quel che è accaduto sabato scorso è un déjà vu. Il Pubblico ministero si è limitato a ribadire la posizione della Procura di Catania, che fin dal primo momento è stata contraria alla richiesta del Tribunale dei ministri di processare Salvini. Lo è stata in data 20 settembre 2019 quando, a esito delle indagini, ha chiesto al Tribunale dei ministri di disporre l’archiviazione del procedimento nei confronti di Matteo Salvini per infondatezza della notizia di reato. E lo è stata quando, il 26 novembre 2019, a seguito del supplemento d’indagini disposto dal Tribunale dei ministri di Catania, ha reiterato il parere contrario al procedimento.

Per ben due volte un collegio di giudici non ha tenuto conto delle conclusioni alle quali era giunta la Procura della Repubblica etnea. Il che conduce a un’ovvia considerazione: in linea ipotetica anche il Gup potrebbe ignorare la richiesta del Pubblico ministero e decidere per il rinvio a giudizio dell’ex ministro dell’Interno. L’ipotesi non è campata in aria. Tuttavia, ogni decisione al riguardo assume grande interesse. Perché questa volta si potrà verificare, senza che le lotte partitiche di basso profilo intervengano a confondere il quadro, in qual misura un pensiero giuridico radicato in alcune correnti della magistratura sulla legittimità del “diritto vivente”, affidato alle mani sbagliate, d’intervenire a dettare alla politica le linee di condotta circa alcune questione di fondo della vita del Paese possa influenzare il comportamento di un organismo giurisdizionale.

Chi, come Mauro Suttora sull’Huffington Post sostiene che il giudice si limiterà a decidere se Matteo Salvini abbia o no infranto la legge, è totalmente fuori strada. Il punto di snodo del conflitto dei poteri sotteso al caso specifico della “Gregoretti” lo ha messo a fuoco l’avvocato di Matteo Salvini, Giulia Bongiorno, quando rivolgendosi al Gup ha detto: “Credo che a lei spetti una decisione non su Salvini, ma sulla linea di confine dei poteri dello Stato. L’azione penale non doveva essere iniziata, perché l’azione di Salvini è un atto politico insindacabile”. Il Tribunale dei ministri che ha chiesto l’autorizzazione a procedere a carico di Salvini l’ha pensata all’opposto, provando esso stesso a definire cosa si dovesse intendere per atto politico sottratto a ogni sindacato giurisdizionale. E non solo.

Il Tribunale dei ministri si è incaricato di arretrare il confine che separa la “ministerialità” della condotta in una determinata circostanza dalla giurisdizione ordinaria chiamata a giudicare dei reati comuni. Vieppiù, il Tribunale si è spinto nell’azzardo di non fare giurisprudenza ma norma decidendo, ai fini della qualificazione del reato, che la mancata immediatezza da parte del ministro dell’Interno di comunicare il Pos configurasse quell’arco temporale apprezzabile richiesto per integrare il delitto di sequestro di persona. Bisognerà attendere il prossimo 14 maggio, per conoscere la decisione del Gup. E se il giudice Sarpietro dovesse optare per l’archiviazione, sarà utile leggerne le motivazioni. Negli ambienti del Tribunale di Catania i rumors dicono che Sarpietro sia uno di quelli bravi. Tanto meglio, perché ci sarà da stabilire, dopo decenni trascorsi sotto il giogo di un potere giurisdizionale tracimante rispetto agli altri poteri, se la parentesi di crisi per la tenuta dello Stato costituzionale d’impianto liberale, aperta con gli eventi sciagurati di Tangentopoli nel 1992, sia chiusa o se invece l’emergenza democratica sia una lacerazione purulenta nella carne viva della società italiana. Che se così fosse non sarebbe questione da nascondere sotto il tappeto. Come si fa con la polvere.