Rosso futuro: buona fortuna Italia

Il comunismo non è mai morto nella sua essenza più profonda. Lo dimostra il progetto “Le Agorà” lanciato pochi giorni fa da Goffredo Bettini, eminenza grigia del Partito Democratico, con la contestuale pubblicazione di un manifesto politico per la rinascita della sinistra. Per chi aveva elevato il Partito Comunista a chiesa e casa, per chi del comunismo aveva fatto religione, il manifesto sembrerà portatore di una buona novella: finalmente, dirà, ritornano i grandi ideali, quelli dei diritti, dell’uguaglianza e solidarietà, ritorna la lotta contro l’imperialismo e il capitalismo. Per chi invece ha creduto da sempre in ideali contrapposti o distanti dalla logica collettivista, il manifesto sembrerà un déjà vu.

Nel merito, Bettini propone al pubblico dibattito un documento coraggioso, ma da respingere vigorosamente – va detto subito senza indorare le parole – perché infarcito di vecchi e arrugginiti arnesi ideologici. È anzitutto un manifesto contro: è contro il liberalismo, la globalizzazione e il mercato libero, è contro l’idea che pone al centro l’individuo e intorno ad esso costruisce le libertà. Ma è anche a favore: di un’imposta patrimoniale, dell’incremento della progressività della tassazione, dello Stato regolatore dell’economia, della spesa pubblica assistenziale, delle imprese di Stato e della centralizzazione del comando. E poi è a favore, costi quel che costi, dell’alleanza del Pd con i Cinque Stelle perché solo così, c’è scritto, potrà prendere forma una rinnovata sinistra.

Certo, il documento si preoccupa di ribadire che la nuova sinistra sarà innovatrice. Ma precisa anche che non potrà che radicarsi nella tradizione: “Non c’è vera innovazione se non è innovazione della tradizione”. Ancoraggio, questo, invece, che negli ultimi trent’anni si sarebbe spezzato, determinando così lo smarrimento dell’azione politica della sinistra stessa. Un’innovazione senza tradizione, aggiunge il manifesto, sarebbe fine a se stessa, una novità senza radici e perciò esposta ai venti della storia.

La vera finalità del progetto è chiara: rinverdire l’ideologia comunista. Sebbene il reale stampo ideologico sia accuratamente nascosto ed anzi sia camuffato con destrezza, il trucco è evidente. E siccome Bettini non è un novello Houdini, né il manifesto è il suo baule, la verità si disvela facilmente. L’innovazione della tradizione, infatti, non ci può essere se non c’è lo stampo ideologico originario a caratterizzarla e indirizzarla, che nel caso, per l’appunto, non può che essere quello comunista. Con i suoi tratti caratterizzanti: statalismo, collettivismo, centralismo decisionale, limitazione delle libertà individuali, esaltazione della massa, egualitarismo, inteso come appiattimento delle diversità e mortificazione degli averi, solidarietà, intesa come costruzione dei diritti solo per “chi meno ha”. Senza esaltare, sostenere, pungolare la libera intrapresa e le libertà individuali, senza proteggere i diritti di “chi più ha”, ad iniziare da quelli alla corretta e produttiva gestione della spesa pubblica finanziata anche con il lavoro, guarda caso, proprio di “chi più ha”.

Ecco, senza farla troppo lunga: questa è la tradizione alla quale il manifesto de “Le Agorà” si riferisce. E questa, stringi-stringi, gratta-gratta, è la sinistra alla quale intenderebbe ridare slancio. Ecco il rosso futuro: buona fortuna Italia!