Un Congresso di Vienna per la giustizia e la politica

La parola “restaurazione” fa paura. Forse per pregiudizi ideologici sedimentati nel – e dal – tempo. Ma per tentare di iniziare una credibile riforma della giustizia in Italia è proprio il termine giusto. Bisognerebbe rimettere in vita alcuni istituti fondamentali spazzati via da una finta rivoluzione, quella di “Mani Pulite”, dopo la quale in Italia non c’è stato più alcun equilibrio tra politica e giustizia.

Bisognerebbe ripristinare, ad esempio, una maggioranza semplice per concedere amnistia e indulto. Così da poter risolvere il problema del sovraffollamento carcerario alimentato da arresti a raffica, che seguono i blitz giudiziari con cui certi pm cercano di conquistare la ribalta mediatica. Occorrerebbe ripristinare l’immunità parlamentare anche per procedere nelle inchieste a carico dei parlamentari eletti. Bisognerebbe ritornare alla ferrea gerarchia nelle procure e nei tribunali, per evitare che sia sostituita da quella “per merito televisivo” di apparizione di pm e giudici nei talk show. In un concetto ci vorrebbe un vero e proprio “Congresso di Vienna” di metternichiana memoria per rimettere le cose a posto tra i due poteri più in crisi dello Stato in Italia – e non solo in Italia – cioè quello giudiziario e quello politico.

Se nessuno si prenderà questa responsabilità siamo condannati a sprofondare nel ridicolo oltre che nell’ingiustizia. Nel ridicolo quando si leggono giornali che parlano di “caccia al corvo del Csm” quando è evidente a tutti chi possa avere diffuso i verbali dell’avvocato Piero Amara. E anche il perché. E nell’ingiustizia quando si constata che per certi intoccabili gli accertamenti investigativi procedono a rilento, quando non all’incontrario. Gli italiani saranno anche distratti da altro e forse un po’ impreparati per affrontare e rendersi conto del problema in cui la Repubblica sta sprofondando da decenni, e cioè l’incontrollabile prepotenza delle toghe organizzate e sindacalizzate, arroccate dietro le proprie scrivanie e difese dal tintinnio di manette che possono fare sentire a chi si opponga al loro strapotere. Sempre in sinergia con un giornalismo spesso servile e maramaldesco nel militare dalla parte del più forte.

Ma quando la misura sarà al limite – e non manca molto – improvvisamente gli stessi italiani di cui sopra verranno tutti illuminati ma non dalla beatitudine come accadde al Buddha, bensì da quella rabbia cieca che spesso si accompagna al senso di impotenza. E a quello di essere stati presi in giro troppo a lungo. E allora saranno guai. In questo senso una restaurazione “alla Metternich” di quel che c’era prima potrebbe per paradosso diventare un processo rivoluzionario. Sicuramente più autentico di quello promosso ad arte da una parte della magistratura e da una parte della politica – entrambe fiancheggiate da un giornalismo che si è fatto compiacente disinformazione allo stato puro – all’inizio degli anni Novanta. Il tutto con il solo evidente scopo di prendere il potere e conservarlo. Processo sinora riuscito. E che ci ha portato al baratro odierno.